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le insidie della rete

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Fonte: Infanzia, n. 1.2, gennaio.febbraio 2007
Le insidie della rete: la tutela dei minori dalle nuove forme di abuso in internet
di Fausto Guido Bonifacio

L’indignazione sollevata nell’opinione pubblica dai casi portati alla ribalta dai recenti fatti di cronaca, che hanno interessato gruppi di adolescenti in qualità di smaliziati prosumer (ossia produttori, consumatori e distributori al tempo stesso) di “opere” multimediali a contenuto pedo-pornografico, ci induce a riflettere seriamente non soltanto sul fenomeno del bullismo in quanto “recrudescenza della legge del più forte, moltiplicata e amplificata dall’alta tecnologia” , ma anche sulle dinamiche di perversione sessuale a esso annesse e che già da tempo, peraltro, trovano nella rete telematica un loro fecondo terreno di coltura.
La questione si presenta ancor più preoccupante allorché si assiste, in modo particolare nel caso della pedofilia on line, alla convergenza di fattori che costituiscono per certi versi i nodi di una matassa indistricabile. L’estrema facilità di accesso ai siti e alle piattaforme telematiche che ospitano “gruppi spontanei” di pedofili, coniugata alla scarsa incidenza di filtri o dispositivi atti a garantire la navigazione sicura dei giovanissimi utenti e alla rapida evoluzione delle tecnologie nel campo della telefonia mobile, costituiscono infatti motivazioni sufficienti ad allertare la società civile in merito all’improrogabile necessità di stabilire criteri validi per un più avveduto trattamento delle informazioni messe a disposizione da Internet.
Un primo tentativo di decifrare i fenomeni summenzionati (bullismo e pedofilia), potrebbe consistere nel ricondurli alla dinamica tecnologica che ne sostiene l’espansione, vale a dire l’accrescimento di potenza della funzione “veicolare” assolta dalle nuove tecnologie della telecomunicazione nel far dilagare una mentalità, ampiamente socializzata in rete, che pare non conoscere regole né limitazioni di sorta nell’espressione delle perversioni sessuali individuali e collettive.
Tutto ciò implica naturalmente di escogitare le modalità di intervento più appropriate per scongiurare gli esiti aberranti che l’era della cosiddetta cross-medialità (sancita proprio dalla sofisticazione dei dispositivi di telefonia mobile, di Web-phoning e di TV interattiva, in ordine alle opportunità di fruizione delocalizzata e distribuita nel tempo) sembra profilare per l’immediato futuro.
E’ un dato ormai accertato da numerose ricerche quello che attesta l’influenza pervasiva dei media nella vita quotidiana dei bambini, così come lo è quello della loro incidenza sulle dinamiche evolutive (in termini di costruzione dell’identità e di affinamento delle competenze cognitive, affettive, sociali) e della loro capacità di modulare stili di vita e comportamenti giovanili a scopi commerciali (o comunque su proposte culturali scarsamente sostenute da solide intenzionalità formative).
Sulla base di queste considerazioni, si comprende anche come l’impegno di un ente come Telefono Azzurro, dall’originario servizio di ascolto telefonico a sostegno dei bambini vittime di maltrattamenti, si sia negli anni progressivamente concentrato a rilevare le condizioni di disagio giovanile emergenti dall’esposizione ai diversi messaggi negativi veicolati dai media. Telefono Azzurro si è in tal senso schierato in prima linea tra i partner istituzionali promotori del codice di autoregolamentazione per l’informazione televisiva (La Carta di Treviso), che a partire dagli anni ‘90 ha ufficializzato l’intenzione di salvaguardare i diritti dei minori concretizzandola in azioni di intervento diretto sulle trasmissioni messe in onda dalla TV pubblica e privata (provvedendo tra l’altro a sanzionare forme di sfruttamento dei minori a scopo pubblicitario o impedire interviste giornalistiche ritenute potenzialmente lesive per la privacy dei bambini e delle loro famiglie, etc.).
Il circolo vizioso aperto dai mass media riguardo l’influenza negativa dei messaggi pare oggi dilatarsi, ben più surrettiziamente e a forma di spirale, proprio sul versante della produzione/fruizione di materiali a contenuto pornografico attraverso il Web e altri personal media interattivi. Il Rapporto Infanzia, curato anche quest’anno da Telefono Azzurro, conforta tale perniciosa prospettiva di continuità tra vecchi e nuovi media mostrando un considerevole innalzamento della soglia di rischio cui sono sottoposti i giovani utenti-navigatori; i dati pongono in rilievo soprattutto una significativa caduta di tenuta della responsabilità genitoriale, anche in riferimento ad una informazione spesso lacunosa sulle logiche di accesso e di circolazione di materiali impropri per via telematica. La tendenza alla privatizzazione del consumo mediale fa sì, inoltre, che bambini e ragazzi possano navigare in rete, scaricare e scambiare materiali di testo e audiovisivi mediante il sistema Wi-fi e blootooth, frequentare chat, forum e social network in luoghi e orari non soggetti al controllo dei genitori o degli insegnanti.
La dimensione anonima e fittizia gioca un ruolo non meno decisivo nel qualificare le attrattive della rete, laddove la proliferazione di interfacce sempre più accattivanti e user friendly concorre a galvanizzare l’interesse e la curiosità dei bambini più piccoli.
La documentazione raccolta nel Rapporto Infanzia restituisce, in sostanza, lo spaccato di un processo di deterioramento del tessuto sociale che passa sia attraverso le distorsioni del senso della realtà provocate da contenuti mediali carichi di violenza, sia attraverso un accrescimento delle opportunità di messa in circolazione di materiali a contenuto pornografico, prodotti artigianalmente dai pedofili e poi immessi nella rete.
In occasione di un recente convegno tenutosi a Catania, organizzato dalla Facoltà di Scienze della Formazione in collaborazione con Telefono Azzurro, tali tematiche hanno costituito oggetto di analisi e confronto per ricercatori universitari, insegnanti e operatori del settore giuridico e delle telecomunicazioni. A partire dalla significatività dei dati sopra rilevati, il tema delle nuove tecnologie a supporto di attività illecite è stato quindi affrontato sotto prospettive di indagine diverse ma accomunate dalla volontà di perseguire un medesimo obiettivo: incentivare la sinergia inter-istituzionale già esistente e promuovere un più ampio concorso di competenze, anche nel campo della ricerca accademica. L’idea iniziale per fronteggiare i pericoli della rete – ha affermato Ernesto Caffo, presidente di Telefono Azzurro, nell’introdurre i lavori del convegno – è stata quella di convogliare i diversi provider in apposite commissioni di lavoro, al fine di elaborare super-filtri di controllo e costituire gradualmente un apparato di vigilanza telematica con la sovrintendenza ministeriale e la collaborazione congiunta delle forze dell’ordine, della Polizia postale e degli organismi giudiziari.
Il mandato affidato a Telefono Azzurro per la gestione del servizio telefonico nazionale 114, ha assolto in tal senso la duplice funzione di raccogliere le segnalazioni degli utenti circa casi sospetti o evidenti di siti Web a contenuto pedo-pornografico, e di ispessire la rete di sorveglianza, mediante l’attivazione di tutti gli organismi coinvolti nella partnership istituzionale.
Se i recenti casi di bullismo in videotape diffusi per via telematica, fanno ritenere auspicabile l’adozione di un codice di autoregolamentazione specifico per il settore (non meno della costituzione di commissioni ministeriali che intervengano sulle normative del diritto di famiglia e sulle sanzioni), il problema della pedofilia in Internet va principalmente inquadrato come una espressione già sedimentata di un “complesso” di perversioni che irrompono nella “cosa pubblica” (dato per scontato che la rete è pubblica) per trovare in essa la fonte della propria legittimazione.
La fenomenologia dei comportamenti di abuso dei pedofili – ha osservato a tal proposito Giorgio Manzi, comandante del reparto analisi criminologiche dei Carabinieri del RIS – rinvia ad un processo contorto che tende sempre più ad autoreferenziare l’espressione della pornografia come pedo-pornografia, e a rivendicarne la presunta “liceità” in domini virtuali per lo più riservati alla frequentazione di un pubblico adulto. Il pretesto della discrezionalità, naturalmente, nulla toglie all’evidenza del reato (di fatto riscontrabile al di là di ogni tentativo di mascheramento o mistificazione), e l’indagine criminologica tenta più che altro di anticiparne la manifestazione, cercando ad esempio di delineare il profilo del pedofilo a partire dai comportamenti ricorrenti.
Tutte le attività criminali, eccetto quelle esplosive, che si realizzano cioè nella cosiddetta “bolla psicotica” (che sta ad indicare l’interruzione euforica dell’attività cosciente e autoriflessiva del soggetto), sono contrassegnate in partenza da una certa fase di progettazione; l’investigazione criminologica si rivolge a questa fase poiché in essa ha luogo la sperimentazione, da parte dell’abusante, di una vera e propria simulazione, che sortisce l’effetto di contrarre i tempi che normalmente intercorrono tra la formulazione delle intenzioni perverse e la loro esplicitazione e attuazione. Se il dispositivo di simulazione favorisce la precipitazione dalla fase onirica e intenzionale a quella operativa, le dinamiche di grouping (relative ai processi di aggregazione tipici delle chat-line, dei forum, etc.) intervengono a polarizzare l’interesse dei pedofili in ambienti di socializzazione che hanno il potere di articolare ulteriormente le espressioni della loro perversione.
Nello spostare l’asse di trattazione dalla comprensione del comportamento dei soggetti abusanti alle azioni di tutela per le vittime reali o potenziali di abuso, gli altri contributi del convegno hanno invece permesso di vagliare ipotesi mirate sia all’implementazione delle strutture di ricerca già attive sul territorio (si pensi, appunto, al servizio 114) e sulla rete telematica (è il caso del RIS) - correlativamente ad un investimento capillare e continuativo sul piano della prevenzione, dell’informazione e della formazione (destinato alle famiglie, agli educatori e agli operatori sociali) - sia allo sviluppo di sistemi di navigazione sicura, che rendano più agevole ed efficace il lavoro degli insegnanti in sede scolastica.
Tenuto conto dell’obiettiva difficoltà di fornire un quadro completo ed esaustivo delle informazioni inerenti ciascuna area di intervento, ci limiteremo qui a tratteggiare alcune piste preferenziali riferibili alla scuola, in qualità di privilegiato baricentro istituzionale. La prima è quella che si propone di intensificare e divulgare la cultura della prevenzione, la quale si manifesta a doppia polarità, dal momento che il compito affidato alle istituzioni giuridiche nell’acquisizione e nella condivisione del sapere non può non essere affiancato da un impegno altrettanto consistente nel settore della cura e della formazione del singolo. Il regime di continuità tra gli interventi di prevenzione primaria (che perseguono l’obiettivo di anticipare l’insorgenza dei fenomeni di abuso), secondaria (orientati all’elaborazione di strategie idonee al trattamento dei casi e ad arginarne sintomi ed effetti traumatici) e terziaria (finalizzati a ridurre il danno sociale prodotto da situazioni già conclamate), corrisponde pertanto ad un processo di progressiva consapevolizzazione degli adulti significativi in ordine ai casi di abuso, che muove dall’informazione alla formazione fino alla “presa in carico” della situazione individuata. Le azioni di prevenzione già sviluppate dal coordinamento scientifico di Telefono Azzurro, costituiscono in tal senso un’indiscutibile modello di riferimento nel campo della sensibilizzazione ad ampio raggio (che dalla scuola si estende cioè a ventaglio alle famiglie e ad altri enti territoriali), dal momento che esse poggiano sia sulla produzione di materiale informativo/divulgativo di tipo cartaceo o multimediale, sia su una metodologia di didattica assistita ben collaudata dagli operatori di Telefono Azzurro a supporto e ad accompagnamento del lavoro degli insegnanti.
La seconda pista è quella invece che approfondisce l’aspetto della navigazione sicura. Le linee di ricerca-intervento sviluppate dall’Osservatorio delle Tecnologie di Genova (OTE) - che per conto del Ministero della Pubblica Istruzione si occupa di studiare le tecnologie di punta (banda larga, servizi informativi, open sources, etc.) focalizzandone la loro specificità nelle declinazioni d’uso istituzionale, aziendale e scolastico - offrono suggerimenti non meno efficacemente spendibili all’interno dell’organizzazione scolastica.
Legalità e consapevolezza costituiscono gli attributi focali attorno ai quali gravita non soltanto l’impegno diretto all’alfabetizzazione sull’uso strategico e ponderato delle attrezzature tecnologiche in sede didattica, ma anche quello mirato all’individuazione di criteri atti a discriminare le forme d’uso illecite delle tecnologie di rete, cui si riferiscono ad esempio i diritti e doveri degli utenti in ordine alle licenze dei software, alla gestione/ diffusione di “dati sensibili” immagazzinati nei sistemi di informatizzazione delle scuole, alla conoscenza dei principali reati informatici e dei comportamenti di fruizione soggetti a sanzioni penali, etc. Nel campo della pedofilia telematica, tuttavia – sottolinea Giovanna Sissa, che dirige il coordinamento scientifico dell’Osservatorio – lo sforzo maggiore deve essere intrapreso proprio sul piano delle policies, ossia nell’istituzione di un presidio permanente che garantisca la sicurezza della navigazione sulla base di un sistema di regole condivise (all’interno di ogni singola istituzione e in rapporto a quelle esterne) su cui fondare i criteri di accesso, di divulgazione dati e di sanzionamento degli usi impropri dei contenuti trasmessi in rete.
In conclusione, appare chiaro che la rapida metamorfosi dello scenario tecnologico rende indispensabile il ricorso all’elaborazione di un progetto formativo fondato su un’alleanza istituzionale sempre più compatta, capace di coordinare gli interventi di tutela a più livelli (scolastico, socio-assistenziale, sanitario, etc.) ma soprattutto di accordare la conoscenza e il controllo dei rischi presenti su Internet a una serie di strategie preposte a sviluppare competenze d’uso e di gestione critica delle risorse di rete. Il consenso espresso dai partecipanti al convegno è su questo punto pressoché unanime; occorre modulare l’azione di tutela su una scala di valori condivisi, tali da tradursi in esperienze concrete di educazione ai nuovi media (che suscitino il senso critico non meno di quello del limite) e in buone pratiche di informazione/prevenzione che alimentino una responsabilità etica diffusa.

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