
fonte: Venerdì di Repubblica, Novembre 2005
Di Antonio Dippollina
Hanno invaso i palinsesti della nuova stagione tv. E impazzano sul satellite. Raccontano la vita quotidiana e molto di più. Dalle casalinghe agli alieni (passando per medici, avvocati, detenuti), ecco come le fiction rischiano di battere in qualità reality, quiz, varietà. E persino l'informazione.
Dicono che nei corridoi della Rai, il giorno dopo la prima di Desperate Housewives su RaiDue, alcuni abbiano messo timidamente fuori la testa e qualcun altro, addirittura, abbia osato uscire dalla stanza e farsi vedere in giro. E con un'aria piuttosto soddisfatta. Erano loro, pochi, nascosti. Quelli, tra dirigenti e addetti a vario titolo, che si vergognavano da anni. Quelli che si nascondevano perché gli altri, la stragrande maggioranza, li avevano ricacciati al buio sostenendo: visto? Il pubblico vuole soltanto spazzatura. Dicevano più o meno così. Desperate invece era andato benissimo negli ascolti, en non somigliava a niente che fosse andato in onda negli ultimi anni. Era bello, finto, patinato, grottesco, costringeva a un impegno assiduo davanti alla tv, non si poteva dormicchiare o fare zapping. E senza negarsi nulla: le protagoniste, le casalinghe, sono da sogno, ma giocano all'incubo. Bene, perfetto. Va da sé che il giorno dopo quelli di prima, quelli della stragrande maggioranza, si vantavano come se fosse merito loro, come se non avessero fatto altro nella vita che mandare in onda buone cose. Un simile - piccolo - miracolo in tv, oggi può succedere solo per fiction. A RaiDue, senza pudore, adesso fanno in fenomeni. Peraltro hanno in cantiere un altro pezzo forte, anzi potenzialmente fortissimo, che è Lost, una saga iperspettacolare - americana, ovviamente - con un aereo che cade su un'isola deserta, un groppone di sopravvissuti senza speranza, e il groppone - come sa chi ha già visto tutto nella passata stagione sul satellite Fox - è di quelli che non si dimenticano.
Il reality stanca e appassiona ormai solo iperfan e trashisti indefessi? Il calcio non c'è più? L'intrattenimento latita ed è a livelli da suburra? L'informazione la si segue solo per dovere e sempre meno per piacere? Niente paura, la televisione la salverà la fiction, sempre di più. Eserciti di attori, comparse, doppiatori, abbandonati a se stessi da un cinema che non sa rinnovarsi e non sa distribuirsi con formule nuove, si aggrappano al genere e vivono. Alcuni benissimo. L'indotto è spaventoso, ci campano a decine di migliaia - si parla in Italia, ovvio. Quando tra alcuni mesi sbarcheranno a Cinecittà quelli della serie Rome, produzione sull�antica Roma, americana, Hbo, e inglese, Bbc, in cui la Raifiction di Agostino Saccà ha messo il naso, dalle parti del Cupolone sembrerà di tornare ai tempi di Hollywood sul Tevere.
Stando ad ascolti e seguito mediatico (i fan club su Internet, le riviste specializzate che nascono come funghi) non c'è nulla come la fiction per attrarre e sedurre pubblico, con ascolti anche mostruosi e i canali principali che ormai non si guardano nemmeno più in faccia, fanno come in America, uno contro l'altro il Montalbano della Rai e l'Elisa di Rivombrosa di Mediaset, un frontale da paura e vada come deve andare, i giochi veri sono questi, altro che Pupo.
Ma il punto è che nulla come la fiction (che ha anche, s'intende, punti infimi) può assicurare nella maggior parte dei casi livelli di qualità dignitosissimi. Se ci si appassiona a Csi - quello che ha lanciato la moda della scena del crimine e reso famoso il Luminol per le macchie di sangue alle pareti - ci si affeziona anche ai personaggi, si segue la propria indole morbosetta senza vergognarsi e si ha la coscienza che tutto è girato in maniera magistrale. Finché arriva anche l'episodio girato da Quentin Tarantino. La leggenda narra che il regista di Pulp fiction incontrasse per caso nella hall di un albergo i produttori di Csi, grandi complimenti reciproci e poi come nella nuvoletta di un fumetto i primi pensano: "Ah, che bello sarebbe se girasse un nostro episodio", e Tarantino pensa: "Ma perché non mi chiedono di girare un loro episodio?" Uno stallo che poteva rovinare tutto, ma poi la scintilla scatta e si va sul discorso. L'episodio in questione, andato in onda prima dell'estate anche noi, è ormai un supercult del genere.
E per gli appassionati, sta arrivando un intero canale sat, Foxcrime, riempito solo di telefilm gialli e noir.
Scintille, si diceva, e anche fuochi veri e propri che si accendono in tutto il mondo, magari attorno alla stessa fiction, al Montalbano venduto anche in Asia, al sonnolento pubblico estivo di casa nostra che si appassiona - giustamente - per una cosa che si chiama Everwood, Canale 5 e poi Italia 1, in cui c'è la storia di un medico affranto per la morte della moglie che va a vivere sotto le Montagne rocciose. Fenomeno da pianeta intero, come quando si sospirava a ogni angolo del globo per Tyrone Power, oggi con sospiri diversi si seguono le vicende del Doctor House in una delle tante serie mediche di successo. E lo si fa comodi in casa, anche sul televisorino piccolo della cucina (anzi, meglio lì), ha l'aria del vecchio cinema ma è una cosa completamente diversa e da lì non si tornerà più indietro.
Nessuno dice che il cinema al cinema non sia superiore, non trivelli il campo ancora per scovare cose nuove e proporsi con tutta l'arditezza necessaria. Ma chi lo vede? Quanti, soprattutto? Quelli della fiction, specie gli americani, sanno che si possono cogliere tutte le suggestioni del caso, ma poi è indispensabile che il prodotto sia soprattutto televisivo, e quindi ci si lavora sopra, e si scoprono vie nuove e insomma, alla fine tutto è vivo, vivissimo. Quando Italia 1, con mossa notevole e bypassando il satellite, mandò in onda le prime puntate del chirurgo-facciale Nip/Tuck, la porta si aprì di colpo. Mai visto niente di così ardito in tv, sesso e bisturi e cialtronerie di gran classe. E fu subito culto.
Dalla scorsa settimana la medesima rete manda a tarda notte una cosa che si chiama Oz. Che quelli del satellite conoscono da anni, ma è quasi un passo senza ritorno: penitenziario di massima sicurezza americana, l'inferno in tutte le sue forme, violenza da filmone estremo anni Ottanta, linguaggio impossibile da sostenere. E in tv, Va a mezzanotte, e vorremmo anche vedere, ma dopo averne seguito una puntata come si fa a non giocare alto sul futuro televisivo di questo genere, di questi linguaggi?
E dentro il termine fiction, alla fine, ci sta tutto, quindi è facile sparare, anzi godere, nel mucchio. Viene considerata tale anche Un medico in famiglia, grandi ascolti, lo sono quelle dei personaggi ed eventi della storia patria (sono una moltitudine, bisogna smaltirle via via, alla fine saranno uno dei lasciti meno inverecondi della destra al potere, che le ha molto volute), i nostalgici hanno appena pianto appresso alle vicende del Grande Torino, il piccolo Fiorello è diventato una star attraverso storie vere, il dorato mondo del pallone è stato sforacchiato da minifiction aggressive come Ho sposato un calciatore e Ultimo rigore di RaiDue, dove si gioca non a smontare il giocattolo calcio ma a metterci direttamente sotto una carica di dinamite e tanti saluti.
E poi c'è l'America, da spiare, copiare, capire. Girano di tutto, e quasi tutto arriva da noi, soprattutto sui satelliti. La buffa Kirstie Alley ha costruito una sitcom - in arrivo su Foxlife - sul fatto che la stampa gossip la ossessiona da anni con i suoi chili in eccesso e lei ha monetizzato il tutto con una serie che si chiama Fat Actress (L'attrice grassa), con il racconto delle sue vicissitudini.
In America hanno già visto la prima serie di Rome e si godono le decine e decine di serie minori (si fa per dire: dove mettiamo Six Feet Under o i Sopranos?) giunti all'ennesima stagione e che nessuno vuole abbandonare. La proliferazione è folle e forse non ci sarà spazio, alla fine, per tutti. Ma mentre ci si ossessiona in ogni dove per capire come salvare il vecchio, malandato cinema, la fiction non ha nemmeno messo la freccia per avvertire e da tempo ha superato ed è andata per i fatti suoi. Può non piacere, ma che gli diciamo ai milioni che invece gradiscono eccome?
E nei veri tribunali americani "Csi" influenza i verdetti
Nei processi, i giurati pretendono di avere le certezze scientifiche che vedono in tv. E falsano le sentenze. Così la stampa Usa lancia l'allarme: occhio ai malati di fiction
di Marco Cicala
Ricusate quel giurato: è drogato. Di tv. Magari, gli autori delle serie forensi di successo come Csi o Law & Order credevano di portare acqua alla mitologia del sistema giudiziario Usa, invece hanno scatenato il putiferio in processi e tribunali. Dal Texas alla Virginia si moltiplicano i sospetti di verdetti falsati da membri di giurie mentalmente plagiati dalle serie in onda su Cbs o Nbc. Nelle ultime settimane la stampa americana - U.S. News coma Usa Today - ha lanciato un allarme quantomeno inedito: occhio alla "subordinazione di giurato a mezzo film". Che succede? Succede che, in aula, il giudice popolare si aspetta che tutto funzioni come nelle fiction. Che fili liscio, rapido e cristallino come negli episodi di Csi. Scena del crimine (da noi su Italia1), dove al veterano della scientifica di Las Vegas Gil Grissom, e ai suoi scattanti ragazzi, basta un'oretta per inchiodare, senz'ombra di dubbio, killer seriali e non, a partire dall'analisi minuziosa di capelli, mozziconi o saliva. Briciole che si stanno trasformando in macigni sulla bilancia della giustizia. Ipnotizzati dalla destrezza con cui i casi vengono risolti in tv, certi giurati non credono più a nulla che non sia prova scientifica. Se manca, niente condanna. Come a Galveston, Texas, dove hanno assolto un uomo accusato di aver ammazzato e fatto a pezzi un vicino. A Phoenix, in un altro caso di omicidio, la giuria ha rifiutato di accettare come prova un cappotto macchiato di sangue perché non era passato per il test del Dna. Peccato che l'imputato stesso avesse già ammesso di traviarsi sul luogo del delitto rendendo così inutile il referto dei genetisti.
Studi effettuati sui giudici popolari confermano che molti di loro sono telespettatori fin troppo voraci e creduli di fiction forensi. Così, oggi, dall'Illinois alla California può capitare che, all'apertura di un processo, un magistrato ricordi alla giuria che anche i metodi scientifici sono fallibili o che la prova del Dna non è verità rivelata. In Massachusetts, invece, non è raro che l'accusa si cauteli chiedendo di poter interrogare i giurati sulle loro abitudini televisive. Ma intanto dall'Inghilterra arriva un altro allarme: le legal fiction stanno rendendo più furbi i criminali. Ora che, dalla tv, sanno come operano gli investigatori, si ingegnano a trovare mezzi di depistaggio. (Questa tv didattica!!! ;-) In aumento gli scassinatori che agiscono con guanti di gomma, gli stupratori con preservativo e i ladri d'auto che, abbandonando il veicolo, lo cospargono di false prove, come mozziconi di sigarette raccolti per strada o nei posacenere dei luoghi pubblici.
In Italia al Pronto soccorso l'effetto E.R. (e Elisir�)
Molti arrivano con l'autodiagnosi già fatta. Altri si stupiscono che nessuno corra e urli. Insomma, una realtà diversa dalla tv. E non sempre peggiore, come racconta una serie girata a Roma.
Stesi sulla barella, li vedevamo con le telecamere in spalla e chiedevano: "Fate E.R. all'italiana, eh?" No, Matilde D'Errico e gli altri della troupe stavano facendo proprio il contrario. In H24 storie di ordinaria emergenza (in onda su FoxLife) e Pronto Soccorso H24 (RaiTre) hanno filmato per mesi e raccontato cosa avviene davvero nel reparto emergenze di un grande ospedale italiano. Il San Giovanni di Roma. "Tra quanti si presentano al Pronto Soccorso" dice Matilde D'Errico "c'è che s'aspetta di trovare magari non Gorge Clooney in camice, ma un dinamismo e un pathos simili a quelli della serie tv. Invece trova un altro tipo di concitazione: per esempio, quella delle decine di pazienti non gravi, i "codice bianco", che intasano i corridoi mentre potrebbero tranquillamente rivolgersi ad ambulatori e medici di base". La realtà scavalca la fantasia ma è troppo prosaica per diventare materia da fiction. "E però non ci sono solo i telefilm a influenzare i pazienti" continua D"Errico, "ma anche trasmissioni di divulgazione medica come Elisir: c'è chi, "istruito" dal programma, va in accettazione e si fa la diagnosi da solo".
Secondo Giorgio Scaffidi, direttore del Pronto soccorso cardiologico del San Giovanni, la forza della tv non si riscontra tanto nei commenti di quei pazienti che vorrebbero emergenze modello E.R. quanto nell'atteggiamento davanti alle telecamere: "Pur stando male, quasi tutti hanno accettato di farsi filmare. L'importante è apparire. D'altro canto- continua il medico, - quasi tutti rimangono sorpresi di quanto il Pronto Soccorso reale sia diverso da quello della tv americana: sorpresi in meglio. E con questo non voglio apparire difensore d'ufficio della mia categoria". L'assenza d'un Clooney non li delude? "Macchè. Anzi: restano favorevolmente colpiti dalla calma, dal fatto che entrando non si trovano ad essere spinti in barella da uno sciame di paramedici urlanti. Ma che hanno da urlare quelli della tv? Strillano dati sulla pressione, sull'emoglobina" A una velocità tale che nessun medico potrebbe prenderne nota o memorizzarli. Più che un Pronto soccorso sembra un'accademia militare coi cadetti che si sgolano a forza di "Sissignore!".
Cose che, di certo, non si vedranno nemmeno nei veri ospedali Usa "Dove stanno messi molto peggio che da noi" dice Scaffidi. "Alle emergenze, i medici devono saper far tutto, perché gli specialisti costano e la maggior parte dei ricoverati non può permetterseli. In tante strutture Usa non ti prendono neppure, se non hai un'assicurazione. Tempo fa, su un'autorevole rivista medica americana raccontavano che all'ospedale della Duke University, in caso di urgenza, perdevano un mucchio di tempo a far scendere dai piani superiori un cardiologo o un farmaco trombolitico. Tutte cose che da noi arrivano subito".
Chissà che cosa pensano i pazienti americani a cui capita di essere ricoverati in ospedali italiani "Ne ho avuti, Alla fine chiedono:"Quanto le devo?". "Niente", rispondo. Non senza una certa soddisfazione, lo confesso". E tra i medici qualcuno si immedesima in E.R.? "Tra quelli con una certa prestanza fisica puoi incontrane qualcuno che se la tira un pò alla Clooney ma, in genere, direi, sono persone con problemi psicologici. Complessi che si portano dietro da ben prima che cominciasse Medici in prima linea: da quando erano bambini e guardavano i Puffi" (m.c.)
Il prossimo fenomeno? Si chiama "Lost". Surclassa "X-Files" e ricorda "Twin Peaks"
Un gruppo di sopravvissuti a un disastro aereo su un'isola. E un mistero che li lega. Campione di ascolti in Usa, è il capofila delle novità (incluso un serial sull'Iraq) in arrivo anche da noi.
Non perdetevi i perduti, quelli di Lost, la serie che si preannuncia come il fenomeno dell'anno. E andrà in onda su RaiDue dall'11 ottobre. "E' il telefilm che sta battendo addirittura X-Files quanto a forum, dibattiti, speculazioni sul web" spiega Leo Damerini, autore, con Fabrizio Margaria, del primo Dizionario dei telefilm (Garzanti, pp. 855, euro 26,50. Una nuova edizione aggiornata uscirà a Dicembre).
La storia di Lost parte alla Robinson Crusoe o Il signore delle mosche: un aereo precipita su un isola tropicale e i sopravvissuti devono cavarsela da soli. Ma gli sviluppi saranno inquietanti: "Si scoprirà" dice Damerini "che tutti i passeggeri sono accomunati da un mistero, da uno strano vincolo. Il tutto costellato da rompicapi di numerologia, da episodi inspiegabili come la presenza di un oscuro orso polare in pieni tropici o la vicenda di uno scampato che era paralitico ma dopo lo schianto dell'aereo riprende a camminare. Un'atmosfera alla Twin Peaks".
Atmosfera che ha catturato il pubblico. Negli Usa, dove la serie non è ancora conclusa. Si sprecano le congetture sul possibile finale: "C'è chi pensa che i passeggeri siano extraterrestri o chi crede si tratti di persone reduci da esperimenti nucleari "staremo a vedere".
Dalla fantafiction alla fantarealtà. Over There racconta d'una pattuglia di soldati impegnati nella guerra in Iraq. Ma, pur andando in onda sulla non proprio sinistrorsa Fox di Rupert Murdoch, ha diviso l'America: "Non parla dei militari Usa con toni edificanti a senso unico. Gli uomini in divisa parlano anche dei loro scheletri nell'armadio. E' che ormai, negli Stati Uniti. Le fiction possono andare più veloci dei telegiornali. Parlano di preti pedofili, di chirurgia estetica senza falsi pudori come in Nip/Tack" E delle Twin Towers? "Anche di quelle.
Un esempio: alla serie Csi ambientata a Las Vegas ha fatto seguito Csi Miami, ora, in Csi New York. Il protagonista ha perso la moglie a Ground Zero". E poi c'è il caso Desperate Housewives. "Una delle chiavi del successo è che si tratta di una specie di serie "spugna". Contiene suggestioni tratte da telefilm precedenti: il sarcasmo di Hunter, l'ironia femminile di Sex and the City, la provincia peccaminosa di Peyton Place o Twin Peaks. D'altronde il regista Mark Cherry strizza anche l'occhio a se stesso: negli anni Novanta aveva girato Le cinque signore Buchanans che può essere considerato una sorta di Casalinghe disperate ante litteram".
Le fiction importate dall'America ci parlano di poliziotti ambigui (The Shield) penitenziari infernali (Oz). Compagnie circensi da incubo (Carnevale). Le serie italiane, in confronto, sembrano impantanate in un manicheismo buonista premoderno. Ma perché da noi la lezione Usa non passa? "Manca ancora una vera scuola di autori" dice Leo Damerini, "il linguaggio televisivo degli americani è, allo stesso tempo, più elaborato e più diretto, giornalistico, da Tg. In serie poliziesche come La squadra qualcosa di quell'impostazione è stato assorbito. Ma siamo solo agli inizi." (m.c.)
Il vero distretto di polizia e i cloni-tv: cronaca di un confronto all'italiana
Gli attori della serie da poco tornata in onda su Canale 5. E gli agenti di un commissariato romano. Affinità? Molte. Differenze? La burocrazia
di Carlo Ciavoni
Roma. Di certo c'è solo che alla fine di questa quinta serie del Distretto di Polizia, il commissario Giulia Corsi (Claudia Pandolci) uscirà di scena. Sembra che di finali ne siano stati girati due e che a decidere saranno gli sms del pubblico. Ma non è detto.
Pandolfi, che succede, la fanno fuori?
"No. Uscirò di scena viva. Non dico come se ne andrà Giulia Corsi, spiego le ragioni della scelta di Claudia Pandolfi. Il tempo è scaduto: del resto lo avevamo stabilito quando, due anni fa, ho sostituito Isabella Ferrari. E' stato bello, ho stabilito rapporti meravigliosi, ma ora passo ad altro".
A cosa?
"Faccio un thriller. Un'opera prima, con una produzione indipendente".
Al primo piano del palazzo della questura di Roma, in una stanza accanto a quella del questore, Marcello Fulvi, si proiettano i due episodi della seconda puntata di Distretto di Polizia: Doppio inganno e Verità nascoste. Con Claudia Pandolfi, ci sono Giorgio Tirabassi, Ricky Memphis e tre poliziotti veri: il vicequestore Stefania Strada, gli ispettori capo Giuseppe De Serio e Paolo Leporale e l'assistente Andrea Ligi.
Cosa pensano del finto distretto i veri poliziotti?
Strada "Riconosco nella fiction il nostro lavoro quotidiano. Anche se loro una parte dei nostri compiti non li svolgono. Noi non facciamo solo investigazioni: io mi occupo di pratiche burocratiche, del coordinamento degli uomini nei servizi di ordine pubblico allo stadio, e di tante altre cose".
Non vi sembrano troppo buoni?
Strada "Questo è un prodotto televisivo destinato a milioni di persone, alle quali si disegna un quadro il più vicino possibile alla realtà quotidiana dei 110 mila poliziotti italiani. Certo, la vita vera è sempre un'altra cosa".
Ligi "Un vero distretto di polizia somiglia abbastanza a quello che vediamo in televisione, amicizie comprese. Certo, la serenità dei rapporti è una variabile che può esistere o no, dipende dalle persone del gruppo. Ma i nostri compiti quotidiani sono un pò più articolati e non si limitano all'investigazione. Che pure c'è. Eccome"
Insomma, tutto più facile nella fiction, tutto accelerato?
Tirabassi "Beh, intanto se un carattere non ti piace lo modifichi un pò.
Ardenti L'ho avvicinato al mio modo di vedere le cose. Lui doveva essere un rampante che tentava di scalzare il capo. Non sarei mai riuscito a farlo. Col tempo sono invece emersi i veri rapporti tra noi, che hanno finito per dare alla fiction il forte calore che ha. Anche gli accenti romaneschi che Rick ed io abbiamo infilato nei dialoghi non erano previsti"
Un successo. Un turn over di sei registi, 40 settimane di lavoro per ogni serie, una sesta edizione che si comincerà a girare a gennaio. Qual è il segreto?
Memphis "Il fatto che le nostre relazioni private abbiano modellato i personaggi ci ha molto aiutato. Siamo amici davvero. Ci frequentiamo e con Luca Benvenuto, l'agente Simone Corrente, abbiamo anche aperto una trattoria a Testaccio"
Ma secondo voi attori, i poliziotti sono così, come li interpretate?
Pandolfi "A noi sembra di averli tratteggiati con molte sfumature. Non è vero che siamo tutti buoni.
Belli (Ricky Memphis) stavolta viene coinvolto in un omicidio. E se la vedrà molto brutta"
Tirabassi "Ci siamo resi anche conto della funzione sociale che un programma di prima serata contiene nell'educare alla legalità soprattutto i ragazzi"
Momenti pericolosi sul set?
Tirabassi "Nessuno. Tranne una volta, durante una scena in cui Ricky ed io stavamo entrando in una casa dove ci aspettava un rottweiler che avrebbe dovuto essere addestrato. E soprattutto legato. Siamo entrati quatti quatti quatti, pistole in pugno, nella penombra. All'improvviso, spunta una belva, che ci si è avventata addosso. Sono salito all'indietro su una scala di corsa. Sembravo Buster Keaton".
Foto: uno dei personaggi di Csi Miami
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