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a cura di Valentina Buzzi
fonte: il mediario
Siamo abituati a considerare la televisione come un mezzo di svago e intrattenimento, non del tutto consapevoli del fatto che il video condiziona anche le nostre scelte di vita sociale e politica.
Negli ultimi decenni, infatti, la televisione ha inciso in maniera sempre più determinante sulla formazione delle opinioni, la scelta dei candidati, il processo elettorale e perfino le decisioni di governo.
Ma come cambia la politica dalla piazza al salotto degli spettatori? Quali meccanismi innesca il piccolo schermo nell esercizio del potere?
Hanno cercato di dare una risposta ai quesiti il noto giornalista Gad Lerner (già direttore del Tg1 e attuale conduttore de Linfedele), linsigne politologo Lorenzo Ornaghi (ora rettore della Cattolica) e il sociologo dellUniversità di Torino Luca Ricolfi, ospiti nellultimo incontro del ciclo La società in diretta, moderato dal critico Aldo Grasso.
Secondo i relatori, uno degli effetti più significativi prodotti dal video è stata la personalizzazione della politica: in tv non vediamo programmi di partito ma persone; i leader, più che trasmettere messaggi, diventano il messaggio, instaurando così un rapporto diretto con lelettorato.
Questa nuova forma di gestione del ruolo pubblico non sembra funzionare meglio delle precedenti: i video-politici, infatti, si rapportano sempre meno a eventi genuini e sempre più a eventi mediatici, con la conseguente rottura dei rapporti con cittadinanza e territorio che pur dovrebbero rimanere elementi essenziali e mai trascurabili.
Questa vera e propria dipendenza da televisione non fa altro che accentuare nello spettatore la sensazione di apparizioni false e costruite. Ha sottolineato, a tal proposito, Ornaghi: Stiamo assistendo non alla politica dellagonismo ma del wrestling: il pubblico sa che non ci si picchia veramente e che il vincitore viene stabilito a priori.
Un altro aspetto negativo della video-politica è lesasperazione dellemotività: la televisione è per sua stessa natura portatrice di messaggi caldi che, per suscitare interesse, devono coinvolgere, appassionare, accendere i sentimenti e creare sinergie. Non a caso, i relatori, invitati a ricordare unimmagine politica di grande valore mediatico, hanno scelto unanimemente la sequenza del recente malore di Silvio Berlusconi, luomo che ha fatto della tv il veicolo della propria capacità di imporsi.
La visione di un personaggio fragile (che per la prima volta ha sostituito una figura potente, energica, sempre giovane) ha fatto scattare processi di immedesimazione molto importanti nella politica odierna. Attraverso questi meccanismi, talvolta anche subdoli, si riesce a plasmare la formazione delle opinioni. Ma la televisione non si limita a generare e rafforzare convinzioni; arriva anche a produrre variazioni nelle intenzioni di voto.
Secondo le ricerche di Ricolfi, il piccolo schermo sposta (a destra o a sinistra) dai sei ai dieci milioni di preferenze e se qualcuno non cambia parere è perché le sollecitazioni diverse e contrarie delle reti si neutralizzano a vicenda.
È chiaro che, di fronte a un elettorato tanto sensibile agli input del medium, la presenza e la visibilità diventano fondamentali, indipendentemente dal messaggio trasmesso.
Ecco perché i parlamentari, pur di apparire, sono disposti a farsi sbeffeggiare da programmi come Le iene, convinti che la propria divertente performance sia più efficace del danno derivato dalla dimostrazione di ignoranza.
Oltre ai simpatici inviati di Italia Uno, solo pochissimi giornalisti hanno ancora la forza di tartassare gli uomini di potere che, come ha ammesso Lerner, hanno la facoltà di sottrarsi a certe interviste scomode e di andare dove si sentono a proprio agio; i governanti accettano il confronto solo quando cè una certa confidenza con il conduttore e questo, il pubblico, lo deve sapere.
Il vero problema riguarda, allora, gli assetti proprietari dei mezzi di informazione: se i parlamentari continueranno a possedere quote di giornali e televisioni, una totale trasparenza non sarà mai possibile.
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