
di Amelia Capobianco (Media Educator)
Questo articolo è stato pubblicato sul sito www.raramente.net
grazie a Chiara e allo staff per l'ospitalità
Scrivere del fumetto non è una cosa semplice come può sembrare in un primo momento perché il fumetto, come forma di comunicazione e come forma darte, ha veramente molto da dire.
Il nostro Paese ha un rapporto contrastato con le strisce, siamo stati, e per certi versi siamo ancora, un po ai ferri corti; il primo fumetto, unanimemente e ufficialmente considerato tale, risale al 1896, si chiamava Yellow Kid e fu pubblicato negli Stati Uniti.
In Italia i primi fumetti sbarcarono una ventina di anni più tardi; in quei decenni il fumetto americano fece tantissima strada: dalle semplici strip domenicali si passò alle strisce quotidiane e poi ai comic book (i cari giornaletti), nacquero i Syndacates che permisero la distribuzione negli Usa e in Europa, si svilupparono i generi, avventura, familiari, esotici, polizieschi, supereroi
Quando i primi fumetti ci raggiunsero la letteratura per linfanzia, la pedagogia di riferimento e la nostra storia nazionale vivevano momenti particolari. Per prima cosa si riteneva estremamente diseducativo ridurre lo spazio di un testo a favore delle immagini, si rischiava di produrre grandi ignoranti senza troppa capacità immaginativa che invece di fantasticare liberamente su una storia si sarebbero visti prefabbricare personaggi e ambientazioni. In linea con questo pensiero i fumetti, i primi, furono letteralmente violentati nella loro natura con leliminazione dei balloons, sostituiti da didascalie in rima baciata (Qui comincia lavventura del Signor Bonaventura...) .
Ebbero comunque successo e si diffusero; inizialmente si trattava di opere statunitensi tradotte e, a volte, anche riadattate culturalmente.
Intorno alla fine degli anni 30 il Minculpop, il Ministero della cultura popolare del regime, conscio delle potenzialità di questo mezzo decise di stringere un cappio intorno al collo dellimportazione: quegli eroi americani, così liberi, così sprezzanti, diventavano un pessimo esempio per le giovani generazioni che invece andavano formate secondo la morale fascista. Solo un Topo in braghe corte si salvò, a quanto pare perché particolarmente amato dai figli del Duce.
Il materiale che fino a quel momento aveva circolato fu o eliminato dalla produzione o riadattato ferocemente (e a volte anche grossolanamente) in favore di eroi in camicia nera che si sacrificavano per la Patria e per la Mamma! Alcune riviste furono create ad hoc per i giovinetti della nostra cara Italia, Il Balilla, il giornale della gioventù del littorio, già negli anni 20 e La Piccola Italiana, negli anni 40, che doveva essere donna forte, moglie adorante, madre amorevole sempre presente a sostenere il marito (soldato al fronte), la Patria, i figli e la Croce.
Questi fumetti ebbero una grandissima tiratura, non perché i ragazzini degli anni in questione ne fossero grandi fan ma perché venivano distribuiti nelle scuole. In realtà sembra che fossero ben poco apprezzati dal pubblico, non tanto per la loro specifica natura politica quanto per la povertà delle storie. Infatti, per quanto anche autori di grosso calibro si sforzassero, i temi e addirittura il ventaglio di parole utilizzabili erano pochissimi, alcuni testi riferiscono che il vocabolario fosse ridotto a un centinaio di parole: Patria, sacrificio, eroe, madre, bandiera e via dicendo.
Per fortuna la censura, la chiusura verso lestero e le imposizioni agli artisti a un certo punto ebbero fine, anche se non prima di aver costretto alla chiusura alcune case editrici. Luso politico del fumetto non si esaurisce certo in questa epoca ma trova spazio anche nelle successive.
A Lucca, alla fiera del fumetto, ho trovato un albo della fine degli anni 40 prodotto per conto della Dc che utilizza Pinocchio e le sue disavventure per spiegare ai lettori quanto sia controproducente votare nero o rosso. La fatina, Italia, viene catturata e tenuta prigioniera insieme alle fatine Albania, Russia
Le monete che Pinocchio seppellisce nel campo fanno spuntare un cerchio fitto di alberi rossi che imprigionano la povera marionetta, per fortuna Geppetto, con il suo voto, riesce ad abbattere la prigione.
Nellaprile del 2002 arriva in Italia la traduzione del fumetto Marvel dellUomo Ragno sull11 settembre 2001; il contenuto è più o meno questo: ora il popolo americano è in ginocchio, i supereroi non hanno potuto difenderci perché era impossibile prevedere un atto tanto ignobile e vigliacco ma ora noi, che siamo un popolo di uomini liberi e democratici ci rialzeremo e combatteremo per difendere la pace e la libertà
con la benedizione dellUomo Ragno!
Sul piano formale un capolavoro, giocato su primi piani, campi lunghi, colore, regia cinematografica, utilizzo di stereotipi di grande impatto
Tornando a passi più lontani, si diceva che più felice era la sorte dei lettori americani i quali potevano godere di grandi avventure, di supereroi invincibili, di gag familiari e, negli anni della contestazione giovanile, anche del neonato fumetto underground da cui si formarono le nicchie degli indipendenti e delle femministe.
Il fumetto diede voce anche alle donne sia come autrici sia come personaggi sia come pubblico, storie di single in carriera (Bloondie), di regine amazzoni con poteri strabilianti (Wonder Woman), di orfane esposte a mille avventure (Little orphan Annie), di bambine sagaci e contestatrici (Mafalda) oltre alle affascinanti e seduttive spalle di eroi maschili.
Circa una ventina danni prima di nascere in America, il fumetto nacque anche in Giappone, se non subito nella versione con balloons comunque con una struttura specifica che lo distingueva da altre forme letterarie. In ogni modo limpatto sul pubblico non fu così eclatante come in Occidente data la peculiarità dellalfabeto giapponese che si esprime già di per sé per immagini. Il salto, in termini di innovazione grafica e linguistica, in Giappone avvenne grazie a Osamu Tezuka, considerato addirittura il Dio dei manga. Le sue opere sono state trasposte in cartoni animati, molti dei quali giunti anche a noi, o almeno alla cosiddetta generazione del first impact giapponese: tradotto in soldoni, i figli di Goldrake. Di Tezuka ci è arrivato Astro Boy, Kimba il leone bianco, la Principessa Zaffiro
In Giappone il fumetto è mezzo di comunicazione deccellenza da decenni, viene prodotto pensando a tutte le fasce detà e a tutti i possibili target; dà voce ad autori di ogni estrazione, addirittura in questi ultimi decenni è diventata una delle via di fuga, in senso letterale, per le donne che non intendono sottomettersi a una cultura che le vorrebbe spose in matrimoni combinati, relegate in casa a crescere figli (possibilmente maschi) che attraverso i loro successi costruiscono un ruolo sociale alle madri.
Addirittura il fumetto diventa testo teatrale come avviene con il teatro Takarazuka che da circa trentanni replica la storia di Versaille no bara, Lady Oscar, sempre con grandissimo successo. Se è vero che per quello che riguarda la produzione e la diffusione del fumetto siamo arrivati in ritardo è anche vero che ad autori italiani si deve il primo riconoscimento ufficiale del fumetto in ambito accademico.
Uno dei primissimi testi fu pubblicato da Umberto Eco nel 64, Apocalittici e Integrati, che rappresenta uno dei primi testi europei sul fumetto come mezzo di comunicazione di massa di grande efficacia e di enormi potenzialità. Tra laltro nel libro cè una lettura analitica, sul piano grammaticale, formale, di una storia di Steve Canyon che, nonostante i 50 anni del libro, è ancora da prendere come esempio per la lettura di altri testi a fumetti. Con il tempo la saggistica su questo media è andata rimpinguandosi con tante pubblicazioni soprattutto di natura storica.
Ho notato in questo ambito un gap generazionale nettissimo: da una parte autori maturi, legati anche da vincoli affettivi a un certo tipo di strisce, a generi particolari, a specifici disegnatori che fino a quando scrivono di fumetti datati, forniscono informazioni dettagliate e commenti autorevoli ma nel momento in cui scrivono del fumetto giapponese diventano generici, presentando titoli un po un tanto al chilo e peccando di pressappochismo. Dallaltra parte ci sono, invece, i trentenni, figli del famoso (o famigerato) first impact giapponese ancora legati affettivamente ad Actarus e compagnia che invece spesso peccano di inesperienza e presentano lavori che non hanno un rigore scientifico e diventano più volte buone enciclopedie con dati su produttori, registi, disegnatori e trame che non riferimenti su periodi specifici, su specifici tipi di fruizione, su un pubblico che cresce con nuove competenze linguistiche rispetto ai media
Ovviamente il discorso qui è affrontato solo in termini generici. Il fumetto giapponese generalmente è visto male da chi ha dai 35-40 anni in su, è un fatto generazionale, queste persone erano troppo grandi quando Goldrake, Jeeg e Mazinga sono arrivati in Italia e li hanno rifiutati. Certamente non erano prodotti di grandissima qualità e a rivederli adesso scappa un sorriso; ricordano emozioni, bei giochi fatti da bambina ma poco di più. Seriali, ripetitivi, con una regia non certo eccellente.
Sicuramente muovevano i primi passi e più di quello forse non si poteva pretendere ma poi scappa il confronto con la Biancaneve disneyana che è del 38 e che ancora adesso tiene testa a tantissime produzioni più recenti. (Si noti come in Giappone sia stretto il connubio tra fumetto e cartone animato, la produzione a fumetti è spessissimo il primo passo per arrivare al cartoon.)
Il riconoscimento ufficiale del media fumetto inizia, quindi, nei primi anni 60 quando cioè anche la produzione italiana si è fatta ricca di titoli. Alcuni di questi li troviamo ancora oggi e, a pensarci, sbalordisce la loro durata. Uno di questi è Tex Willer, prodotto dalla Bonelli, è del 1948, un altro è Diabolik, meno anziano ma bello brizzolato anche lui! E poi i Disney.
Su Disney ci sarebbe da scrivere per un sacco e infatti ho scritto due tesi, una per la laurea e una per il perfezionamento! Grandi autori, grandi disegnatori, grandi storie. Le intenzioni didattiche che hanno permesso la pubblicazione delle grandi parodie, la scelta di tenere in redazione uno dei nomi dellAccademia della crusca, la scelta di formare in una specifica Accademia le nuove leve, le sperimentazioni, tra queste la testata Witch di enorme successo e che al momento rappresenta una delle pochissime offerte occidentali per il pubblico femminile adolescente. Disney non è stato solo Paperi e Topi ma anche un bel po di grane; è degli anni 70 laccusa mossa a Walt Disney da parte di due importanti autori cileni che ritenevano le sue produzioni facenti parte di un progetto di colonizzazione culturale dellAmerica sui Paesi del Sud.
Ancora qualche riga su chi invece ha innalzato il fumetto a vera arte comunicativa, i pareri sono unanimi, Hugo Pratt con il suo Corto Maltese, Spiegelman con il suo Maus, Guido Crepax con le avventure oniriche di Valentina
Questi autori, e diversi altri insieme a loro, hanno fatto si che il fumetto assumesse a pieno il titolo di prodotto letterario grazie a strutture narrative complesse e articolate e a scelte grafiche spesso innovative. Come si può vedere, parlare di fumetto non è così semplice; si può discuterne in termini storici, pedagogici, didattici, sociologici, politici, artistici, letterari
e ancora non si finirebbe. Stranamente, però, è un mezzo sottovalutato e, spesso, addirittura demonizzato.
Leggere i fumetti è considerato da molti una perdita di tempo, una cosa per poveri sciocchi semi analfabeti, passare ore a leggere quella roba è considerato deleterio perché, al solito, sono sporchi, brutti, cattivi e puzzolenti! Andrebbe forse fatto qualcosa per farlo uscire dalle nicchie e un buon lavoro credo proprio lo stia facendo il quotidiano La Repubblica che con le sue due serie di fumetti in vendita con la testata ha raccolto il consenso di una grande fetta di italiani.
Durante una lezione mi sono sentita dire: Io non leggo i fumetti ma quando ho visto il successo che hanno avuto le pubblicazioni di Repubblica mi sono posta il dubbio che qualcosa di buono dovesse esserci . Il cielo lo voglia
!
