witch, ultimo successo in casa disney
lettura pedagogica della testata
e indagine sul pubblico

Finalmente, dopo quasi tre anni di lavoro è diventata un libro la ricerca dal titolo Witch, ultimo successo in casa Disney, lettura pedagogica della testata e indagine sul pubblico pubblicata dall'associazine culturale MediaEducation.bo
La ricerca, già presentata con successo in alcune delle maggiori fiere del fumetto, analizza le storie delle cinque fatine disneyane partendo dalla loro caratteristica prima: quella di rappresentare per la Walt Disney un prodotto assolutamente nuovo e, almeno a prima vista, lontanissimo dal Codice di autoregolamentazione interno.
Non solo, la Disney si rivolge con questa testata, a un pubblico relativamente nuovo per questo media, quello appunto femminile e preadolescenziale che fino all'uscita di Witch ha avuto a disposizione poche testate a fumetti e praticamente nessuna italiana.
Il libro è disponibile per gli utenti del blog semplicemente contattandone l'autore. Quella che segue è la presentazione al testo scritta da Roberto Farnè, Pedagogista dell'Università degli Studi di Bologna e supervisore del lavoro di analisi.
Roberto Farné
Disney: non solo Topolino.
La Disney Italia ha un onere non indifferente (che da un certo punto di vista è anche un onore): quello di tenere alto il livello qualitativo (e quantitativo) di una produzione che, con il marchio Walt Disney, si affida alleditoria tradizionale, quella su carta stampata dove i fumetti, gli albi illustrati e i libri si propongono come i media di un immaginario che fa del piacere della lettura, come della narrazione orale, il suo tratto significativo.
E questo uno dei segmenti tradizionali su cui luniverso disneyano esibisce la sua potenza comunicativa, insieme al cinema, alla televisione, alle nuove tecnologie, ai parchi di divertimento.
Di fronte questo dispiegamento di apparati mediatici in cui i meccanismi di sinergia sono una autentica struttura portante, il publishing, come ormai si è soliti chiamarlo, rischia di apparire davvero minoritario, meno significativo degli altri segmenti, secondo alcuni anche assai meno attraente per uninfanzia ormai più avvezza a usare le mani per pigiare i pulsanti di una tastiera o per maneggiare un joystik, che per sfogliare le pagine di un fumetto o di un libro. Eppure, gli ingredienti fondamentali del mondo letterario/figurato come il racconto, lillustrazione, il fumetto (ma anche lalbum di figurine
) nella loro consistenza materiale, nella loro estetica (intesa proprio come aisthesis, e cioè percezione sensibile), svolgono un ruolo fondamentale e specifico nella formazione del soggetto, che non è sostituibile con altri media. Chi pensasse che lavvento di un nuovo medium determina lobsolescenza di un vecchio medium, farebbe unaffermazione grossolanamente falsa: il cinema non ha determinato il tramonto del libro e la televisione non ha provocato la morte del cinema, né con lavvento di internet i media più tradizionali sono condannati allobsolescenza.
Ciò che avviene in realtà è un continuo, dinamico (e problematico) riposizionamento dei media, dove ognuno di essi subisce e al tempo stesso provoca mutazioni e adattamenti su di sé e sugli altri. La lettura non solo non è in coma irreversibile, ma gode buona salute soprattutto fra i giovanissimi, che nellinsieme leggono molto di più oggi dei loro coetanei di trenta o quarantanni fa. Ciò che è profondamente cambiato e ciò che si legge, sono i supporti materiali o immateriali della lettura, è lesperienza stessa del leggere.
Non cè da stupirsi, quindi, se il fumetto come medium e come linguaggio sia totalmente compreso dentro questo travaglio che, in questi ultimi decenni lo ha visto da una parte affermarsi come vera e propria forma darte, letteratura visiva, espressione di un rapporto parola/immagine carico a volte di autorialità e di sperimentazione; dallaltra, la contaminazione di nuovi universi fumettistici, quello giapponese in primis, hanno profondamente cambiato lestetica del medium.
Oggi è abbastanza normale vedere dei preadolescenti che leggono manga sfogliandoli da quella che per noi sarebbe lultima pagina, seconda la modalità tipica di quelle pubblicazioni. I topi e i paperi disneyani, che fino a qualche tempo fa erano la lettura che accompagnava un bambino dallinizio dellinfanzia fino alla sua adolescenza e anche oltre, creando una continuità nel passaggio da genitore a bambino, poiché questo cominciava a leggere i fumetti Disney quando quello aveva da poco tempo finito di esserne un lettore abituale, si sono trovati, a partire dagli anni 80, in una condizione di progressivo restringimento della fascia detà del proprio pubblico e a dover competere con lirruenza dirompente e innovativa di fumetti che provenivano da un altro immaginario, che avevano la capacità di far sentire i bambini meno bambini e di far apparire davvero il mondo disneyano come una cosa da bambini.
E solo a partire da questa crisi di identità culturale e generazionale dei fumetti Disney e delle loro famiglie di personaggi che si può capire il percorso di ricerca e innovazione ideativi e produttivi che La Disney Italia ha portato avanti, insieme alla Accademia Disney di Milano, vera e propria Factory di una creatività narrativa e visiva capace di muoversi con abilità sorprendente nel difficile equilibrio fra cambiamento e continuità.
Lintenzione di rivolgersi in maniera significativa sul piano produttivo alle fasce detà prescolari, che ancora non sanno leggere i fumetti in senso proprio, potrebbe essere visto come un mero ripiegamento della Disney Italia su un nuovo target, una volta verificato che si andava perdendo quello tradizionalmente forte (6-12 anni).
Certo, il cambiamento nella cultura dellinfanzia, che sul piano della lettura/letteratura ha avuto uno dei suoi indicatori più significativi, non è un fattore da trascurare, ma cè dellaltro. La realtà è che i bambini e le bambine vivono immersi in una iconosfera multimediale che, a partire dalla Tv, dai giocattoli e dagli albi illustrati, favorisce già dalletà di 2-3 anni quella familiarità con le forme visive e narrative del racconto su cui si formeranno le successive competenze. Sono bambine e bambini che frequentano la scuola dellinfanzia e che in tale ambito (rinforzato spesso da una sensibilità positiva della famiglia) vengono educati ad essere lettori, cioè soggetti che nel rapporto con i racconti visivi e orali, e col mondo delle immagini, imparano ad interrogarsi sui segni e sui significati.
E in questo campo che Disney Italia sviluppa da tempo il proprio publishing con serie di prodotti che rimettono in gioco anche personaggi tradizionali del repertorio disneyano, in contesti capaci di attivare con i bambini più piccoli interessanti modalità affettive e cognitive. Dallaltra parte, la crisi di identità del modello tradizionale del fumetto disneyano, la perdita del suo appeal nei confronti di un pubblico disposto rimanere bambino per poco tempo, ha favorito la ricerca di nuove modalità del fare fumetti, anche sulla base di sottili quanto palesi ibridazioni con modelli estranei a Casa-Disney. Non tutti i risultati di questa ricerca, che ha portato alluscita di testate con vecchi protagonisti in nuove vesti, hanno avuto esito positivo, ma tutti sono stati comunque segnati da una maturazione dello stile disneyano, dalla sua capacità di uscire da quei canoni formali e di contenuto che, senza tradire la Mission della Casa Madre (ma qualche sano tentativo di oltrepassare almeno un po quel limite a volte è avvenuto
), dessero il segno di una crescita complessiva delle potenzialità comunicative di quel marchio e del suo target di riferimento.
E precisamente su questo indirizzo che si colloca Witch, il fumetto nato nel 2001 da Disney Italia e che ha in pochi anni raggiunto una diffusione mondiale.
Nato con lintenzione precisa di rivolgersi a un pubblico femminile preadolescenziale, tradizionalmente refrattario alla lettura dei fumetti ma non ad altro genere di letture, confezionato sulla base di un mix di characters e di grafica particolarmente dinamico rispetto agli standard delle psicologie e delle fisionomie disneyane, Witch rappresenta il risultato migliore di questa new wave del fumetto Disney.
E proprio a partire da questi risultati sorprendenti che Amelia Capobianco ha svolto lindagine che qui viene presentata e che si pone come una ricerca del senso che un fumetto di successo acquisisce non sulla base di sofisticate analisi critiche di tipo filologico, ma dellesperienza stessa di quel fumetto come oggetto di lettura. Per svolgere una indagine di questo genere servono alcune condizioni: la prima è di ordine culturale, nel senso che bisogna essere immersi nella cultura fumettistica, essere cioè lettori di fumetti sulla base non di un dovere imposto dalloggetto di ricerca, ma da un interesse autentico per questo medium (che, per chi lo ha provato, è anche più di un interesse
) che deve in una certa misura aver accompagnato la propria formazione. Insomma bisogna poter dire di essere cresciuti, almeno in parte, a pane e fumetti o comunque di avere con questo medium un rapporto significativo come lettori, per essere in grado di entrare in questo territorio con una dimensione critica che, supportata dallo studio e da strumenti di analisi rigorosi, consente poi di compiere un lavoro scientificamente corretto, non pre-giudicato.
E ciò che sostengo da tempo: da quando (e sono già molti anni
) mi trovo a fare corsi di formazione sulla media education e a trattare di fumetti in tali contesti frequentati per lo più di insegnanti. Cerco di spiegare, con dovizia di esempi che mostro direttamente, i diversi stili del fumetto, i caratteri significativi di questo linguaggio e le sue modalità di lettura/comprensione, la rilevanza educativa sul piano linguistico ed estetico che può avere. Alla fine, immancabilmente, cè qualcuno che mi chiede come educare al fumetto dei bambini di terza elementare, oppure di suggerirgli una bibliografia sul fumetto, o più semplicemente mi chiede che cosa fare didatticamente quando torna a scuola. La mia risposta è di non fare nulla
Dopo un attimo di sconcerto spiego che la prima cosa da fare, se hanno trovato interessante largomento e hanno qualche curiosità su questo linguaggio, è di iniziare a leggere qualche buon fumetto (ce ne sono di bellissimi
), entrando in una fumetteria o fermandosi nel settore fumetti di una libreria o di una edicola ben fornita, e lì cominciare a sfogliare, ad annusare e ad assaggiare la consistenza di un fumetto. E se dopo averci provato, con alcuni prodotti diversi, si scopre che proprio il fumetto è una cosa che non mi dice
, che non mi va né su né giù
, allora conviene lasciar perdere; non è obbligatorio (per fortuna) trattare il fumetto a scuola. Ma se si trova il feeling con un personaggio, con un autore, con un genere di storie a fumetti e poi si scopre che da cosa nasce cosa, allora questa è una buona premessa perché, come insegnante cerchi anche la chiave giusta per farne una esperienza didattica da condividere a scuola.
Amelia Capobianco si può definire una lettrice ostinata di fumetti (Tex, Dylan Dog
), li rubava ai suoi fratelli più grandi e li leggeva di nascosto (straordinaria esperienza formativa), e da grande non ha smesso. Poi ha deciso di studiare Scienze dellEducazione allUniversità e di fare un tirocinio a Milano alla Disney Italia, entrando come Pinocchio nella pancia della balena. Lidea di fare la sua tesi di laurea partecipando a una ricerca che aveva come oggetto unanalisi sul periodico Topolino nellarco di 15 anni, è stata la degna conclusione di un percorso. Il suo lavoro su Witch merita attenzione perché riguarda due ambiti di interesse pedagogico: quello della letteratura per linfanzia e quello delleducazione ai media, i cui reciproci rimandi richiederebbero un impegno di ricerca superiore a quello che abitualmente gli viene dedicato. Il punto è che per poter dire qualcosa di sensato su qualcosa, bisogna avere la pazienza di conoscerla; altrimenti, parafrasando Wittgenstein, è meglio tacere. Sembrerà banale questa affermazione, ma succede troppo spesso che ciò che si dice sulla stampa, nei dibattiti e nei giudizi di esperti a proposito dei media e di loro prodotti rivolti allinfanzia, molto spesso non è il risultato di una conoscenza diretta e criticamente rigorosa delloggetto in questione, ma di opinioni generiche, spesso di seconda mano, inevitabilmente viziate da pregiudizi e da scarsa competenza sullo specifico.
Il lavoro di Amelia Capobianco si basa sia su una propria lettura profonda di Witch, sia sullanalisi di una serie di dati raccolti incontrando lettrici abituali di questo fumetto e attraverso altri strumenti di indagine. Senza alcuna pretesa di raggiungere esiti definitivi e certi, ciò che emerge, alla fine, non è un giudizio positivo o negativo su questo fumetto, giudizio che rimane sostanzialmente aperto, ma la sua rilevanza come fumetto vissuto da parte delle sue lettrici. Mi pare un punto importante: lidea di fondo è che il fumetto (Witch in questo caso, ma può valere per studi analoghi su altri fumetti) va trattato come una cosa seria; è il rispetto che si deve da una parte a un linguaggio comunque importante (al di là dei suoi esiti alti o bassi nei diversi prodotti) per la ricchezza delle sue potenzialità comunicative; dallaltra a chi ne è lettore, trovando nei propri fumetti quelle corrispondenze con un immaginario la cui lettura lascia il segno, e perciò insegna.
COMMENTI
ciao tribù! grazie di cuore :-)
postato da Ami il 21/12/2005 02:11
che straordinaria coincidenza, Amelia! Il mio laboratorio multimediale quest'anno è dedicato proprio ai cartoni disney e nella fattispecie con i miei ragazzi lavorerò sul libro di Fabio Sandroni "Il maestro e Biancaneve", autore che ho incontrato al giffoni film festival quest'estate e con cui ho seguito un seminario molto interessante. In bocca al lupo per il tuo lavoro, sarà certamente una mia prossima lettura. Congratulazioni! Mariella Nica
postato da nicamari il 23/09/2006 14:21
