
Gli occhiali di Prometeo
Fonte: Nuovo Notiziario Fotografico
Quando i bambini fanno oh, che meraviglia ..."
Se c'è un soggetto sempre presente nelle nostre fotografie questo è l'infanzia, meglio ancora, il bambino con il suo mondo e con le sue stagioni.
Quante volte abbiamo ritratto i nostri figli? E cosa cercavamo in loro? Forse un pretesto per giocare, forse l'idea di sorprenderli. O, forse, il desiderio di fermare quei momenti di grazia (e di gratitudine). Diciamoci la verità: non sempre i nostri bambini hanno gradito le nostre attenzioni fotografiche; quando l'hanno fatto, però, ci hanno trasformato nella quintessenza del fotografo. Ed ora tutti i loro ritratti sono là, in cornice, negli album, tra i provini a contatto o nelle scatole delle diapositive. Ed ora questi bambini sono grandi e guardano con occhi differenti ai nostri risultati. Ora riflettono su quelle immagini, e ci fanno sentire in consonanza con il tempo che è passato proprio su quelle rappresentazioni immaginifiche che abbiamo conservato. E con tutto quel materiale potremmo delineare una storia fotografica della nostra infanzia. Allora inforchiamo i nostri occhiali, per cercare nella biblioteca i volumi che raccolgono proprio questa idea e questa storia, e troviamo tanti, tantissimi libri, e numerosi appaiono gli autori di cui potremmo interpellare le opere.
C'è chi ha specificatamente fotografato i bambini - ricordate l'epico lavoro di Hine o l'intensa visione di Bischof e di Chim Seymour? - e c'è chi ha svolto precise e circostanziate inchieste sull'infanzia nel mondo e le ha raccontate come, ad esempio, Salgado o Scianna. Sfogliando tra tante presenze ci sorge una domanda: forse quando fotografiamo un bambino, dico forse, intendiamo fotografare noi stessi? Penso ai bambini che ci guardano da tante foto di Giacomelli ma, anche, ai tanti volti piangenti o meno, in tutti gli angoli, nascosti o no, vicini o lontani, del nostro mondo e della nostra esistenza.
Ma restiamo dentro l'argomento di questa rubrica e parliamo di libri: ve ne propongo quattro, anzi tre più uno, riservandomi, successivamente di citarne altri. Iniziamo da una simpatica pubblicazione di Luisa Mattia, psicologa e fotografa, la quale firma, per La Nuova Italia, "Bambini in posa", 1991, una storia dell'infanzia in centocinquant' anni di fotografia. Potrebbe sembrare una semplice antologia ma così non è. L'autrice, infatti, presta una straordinaria attenzione alla lettura dei documenti fotografici e, senza perdere di vista i momenti significativi della storia tecnica ed artistica dello strumento fotografico, traccia un commento assai attento ai risvolti psicanalitici e sociali dell'impatto di queste immagini, partendo dal bisogno dei fruitori e dei committenti ed arrivando all'individuazione degli stereotipi visivi e delle loro conseguenze politiche, sociali, oltre che educative.
Vi troviamo il "bambino borghese", protagonista delle prime fotografie, renitente all'obbiettivo o troppo accondiscendente, però sempre approntato per il ritratto, che lo consegnerà all'altrui visione con tutti i caratteri (gli accessori?) della sua classe sociale.
Fuori dallo studio fotografico gli "altri" bambini saranno solo vastasi, carusi, scugnizzi, colorato pretesto per ritrarre il sud o, nel migliore dei casi, per denunciare lo sfruttamento del lavoro minorile. Ma già la fotografia cede all'ambiguità. Van Gloeden "usa" i suoi bambini? E Lewis Carrol? Quanto è innocente il rapporto fotografico con la sua Alice?
Non scandalizziamoci troppo però, perché anche molte nostre foto sono a volte ambiguamente volute.
Continuando a sfogliare il libro ci accorgiamo che, per tanto tempo, fotografare i nostri figli comportò quella particolare cerimonia che era la visita presso lo studio del fotografo. I figli del libro "Cuore" stanno qui davanti ad inverosimili quinte scenografiche, oppure il fotografo si è recato presso le loro scuole o nelle loro parrocchie per consacrare la loro giovinezza e, ancor più, la loro forzata educazione.
Troverete in queste pagine il Duce con i bambini, ma anche i bambini con i partigiani, bambini troppo cresciuti e divenuti gli autentici protagonisti del dopoguerra (chi non ricorda Sciuscià?). Col consumismo i bambini finiscono sui cartelloni pubblicitari. Formaggini, biscotti, si servono dei loro sorrisi come delle loro smorfie per decantare virtù proteiche. Sarà però la diffusione dell'apparecchio fotografico a rivelarci la nascita di una nuova intimità fotografica. Il papà ormai fotografa il figlio con la "sua" macchina e vuole fotografarlo sempre, e sempre felice. Non sono felici, invece, i bambini di altre parti del mondo, anche se grandi mostre fotografiche come The family man li accomunano in un unico grande abbraccio. Per fortuna i nostri giorni parlano fotograficamente delle prime ribellioni alle immagini dei bambini incastrati nell'abbraccio consumistico: colpisce lo sberleffo alla Toscani che ci fa tornare con i piedi per terra e ci chiede "cosa ne faremo di questo bambino". Una recente pubblicazione Alinari "Cammina, cammina" ripercorre, prelevando fotografie dallo straordinario archivio, il medesimo periodo di centocinquant'anni.
L'aspetto specificamente storico-foto- grafico è qui affidato a Charles-Henry Favrod. Alla giornalista Lucia Nencioni è affidato, invece, il compito di parlare dei diritti del bambino, cioè del bambino come persona, come soggetto di diritto e detentore di diritti. Ma è lo statistico Roberto Volpi a sorprenderci, quando considera queste immagini come documenti probatori dei suoi numeri e ci costringe ad un diverso atteggiamento di lettura delle fotografie proposte dall'archivio fiorentino. Sono immagini strepitose, a volte di autori sconosciuti, che si leggono lungo un percorso che inizia dalla famiglia, passa attraverso la necessità di una sana crescita, ci parla della passione del gioco e finisce per interrogarci, grandi e piccini, sulle tante cose imparate o da imparare.
Ed infine, due libri à me straordinariamente cari, entrambi del duo Paola Agosta e Giovanna Borgese. Il primo, "Mi pare un secolo", Einaudi, 1992, non è assolutamente un libro di infanzia o sui bambini, anzi, è proprio un libro di vecchi, una raccolta di ritratti ed un'antologia di parole di centosei protagonisti del Novecento.
In questi cammei però c'è sempre una considerazione sul passato ed in agguato, o in trasparenza, ci sembra d'intravedere la loro infanzia. Cosicché gli autori, con Baldini-Castoldi, 1996, ci hanno regalato il complementare libro "C'era una volta un bambino", ovvero, ritratti ed autoritratti d'infanzia che appartengono a gente celebre, come quelli del precedente volume. Gente, però, che si riguarda in un documento ingiallito e si chiede con preoccupazione perché quell'immagine è stata scarabocchiata, o è giunta deformata, e studia con ansia e commozione i segni di queste reliquie.
La raccolta è stupenda, ma ancor più le singole considerazioni provocate dal ritorno dello sguardo sulle immagini fotografiche. E così ho trovato due bambini, che rispondono al nome di Berengo Gardin e Franco .Fontana, e loro sincere parole. E più bella di tutti ho trovato la citazione di Saint-Exupery riportata dal bambino Gianfranco Ravasi: "Da dove vengo? Vengo dalla mia infanzia. Vengo dalla mia infanzia come da un paese."
Santa semplicità.
