Un’analisi della realta' brasiliana
L’articolo che segue è tratto dal lavoro di tesi di laurea in Comunicazione Mediale, svolto secondo l’orientamento del prof. Pier Cesare Rivoltella presso l’Università Cattolica di Milano.
Il valore politico e sociale della Media Education nella riflessione e nelle pratiche educative in Sud America. Un’analisi della realtà brasiliana.
di Magda Pischetola
Introduzione alla realtà brasiliana
La ricchezza di proposte di educazione ai media sul territorio brasiliano è sintomatica dell’energia di chi vi abita. Nell’arco dei tre mesi in cui ho svolto la mia ricerca di tesi nelle città di Florianopolis (a Sud, nello stato di Santa Catarina) e di Rio de Janeiro, ho avuto occasione di conoscere un numero altissimo di progetti con i media, spesso avviati da un gruppo di pochi educatori e spesso con l’ausilio di mezzi molto modesti. Ciò che colpisce un visitatore europeo è proprio la capacità di dare valore alle idee, prima che a ogni altra cosa, per poi attuarle molto rapidamente, coinvolgendo i giovani della comunità, sensibilizzando chi non vi appartiene, cercando di lavorare al di là dei pregiudizi, che malgrado la mescolanza etnica creano sempre ostacoli complessi da superare.
Per chiarire il contesto dell’educazione ai media così com’è operata in Brasile, è infatti necessario comprendere come la società brasiliana sia fondamentalmente spaccata in due e conseguentemente divisa da un grande preconcetto tra le due realtà parallele che la abitano: la cosiddetta “classe media” da un lato e i poveri della città dall’altro. In alcune città del Paese la povertà è bandita dal centro (1), ma nella maggior parte dei casi la spaccatura è già evidente a livello urbanistico, con quartieri ricchi affiancati a quelli poveri, che per la loro grandezza e composizione prendono il nome di favelas, vere e proprie città a sé stanti.
Solo a Rio de Janeiro se ne contano oltre 600, di dimensioni inimmaginabili (la favela da Rocinha, qui sotto nella foto, tocca i 400mila abitanti) e con strutture e servizi interni ormai paragonabili a quelli cittadini (dal parrucchiere alla pedicure, dal cartolaio al fruttivendolo, dalle scuole ai servizi di scuolabus).

Foto 1 – La favela da Rocinha, a Rio de Janeiro
Benché, infatti, l’immaginario comune associ le favelas soprattutto alla povertà, non è questo che più colpisce entrando tra i vicoli e le baracche di queste enormi “città nelle città”, quanto piuttosto la pressione psicologica di una cultura fortemente improntata alla violenza e alla disgregazione del tessuto sociale. Si tratta di un fenomeno complesso, che affonda le radici nella debolezza strutturale dello Stato e nella conseguente mancanza dei servizi primari, e che ha lasciato spazio al radicamento di poteri alternativi. I narcotrafficanti hanno preso il controllo dello spazio pubblico delle favelas e si sono man mano sostituiti allo Stato, arrivando a finanziare servizi e benefici sociali (come le opportunità di salute, di accesso ai servizi di base, le attività per il tempo libero, ecc.) la cui gestione spetterebbe alle politiche pubbliche. Le favelas sono perciò divise al loro interno secondo le influenze di potere dei trafficanti e quando questi entrano in conflitto tra loro (o con la polizia militare, corrotta e spesso essa stessa coinvolta nel traffico di droga), si producono vere e proprie “guerre urbane”, dove le vittime delle sparatorie toccano cifre inaudite e nella gran parte dei casi si tratta di civili non coinvolti nel traffico di droga(2).
È comprensibile che la maggioranza della popolazione si senta minacciata e inibita come soggetto sociale di fronte a questa situazione e che le iniziative di mobilitazione sociale o di rivendicazione dei propri diritti siano pressoché inesistenti. I media, d’altra parte, contribuiscono alla cristallizzazione di queste situazioni di rischio, con il risultato di creare vere e proprie barriere tra i favelados e il resto della città, e contribuendo così ad affermare il pregiudizio contro i poveri, visti come soggetti pericolosi e in realtà prime vittime di questo stato di cose (secondo le stime di chi abita nelle favelas, la percentuale di trafficanti non va oltre il 2-3%).
La Media Education in Brasile
I progetti di educazione ai media si inseriscono in questo contesto, cercando di dare risposte concrete e promuovendo, in primo luogo, la riflessione critica e l’alfabetizzazione ai linguaggi mediali, nell’ottica di recuperare quei diritti di cittadinanza cui molti cittadini non possono accedere. Nonostante la parzialità di questa mia analisi e pur ammettendo che si tratta di una visione soggettiva e personale delle realtà incontrate in Brasile, ho cercato di dare un ordine sistematico alla lunga lista delle attività censite, vagliando le diverse motivazioni di ogni progetto e gli obiettivi cui tende.
Innanzitutto ho ravvisato una prima sostanziale suddivisione delle iniziative di Media Education in base all’importanza data al medium utilizzato da un lato e al contenuto educativo dall’altro. Alcuni progetti infatti pongono in primo luogo l’accento sui contenuti, considerando i media come un semplice mezzo di trasmissione o di espressione del contenuto stesso. Altri al contrario insistono sulla specificità del mezzo ponendo talvolta in secondo piano i contenuti (e si potrebbe qui sollevare un quesito: si tratta in questo caso di educazione ai media?).
La maggioranza di essi tuttavia racchiude i due approcci, tecnico e contenutistico, distribuendo equamente l’attenzione ai temi riguardanti le tecniche mediali e le tematiche educative. Hanno però intenti e modalità molto diverse, a partire da un’analisi dei media come mezzi molto potenti, da cui difendersi attraverso un’attenta decostruzione del loro linguaggio, alla produzione audiovisiva, giornalistica, radiofonica, da parte dei giovani del quartiere, degli studenti, di gruppi di insegnanti particolarmente curiosi e attenti al tema.
Per esemplificare, possiamo raccogliere queste diverse iniziative di Media Education secondo tre grandi “categorie di intervento”:
- analisi critica: progetti che mirano a una sensibilizzazione rispetto al contenuto mediale, con interventi attivi come:
- l’informazione alternativa (come ad esempio www.fazendomedia.com: giornale on line e cartaceo a tiratura nazionale creato da studenti universitari su cui scrivono giornalisti stessi, che non trovano spazi di libertà espressiva nelle loro testate),
- la denuncia di realtà illegali e la riflessione sull’informazione giornalistica (come ad esempio www.midiaindependente.org: circuito mondiale di informazione alternativa on line),
- lo stimolo alla creatività (come www.estacaovirtual.com, serie di incontri con proiezioni e dibattiti, volti a formare i professori al linguaggio cinematografico, per abituarli all’uso dei film come strumenti di educazione);
- potenziamento espressivo: progetti che utilizzano un mezzo per:
- la conoscenza del linguaggio di un mezzo (come www.futura.org.br, emittente televisiva che organizza per gli studenti laboratori di montaggio gratuiti, con l’obiettivo di avvicinare i giovani al mondo mediale, attraverso l’appropriazione degli strumenti tecnologici e lo sviluppo di prodotti mediali di qualità; come anche www.fiocruz.br, associazione che organizza con le scuole attività di produzione audiovisiva),
- l’espressione personale, anche artistica e professionale (per esempio www.cinemaneiro.com.br, associazione no profit che opera nelle più pericolose favelas di Rio, proponendo laboratori di cortometraggi e produzione cinematografica che hanno dato l’avvio a piccole produzioni di grande qualità. L’associazione lascia ai ragazzi la totale libertà di contenuti concentrandosi più sulle loro potenzialità espressive che sull’educazione ai media vera e propria);
- alfabetizzazione: progetti che hanno come scopo:
- il miglioramento sociale attraverso l’acquisizione di diritti civili e politici (un esempio di grande valore è quello del CEASM – Centro di studi e azioni solidali della Maré, www.ceasm.org.br – organizzazione no profit della favela Maré a Rio de Janeiro, dove abitano oltre 200mila cittadini, che attraverso innumerevoli progetti di fotografia, scrittura creativa, giornalismo ha conseguito negli anni importanti cambiamenti positivi per la favela, riuscendo a sensibilizzare ai problemi della violenza e del traffico di droga anche le università e i media locali);
- l’inclusione dei più emarginati (per esempio attraverso l’alfabetizzazione digitale, con i laboratori informatici del Centro per la Democratizzazione Informatica, www.cdi.org.br, che conta oggi circa 700 scuole coinvolte e 2mila educatori in tutto il Brasile; oppure attraverso la radiofonia, mezzo attraverso cui i disabili sono ad esempio coinvolti nella riflessione sui pregiudizi della società nei confronti della diversità e sul ruolo culturale dei media: cfr. www.radiomec.com.br),
- il rafforzamento della comunità di appartenenza, per superare pregiudizi e divisioni sociali, nell’ottica del dialogo, della condivisione, dell’affermazione dei propri diritti civili, della risoluzione di problemi comuni (il Grupo Eco, www.grupoeco.org.br, della favela Donna Marta, recupera computer non funzionanti, per sistemarli e donarli agli abitanti della comunità, organizza laboratori di informatica, ha fondato un Telecentro nella favela per la connessione a Internet, ha creato la televisione di quartiere e recentemente ha avviato laboratori teatrali e di scrittura scenica. Si segnala anche il portale www.vivafavela.com.br, che riporta tutte le attività educative con i media che si tengono nelle altre favelas di Rio).

Foto 2 - Una fotografia scattata da un allievo della Escola Popular nella favela da Maré
A questa suddivisione si aggiunge una quarta categoria, che riguarda propriamente la formazione dei docenti. Vi sono infatti alcuni progetti che si dirigono direttamente agli insegnanti e che mirano a espandere l’utilizzo dei media nell’educazione proprio grazie alla sensibilizzazione di chi per primo fa educazione. Citiamo qui l’esempio della fondazione Multirio, impresa municipale di multimedia (www.multirio.rj.gov.br), che offre agli insegnanti una serie di corsi di aggiornamento e formazione su ogni singolo mezzo di comunicazione, gestiti da personale qualificato e di grande qualità dal punto di vista formativo. Un altro esempio encomiabile è quello del Cineduc (www.cineduc.org.br), associazione che offre da quasi 40 anni servizi di formazione sparsi lungo tutto il territorio brasiliano, vantando un’ottima organizzazione del lavoro. I corsi sono destinati agli insegnanti e prevedono un’introduzione teorica al cinema, un dibattito per scelta dei contenuti, fino alla produzione vera e propria di un filmato e alla successiva edizione.
Questi rari progetti di formazione sono forse i più importanti, nell’ottica di sensibilizzare i docenti alla Media Education, diffondere le pratiche di utilizzo dei media e renderli davvero uno strumento efficace di cittadinanza.
Riflessioni conclusive
Per tirare le fila del discorso, sarà bene innanzitutto ricordare che tutti questi progetti si svolgono in situazioni di grande carenza, quando non di materiale concreto, di energie e di motivazione da parte degli educatori o di formazione adeguata. La scuola pubblica fatica infatti a trovare le risorse adatte, investita com’è di responsabilità evidenti nei confronti di bambini spesso abbandonati a se stessi, pur rappresentando tuttavia per loro l’unico e l’ultimo punto di riferimento. Gli insegnanti sono i primi a sottovalutare le responsabilità del proprio ruolo rispetto alla formazione degli alunni: sembra che non abbiano nessun potere, né individualmente sulla conduzione delle lezioni, né tanto meno sulla situazione generale dell’educazione pubblica.
In questo contesto, l’utilizzo dei media può essere un valido aiuto alla promozione di inclusione sociale da parte di chi lavora con le parti più svantaggiate della popolazione, in vista del recupero dei diritti umani, sociali e politici dei cittadini che non hanno consapevolezza o non sanno con che mezzi esprimerla, o peggio non la sanno esprimere perché analfabeti.
Se è vero che il modello sociale, culturale e curricolare nel quale le attività vengono svolte ha un’indubbia importanza in relazione all’efficacia e alla riuscita di un progetto, d’altra parte il principale differenziale della qualità della preparazione scolastica continua ancora ad essere, al di là della componente decisiva del contesto sociale e culturale, la formazione dell’insegnante. Molte iniziative che ho conosciuto mostrano come sia possibile che un singolo individuo crei uno spazio di discussione, utilizzi uno spazio fisico con creatività, o dia l’avvio a un’attività da solo, capace di contribuire al cambiamento di una realtà. In questo senso i media possono costituirsi in campo pedagogico come :
- strumenti validi per stimolare il pensiero informativo, attraverso spunti per l’analisi critica e l’autoriflessione;
- veicolo di creatività e di espressione all’interno di una comunità;
- mezzi per l’apprendimento e l’appropriazione di significati, a partire dal proprio orizzonte storico e culturale di riferimento;
- occasione per comunicare e costruire, attraverso il dialogo e il confronto con gli altri, la propria personalità, valorizzando capacità personali e capacità critiche.
Come suggerisce Masterman, «può trattarsi anche di attività molto semplici, a bassa tecnologia e a portata di ogni insegnante in ogni classe: manipolando immagini, scrivendo commenti, redigendo nuove storie, sperimentando nuove tecniche di intervista»(3). Ma occorrono azioni concrete, per quanto semplici, e interazioni. Occorre, insomma, che gli insegnanti e quanti si occupano di educazione superino le loro profonde resistenze nei confronti dei linguaggi e dei saperi attuali, prendano coscienza della propria responsabilità e affrontino il mondo per come è oggi e per come sarà domani.
Bibliografia consigliata
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(3) L. Masterman, A scuola di media, La Scuola, Brescia, 1997, pag. 79
