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il mio nome e' nessuno

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di Roberto Farné
Fonte: Infanzia, n. 1.2, gennaio/febbraio 2006

“Write me down, make me real”, la frase che fa da titolo a questa immagine, può essere tradotta con “Prendi nota di me (registrami), fammi esistere”. La lunga didascalia che segue spiega il problema: oltre 48 milioni di bambini ogni anno nascono ma non hanno alcuna identità, perché nessuno rende ufficiale la loro nascita; essi vivono l’assurda condizione di esistere come esseri umani, ma di non esistere per la società.
Le conseguenze di tutto questo sono di due tipi e tutte molto gravi: da una parte questi bambini non hanno alcun diritto, per esempio alle cure sanitarie, all’istruzione, alla protezione da parte dello stato e delle istituzioni. Così, se diventeranno adulti, non potranno votare, avere un passaporto, sposarsi legalmente, lavorare legalmente. Non essendovi alcuna prova della loro nascita, non essendo registrati in alcuna anagrafe, essi sono in balìa di se stessi e delle loro “condizioni di vita”, se così si può dire.
Dall’altra parte, questa infanzia condannata a vivere “on the fringes of society” (ai margini della società) è facile preda dei cosiddetti “trafficanti di bambini”, per i mercati della prostituzione o dei trapianti d’organi, o per essere ingaggiati come “boy soldiers”. Si tratta di una palese violazione dell’articolo 7 della Convenzione dell’ONU per i Diritti dell’infanzia; un testo ampiamente sottoscritto e altrettanto ampiamente violato. Questo messaggio fa parte della Campagna mondiale per la Registrazione delle Nascite, promossa da Plan, una organizzazione impegnata fin dai primi anni ’70 a lavorare per i diritti dell’infanzia nei Paesi poveri del mondo. Come avviene da parte di altri Enti e Organismi che operano a vario titolo sul piano sociale nel Terzo Mondo, anche in questo caso si cerca di porre un problema all’attenzione di tutti, di incrementare la sensibilizzazione sociale al problema, si chiedono aiuti e sottoscrizioni. Ma l’attenzione difficilmente cadrebbe sul testo scritto e sulla drammaticità del suo contenuto se a colpire lo sguardo non fosse innanzi tutto l’immagine, che occupa tre quarti dello spazio pagina di questo messaggio. Si tratta di una fotografia in bianco e nero dove i tratti consueti e persino stereotipati della immagine ufficiale di tipo giornalistico, che coglie un momento informale di un incontro al vertice di capi di stato, vengono semanticamente destabilizzati da una presenza intrusiva quanto improbabile, come quella di un bambino di colore che attira su di sé la nostra attenzione, ma soprattutto, ed è l’auspicio dei promotori di questa campagna, dovrebbe attirare l’attenzione dei governanti e degli organismi politici.
Pubblicata sulla rivista Time del 7 marzo 2005, questa fotografia è un esempio eccellente di come l’immagine dell’infanzia connotata da un messaggio drammatico come questo della “no legal identity”, possa entrare in gioco in maniera efficace senza ricorrere ai più consueti (e forse desueti) cliché iconografici del “bambino-del-terzo-mondo”. Con una eccellente abilità grafica e comunicativa la fotografia ci mostra quattro capi di stato fra i cosiddetti G 8 della Terra, le cui espressioni sarebbero pressoché insignificanti se non fosse per la presenza di quel bambino in mezzo a loro. La sua sagoma emerge luminosa dal nero della figura di Bush, che campeggia al centro dell’immagine, più grande fra i Grandi, creando un “contrasto” che, forse, non è solo l’esito di un abile espediente dell’autore del fotomontaggio.
La composizione è tale per cui lo sguardo del bambino sembra diretto verso Berlusconi, che a sua volta con un gesto eloquente si rivolge a lui; ed è davvero formidabile l’effetto che provoca nell’osservatore questa finzione comunicativa fatta di sguardi e di gesti… Viene in mente quella galleria di immagini fotografiche (ma anche televisive) ossessivamente ripetitive che ieri come oggi fanno incontrare la figura di un bambino o di una bambina con quella del capo di stato di turno (democratico o autoritario ha ben poca importanza in questo contesto) che lo accarezza, lo prende in braccio per un momento, gli dà un bacio, a significare simbolicamente la forza di un gesto che unisce il grande e il piccolo, il potente e il debole. Un gesto che assicura benedizione e protezione, e che guarda al futuro e alla continuità di un potere che mostra così il suo volto buono.
La foto di questa campagna di sensibilizzazione vuole andare in una direzione del tutto diversa rispetto a quel cliché estetico e comunicativo, e per farlo è costretta a ricorrere a un trucco, a mostrare qualcosa che non è avvenuto e che forse non è neppure pensabile che avvenga: l’intrusione di un bambino del terzo mondo in un consesso dei grandi capi di stato. I sorrisi, le posture e l’imponenza di Bush, di Blair, di Schroeder nei confronti della piccola figura del bambino, non fanno che amplificare il tono di una situazione che, stando al gioco, potremmo definire almeno “imbarazzante” e al limite del sarcasmo.
Eppure, quel bambino finisce da una parte per assumere una “statura” più grande della sua reale dimensione fisica, dall’altra per far apparire distanti da lui, anziché vicini i quattro governanti, e così l’immagine mette in evidenza una ambiguità di senso che, forse, va oltre le reali intenzioni dell’Associazone promotrice: quella di ottenere aiuto e attenzione, come si dice nella didascalia, innanzi tutto da parte dei “capi di stato come i Signori (Gentlemen) rappresentati nell’immagine”.
Quel bambino al centro di un gruppo di quattro Grandi è davvero “Nessuno” in mezzo a loro; il gesto di Berlusconi, i sorrisi di Bush e Blair, l’indecifrabile Schroeder, forse ci suggeriscono che, uscito di scena il piccolo, appena possibile, loro avranno altro a cui pensare. Così, la finzione di una fotografia, il gioco della sua immagine, finiscono per darci un’immagine della realtà più vera di una fotografia vera. Per non sbagliare, in alto a destra c’è la scritta “Advertisement”, cioè “pubblicità”, come dire: non ci cascate!

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COMMENTI

Non si può che affermare, potere dell'immagine!Emblematica la figura del bambino che dà un'impressione di presenza-assenza, così come a volte è vissuta l'infanzia. Presente quando la cronaca ne registra la drammaticità di eventi che la vedono protagonista, assente quando invece dovrebbe essere chiamata in causa per verificarne la tutela.
postato da manu.piovesan il 23/01/2007 00:44