Fonte: Infanzia n. 1.2, gennaio/febbraio 2007
di Roberto Farnè
La ragione del mio interesse a mantenere i contatti con le realtà educative nasce da un percorso professionale che mi ha visto nel ruolo di educatore e animatore culturale per undici anni, una pedagogia pratica sulla quale ho cercato di costruire i miei campi di studio.
Ciò che minteressa è far dialogare la ricerca e la teoria con le esperienze; credo molto nel reciproco arricchimento di questi ambiti e credo che questo sia il modo con cui dare una certa scientificità al lavoro.
La televisione, nelle sue funzioni ludiche ed educative nei confronti dellinfanzia, è uno dei temi su cui lavoro da più tempo in Università, dove sono entrato alla metà degli anni 80 in un gruppo di ricerca guidato da Piero Bertolini, che aveva iniziato alcuni anni prima a fare ricerca in questo campo: è del 1976 la prima ricerca Italiana (e una delle prime in Europa) su televisione e bambini nella fascia detà 3-6 anni. Premetto che il mio atteggiamento nei confronti della televisione non è allarmistico, pur riconoscendo che gestire un medium come la TV in ambito famigliare non è facile (almeno per quei genitori che si pongono il problema
). Lallarmismo è un atteggiamento che caratterizza tutti coloro che si sentono disarmati nei confronti del medium, che pensano che esso giochi un ruolo così potente da rendere inefficace ogni nostra intenzione e azione educativa.
Spesso mi trovo a parlare con gruppi di insegnanti che dichiarano la loro impotenza nei confronti di quella che definiscono una vera e propria aggressione culturale e dis-educativa da parte della TV e di cui i bambini sarebbero vittime designate. Essi affermano di non poter fare nulla perché è la televisione che comanda, la didattica che noi facciamo non attira i bambini e diventa estremamente faticosa
. Prevale lidea che la scuola sia condannata al ruolo di perdente in una ipotetica (reale?) competizione col mezzo televisivo.
Non condivido questi atteggiamenti perché ritengo che oggi, se cè una istituzione indispensabile sul piano educativo, è proprio la scuola; e se gli insegnanti, che della scuola sono i protagonisti e i professionisti, si sentono perdenti, allora davvero non ci resterebbe altro da fare che abbandonare il campo.
Cercherò di spiegarmi: la cultura di massa nella quale i bambini (e noi) sono immersi è una cultura particolarmente ricca, persino ridondante di stimolazioni, messaggi, suggestioni; per questo motivo abbiamo bisogno di avere una realtà educativa istituzionale e formale che si muove su modelli e linguaggi che sono diversi da quelli. Il problema della scuola non è di essere in competizione con la televisione, ma di costruire delle esperienze educative in grado di attrezzare i soggetti più giovani con gli strumenti culturali, le competenze linguistiche e disciplinari che costituiscono le fondamenta solide della propria istruzione, su cui poter costruire nel corso del tempo una formazione in cui anche la TV avrà un proprio ruolo, probabilmente non devastante. Un bambino o una bambina di 7-8-9 anni, ma già nella scuola materna lo si può vedere, che ha delle buone competenze linguistiche, una buona padronanza di categorie logiche, che sa rapportarsi agli altri sul piano della socializzazione, non avrà problemi con la televisione, non sarà minacciato nel suo sviluppo educativo e culturale.
Sarà probabilmente un bambino che, come tanti, guarda in televisione alcuni programmi che gli piacciono, condividendoli con il gruppo di amici o di amiche in momenti di gioco o di rielaborazione verbale. La mia preoccupazione riguarda quei bambini e quelle bambine che guardano altrettanta televisione, ma hanno un vocabolario povero e difficoltà a esprimersi verbalmente, hanno una socializzazione debole o problematica, le loro categorie logiche e linguistiche sono fragili.
Questi soggetti mi preoccupano, non per il fatto che guardano la televisione, ma perché hanno meno strumenti per lelaborazione dei messaggi, per trasformarli da esperienza subìta a esperienza vissuta. Credo che la nostra scommessa debba interessare i livelli formali dellistruzione e delleducazione e per fare questo occorre una scuola competente, che non entra in competizione con lappeal televisivo (obbiettivo comunque improbabile) e nemmeno si rende il più possibile facile: una sorta di Easy-School tesa ad appianare ogni difficoltà.
La scuola deve mantenere alto il livello dellofferta didattica, deve essere in grado di stare al passo con i processi di inculturazione che coinvolgono i bambini nella loro vita quotidiana; questo significa, da parte della scuola (e della professionalità degli insegnanti) alzare il livello della competenza culturale e didattica, mai abbassarlo.
Considerando la totalità dei mass-media e non solo la televisione, la scuola deve confrontarsi in riferimento alle proprie peculiarità, quelle delle competenze linguistiche e disciplinari, delle rielaborazioni critiche, dellimparare e leggere ed anche ad apprezzare messaggi, forme e media: non a caso questa è la dizione con cui viene definito uno dei campi desperienza negli Orientamenti della Scuola dellInfanzia. Ciò premesso, esiste un Problema televisione? Certo che esiste. Esso rientra, dal mio punto di vista, nellambito di quella che definisco pedagogia della famiglia, che da alcuni anni è anche una disciplina che si insegna nei corsi di Scienze della Formazione. Essa riguarda i modelli, le strategie e gli stili educativi, che allinterno della famiglia si possono sviluppare, sulla base di una più o meno consapevole intenzionalità pedagogica. Si tratta, in altri termini, di rispondere alla domanda: come e che cosa si impara nel contesto della famiglia come istituzione educativa? E se esistono una competenza educativa e una responsabilità educativa proprie della famiglia, in cosa consistono?
La televisione abita la vita quotidiana dei bambini, essa fa parte dellambiente famigliare. Quando un bambino nasce, la televisione è già una presenza domestica normale e può accadere che di televisioni egli ne trovi una sola o una in ogni stanza; questo è lesito di scelte che potremmo definire di politica culturale che riguardano quella famiglia nella propria libertà di decidere, che riguarda anche il fatto di acquistare o meno dei giornali, dei libri, di andare al cinema ecc. Ci si può chiedere quale sia il profilo, lidentità, che ogni famiglia determina nellambito della propria politica culturale, compiendo liberamente e responsabilmente determinate scelte (e rinunce). Non ho mai ritenuto che si debbano fornire ricette in merito alla fruizione televisiva (dosi, posologia, controindicazioni
); credo che lesperienza televisiva rientri a pieno titolo fra le esperienze che nellambito della famiglia vanno gestite con il senso della responsabilità educativa che i genitori devono assumere, come avviene ad esempio per leducazione alimentare, per le esperienze del tempo libero ecc., dove i genitori sono chiamati a svolgere una funzione educativa che è insieme di controllo, ma anche di opportunità.
Alcuni anni fa, in una riunione di genitori in una scuola dellinfanzia, la mamma di una bambina di 5 anni raccontò la propria esperienza: lei e il marito avevano scelto di non tenere la tv in casa e non farla vedere alla bambina che pure, da nonni e amiche, la guardava. A questi genitori piaceva pensare che la figlia crescesse in un ambiente senza televisione seguendo altri interessi. Le cose sembravano andare bene finchè un giorno la bambina disse ai genitori: «insomma papà, io non ho capito, se a voi la televisione non piace potete benissimo non guardarla, ma perché io non la posso guardare se mi piace?» Il ragionamento della bambina non è stato: «Noi non abbiamo la televisione perché i miei genitori pensano che si tratti di una cosa brutta e pericolosa, e così loro pensano che sia meglio per me; quindi lo fanno per il mio bene
». Più semplicemente (e realisticamente), la bambina ha pensato che i suoi genitori non hanno la televisione perché a loro non piace; ma il fatto di averla non li obbliga a guardarla e consente a lei, che invece ha trovato nella TV qualcosa di interessante, di seguire i suoi programmi preferiti. Quella mamma concluse il suo racconto dicendo che avevano capito molto bene il messaggio della figlia, e di lì a poco comprarono un televisore. Ci possono essere anche genitori che vedono nella televisione uno strumento essenziale ed irrinunciabile per potersi dire cittadini del proprio tempo, che lasciano ampia libertà di fruizione in un ambiente famigliare dove si trovano anche diversi apparecchi televisivi (cucina, soggiorno, camera dei ragazzi
). Il principio è che inibire o censurare la fruizione della TV produrrebbe effetti contrari a quelli voluti, per cui meno limiti si mettono meglio è, perché comunque sarebbero destinati a fallire e nessun genitore sarebbe in grado di fare il guardiano dei consumi televisivi del figlio. Ognuno impara a gestire la televisione esplorandola e conoscendola direttamente, un po come avviene con il computer e i videogiochi. Ma ci sono anche famiglie dove la televisione sottostà ad un principio di moderazione e di mediazione: un solo apparecchio televisivo che va fruito insieme oppure stabilendo criteri di scelta che accontentano di volta in volta qualcuno. Non è una strada facile, ma è pur sempre una strada; una scelta rigorista che impone, per esempio, di non guardare la TV quando si pranza o si cena insieme.
Che cosa è meglio, che cosa è peggio, in base a che cosa facciamo determinate scelte, oppure ci adattiamo a una situazione di non-scelta? E nellambito della famiglia, della sua pedagogia che noi dobbiamo riportare il problema originario delleducazione al rapporto con la TV, poiché nella famiglia si creano le condizioni (e i condizionamenti) che favoriscono certe pratiche duso, abitudini, regole, atteggiamenti. Mussi Bollini ha mostrato una serie di dati dai quali emerge che molti bambini, nella fascia detà 4-8 anni, sono davanti alla televisione oltre le ore 23. Indipendentemente da ciò che a quellora possono guardare: è colpa della televisione tale fenomeno? Sono per questo legittimato a dire che un programma come Le Iene, dove non mancano parolacce, riferimenti espliciti al sesso ecc. è un programma pericoloso perché ci possono essere bambini che lo guardano? Ci si dovrebbe chiedere, piuttosto, che cosa impedisce a dei genitori di limitare oltre una certa ora la fruizione serale di TV ai figli, soprattutto in ragione della loro età.
Non serve un esperto per dire che un programma come Le Iene, peraltro divertente e ben fatto oltre che dissacrante, non è certo un programma adatto a dei bambini. Dovrebbe bastare il buon senso educativo di ogni genitore per capire che oltre una certa ora serale un bambino deve andare a dormire (una volta, fino agli anni 70, si diceva A letto dopo Carosello, quando quel programma pubblicitario costituiva una sorta di spartiacque televisivo, graditissimo al pubblico dei bambini, ma oltre il quale essi non potevano andare). Mi rifiuto di accettare lidea, e ciò che ne consegue, che la televisione sia un mezzo più potente di noi, uno strumento che riusciamo ad accendere ma che poi sarebbe difficilissimo spegnere. Eppure, come genitori, ci impegniamo e facciamo attenzione ai rischi che i bambini possono correre nella loro vita quotidiana, in casa e fuori casa; la cultura della prevenzione è da tempo entrata nel nostro modo di pensare e di osservare la realtà che ci sta intorno, soprattutto in riferimento allinfanzia. Siamo, ad esempio per quanto ci è possibile, attenti a cosa i bambini mangiano (quantità e qualità); potremmo essere accondiscendenti verso delle preferenze, ma con un senso della misura che porterà a volte anche a dire di no e a variare la dieta. Pare, però, che questo esercizio, che definirei di cura educativa, non riusciamo ad esercitarlo nei confronti della televisione, o comunque lo troviamo particolarmente difficile. Ricondurre allambito della pedagogia della famiglia il problema delleducazione al rapporto bambini/TV, non significa escludere la scuola da questo campo desperienza.
La media education e la media litercy intese come percorsi formali di istruzione/educazione a leggere e scrivere i linguaggi del cinema e della televisione, dei fumetti e della pubblicità, riguardano direttamente la scuola in ogni ordine e grado. In questo campo la scuola si muove, dove si trovano insegnanti che hanno le necessarie competenze didattiche, sulla base dei propri strumenti culturali, utilizzando i media e i loro messaggi come testi visivi o audiovisivi su cui esercitare analisi di comprensione, attività di rielaborazione e di critica, laboratori espressivi e comunicativi. Il rapporto con i media è complesso e intrigante, perché è fortemente caratterizzato da aspetti emozionali.
Il mio rapporto con la televisione si basa soprattutto su ciò che mi piace vedere, e sul piacere cinestetico dato da una sorta di flusso continuo di immagini e di suoni che mi pervadono. E così anche per i bambini, soprattutto per i bambini. Per capire la forza di penetrazione della TV e il legame forte che si instaura con questo medium, bisogna partire di qui e le cose non sono molto diverse fra noi e i bambini. Ci preoccupiamo e vorremmo che essi guardassero soprattutto programmi educativi, purificati da ogni elemento che riteniamo sgradevole (violenza, sesso, linguaggio volgare ecc.), ed è una giusta preoccupazione, entro certi limiti. Eppure noi ci riteniamo liberi di guardare semplicemente ciò che ci piace: una soap-opera, una partita di calcio, unisola dei famosi
Insomma, a noi piace essere sciolti da ogni vincolo rispetto alla qualità culturale nei confronti della TV (concerti sinfonici, SuperQuark, RAI Educational ecc.), ma vorremmo che i bambini mantenessero questo legame rispetto a programmi che noi riteniamo belli e buoni e per loro. Credo che, se si deve intraprendere una battaglia sulla qualità della televisione (e i motivi non mancherebbero), questa debba riguardare tutta la televisione, non solo la cosiddetta fascia protetta, che a volte non si direbbe così protetta
Ciò che più mi preoccupa è la volgarità televisiva; uso la parola volgarità non riferita solo ad un certo uso del linguaggio parlato, ma più in generale alla sua bassa qualità nelle forme e nei contenuti, soprattutto quelli del cosiddetto intrattenimento. Ci troviamo di fronte a una televisione piena di chiacchiere, di pettegolezzi in diretta, di spezzoni di vita osservati dal buco della serratura, di emozioni false che devono sembrare vere.
Siamo pervasi da una volgarità estetica della televisione di maggior consumo che trovo, questa sì, davvero pericolosa per la sua ricaduta culturale. Detto questo, sono convinto che la televisione di qualità esiste, ma che la qualità riguarda molti ambiti della programmazione, non si applica solo alle trasmissioni di tipo culturale (che se sono noiose manifestano una scarsa qualità televisiva), ma anche allo spettacolo, allintrattenimento, alla fiction. Quando Fiorello nei suoi spettacoli del sabato sera ci propone le performance dei Momix, uno dei gruppi di teatro-danza artisticamente più creativi, ci offre un eccellente contributo culturale: quanti conoscevano questo gruppo e la loro arte per essere andati a teatro a vederli? Una piccola quanto elitaria minoranza rispetto al grande pubblico del sabato sera, almeno 10 milioni di spettatori. Quando tra la fine degli anni 70 e linizio degli anni 80 è partita la cosiddetta invasione dei cartoons giapponesi nella nostra TV, si è detto tutto il male possibile di quei prodotti.
Critiche generalmente mosse da pregiudizi e da incompetenza, basate sul luogo comune ossessivamente ripetuto per cui quei cartoni animati erano violenti e inducevano violenza nei bambini che li guardavano, erano brutti perché fatti con il computer. Il problema vero è che il cartoon giapponese rompeva drasticamente le categorie estetiche tradizionali di quel medium; gli adulti non riuscivamo ad accettare che il cartone animato non fosse più quello che era sempre stato, e cioè la fiaba di matrice disneyana o il cartoon comico della serie Warner Bros o Hanna & Barbera. Il cartoon giapponese portava il dramma, i conflitti umani più profondi, portava narrazioni e rappresentazioni epiche, trattava i bambini come soggetti capaci di vivere delle sensazioni forti, di appassionarsi a racconti dove lamore, la sofferenza, la lotta, erano ingredienti fondamentali, come nelle storie dei grandi. E i bambini, come è naturale, si trovavano del tutto a proprio agio con un audiovisivo dove il movimento, le sonorità, i corpi avevano un linguaggio decisamente alternativo rispetto a quello tradizionale.
Oggi mi capita di incontrare studenti che sono cresciuti con i cartoons giapponesi e che mi chiedono di fare tesi di laurea e ricerche su determinati autori di quelle produzioni, o sui fenomeni di cultura giovanile ad essi collegati I cartoons giapponesi mi portano a pensare ai fumetti che provengono da quello stesso paese, i Manga, anchessi basati su un linguaggio innovativo nel mondo dei cosiddetti giornalini. Basta entrare in una fumetteria, ce ne sono soprattutto nelle città più grandi, per rendersi conto delle gigantesche dimensioni editoriali che hanno i fumetti giapponesi, molti dei quali vengono pubblicati da noi con lo stesso impianto originario, per cui devono essere letti a rovescio rispetto al nostro modo di sfogliare un libro o un giornale. Chiediamoci: cè qualcuno che insegna ai bambini a leggere i fumetti prima che comincino a leggerli? Eppure il fumetto è un linguaggio che ha delle proprie regole codificate: cè una sceneggiatura, il suo linguaggio è ellittico, il rapporto fra testo e immagine si basa su particolari codificazioni espressive.
Tutto questo il bambino lo impara da solo: simmerge nel fumetto quando ancora non sa leggere, lo guarda, fa collegamenti, inferenze, comincia a penetrare quel linguaggio trovando delle costanti e delle variabili, arriva da solo ad un certo livello di comprensione e scopre che gli piace, quindi è spinto a continuare e imparerà sempre meglio, acquisirà una sua competenza che lo porterà poi a scegliere se gli piace Dylan Dog piuttosto che i Supereroi della Marvel, o se immergersi nel mondo visivo dei Manga. Il rapporto con la televisione non è molto diverso. Lattaccamento nei confronti di questo medium, attaccamento nel senso di attenzione vera, comincia intorno ai 4 anni, un po prima per le bambine perché le bambine hanno uno sviluppo del linguaggio e delle capacità cognitive ad esso legate un po anticipato rispetto ai maschi. Diciamo che intorno a quelletà il rapporto con la televisione comincia a diventare significativo, poiché non si tratta di un piacere puramente cinestetico, per un apparecchio che può sembrare una sorta di caleidoscopio visivo e sonoro: il bambino e la bambina cominciano a partecipare a ciò che vedono in TV, a capire le storie, i personaggi. Questa naturale disponibilità a conoscere e a capire la TV da parte del bambino, interagisce in maniera significativa con la sua competenza linguistica e con le esperienze concrete di gioco, di socializzazione, di comunicazione che egli vive nella sua vita quotidiana.
Il rapporto con la TV avviene per immersione, come con i fumetti, come nel gioco e così i bambini costruiscono progressivamente una loro competenza. Se un bambino ha dei genitori attenti a queste esperienze, che ogni tanto, ma senza essere pedanti, hanno la disponibilità a parlare su ciò che si è visto in TV, esprimendo pareri, dialogando in maniera informale, essi metteranno il bambino nella condizione di essere attivo rispetto a quella esperienza, di farla propria come quando ci gioca condividendola insieme ad altri amici. Se poi quel bambino troverà a scuola un insegnante che propone qualche volta di guardare la televisione per poi discutere assieme di un determinato programma lesperienza televisiva acquisterà un significato tutto particolare, che la farà diventare qualcosa di diverso dal solito guardare la TV. Esistono, intorno al rapporto bambini/televisione, diversi livelli di responsabilità: cè, come si è detto, una responsabilità della famiglia nel gestire la televisione nellambiente domestico, che è quello dove viene normalmente fruita dai bambini e dai genitori; questa responsabilità non verrebbe meno anche se avessimo la migliore televisione possibile. Anche in questo caso, posto che sia ipotizzabile, un bambino che stesse 4 o 5 ore al giorno davanti alla TV guardando degli ottimi programmi, dovrebbe sollevare qualche preoccupazione. Poi esistono responsabilità politiche, che ci riguardano come cittadini elettori, soggetti politici; esse riguardano il quadro legislativo e le scelte di politica culturale che investono la TV, gli organismi di controllo e di garanzia ecc.
Ci sono le responsabilità della scuola, che ha il compito di alfabetizzare e di trasmettere, a partire dallinfanzia, strumenti e competenze culturali. Credo che nella scuola, la Tv e gli altri media dovrebbero trovare uno spazio di elaborazione didattica, a partire da un principio: che gli insegnanti si dispongano a trattare i media seriamente, come portatori di linguaggi e messaggi che svolgono un ruolo importante nella nostra vita. Un insegnante preparato può lavorare su un messaggio pubblicitario con lo stesso rigore didattico che dedica a una poesia. Siamo soliti affrontare il problema televisione aggredendo direttamente il mezzo, io invece sono convinto che noi dobbiamo aggirarlo.
Quando mi si pone il problema di che cosa può succedere ai bambini che trascorrono troppo tempo con la televisione accesa, io rispondo con unaltra domanda: che cosa proponiamo ai bambini nel loro tempo libero oltre che guardare la televisione? In realtà esiste un formidabile antidoto alla televisione, o meglio, alluso eccessivo della televisione: il gioco. Il bisogno naturale del bambino è quello di giocare e giocare vuol dire muoversi, usare il proprio corpo e il proprio immaginario, avere dei compagni con cui condividere i giochi, poter trascorrere insieme del tempo in uno spazio libero, meglio se allaperto.
E ciò che i bambini non hanno abitualmente a disposizione; il gioco nella sua forma di attività libera e socializzata, in uno spazio e in un tempo da gestire liberamente, sta diventando sempre più eccezionale nella vita dei bambini e delle bambine, anziché, come dovrebbe essere, la loro esperienza più normale. Per un bambino che gioca, nelle diverse forme con cui lattività ludica si può esprimere liberamente negli anni dellinfanzia, la televisione dovrà comunque fare i conti con il suo mondo dei giochi, fatto di cose concrete e di fantasie vissute.
