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L’INFANZIA DI MAFALDA

mafalda

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Riflessioni sul fumetto di Quino
di Maura Tripi (Antropologa, con Laurea specialistica in Discipline Semiotiche)

Fonte: Infanzia, n. 3, marzo 2007

“Sullo sfondo ci sono i Beatles, la guerra del Vietnam, il muro di Berlino, la rivoluzione culturale, il conflitto in Medio Oriente e qualche immancabile golpe militare, ma l’universo in cui Mafalda vive, si arrabbia, medita, protesta e si intenerisce va dal suo appartamento all’aula scolastica, dal giardinetto al marciapiede sotto casa”: le storie del fumetto di Quino sono ambientate in Argentina, paese in cui il forte divario tra ricchezza e povertà è sentito costantemente in una piccola famiglia borghese come quella di Mafalda.

Vivere con un solo stipendio a volte è difficile: il padre è un agente di assicurazioni, la madre ha abbandonato gli studi per dedicarsi alla casa e ai figli. Eppure Mafalda è consapevole dei sacrifici che i genitori fanno per offrirle istruzione e comodità.
Le sue giornate sono scandite dalle persone che la circondano. Allo stesso tempo possiede una straordinaria lucidità e padronanza, divenendo un’efficace immagine di un’infanzia ancora da scoprire.
Mafalda è una bambina che pensa e che dice quel che pensa, che si pone domande e che cerca risposte: la sua vita quotidiana si intreccia con le notizie mondiali, ne viene colpita, a volte sconvolta, altre ancora eccitata, ma nelle turbolenze provenienti dall’esterno, rimane in quell’equilibrio costruito attraverso la famiglia, la casa, i luoghi conosciuti, gli amici.
Eppure c’è qualcosa che stride nelle parole e nei pensieri di questa bambina. Forse proprio il fatto che Mafalda abbia opinioni, pensieri, critiche da rivolgere ai grandi e al mondo costruito dai grandi.
Mostrandoci gli errori e l’irrazionalità che non riusciamo a vedere usando solo i nostri occhi. L’infanzia che emerge dai discorsi prodotti dagli adulti affiora quasi sempre da un rapporto definito in modo unilaterale, che va dall’adulto al bambino, dal genitore al figlio, dall’insegnante allo studente: i più piccoli vanno protetti e difesi, in quanto vulnerabili, innocenti, inermi, irresponsabili.

La premessa alla Convenzione sui Diritti dell’Infanzia considera come basilare il fatto che “nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo le Nazioni Unite hanno proclamato che l'infanzia ha diritto a un aiuto e a un'assistenza particolari” e che è stata enunciata “la necessità di concedere una protezione speciale al fanciullo”. Ma le motivazioni date all’attenzione speciale che si deve dedicare ai bambini sono da individuarsi nella “mancanza di maturità fisica e intellettuale”: i diritti acquisiti sono così alterati dall’attribuzione di carenze materiali e cognitive.
Ma a questo Mafalda non ci sta: la sua contestazione si scaglia contro il riduzionismo culturale, contro le sterili opposizioni, contro un rapporto costruito come univoco, in cui gli adulti detengono il potere e possiedono le verità, mentre i bambini sono come dei “contenitori da riempire. Come se davvero non avessero una propria visione della vita e del mondo” .

Mafalda, prima di essere una bambina, è una persona: incontra nuovi personaggi, vive la nascita di un fratellino, conosce le angosce della scuola, immersa nei soliti episodi di vita quotidiana, di convivenza con i genitori, di scontro con i vecchi amici. Ma la sua dinamicità ci colpisce e ci sconvolge: attraverso le situazioni, impreviste e banali, ci rende spettatori del gioco di cui noi stessi facciamo parte, mostrando le contraddizioni implicate nella vita di tutti i giorni, dove un bambino spesso si comporta come un adulto, e i genitori, “che non sanno andare al di là delle fatture da pagare, dei piatti da lavare e delle piantine da annaffiare” , assomigliano tanto ai piccoli.

Un nuovo sguardo sul mondo
Le reazioni dei bambini nell’esplorazione attiva del mondo circostante e della dimensione interiore costituiscono l’aspetto più evidente di un’elaborazione continua e produttiva spesso non riconosciuta. Superare invece l’opposizione ‘attivo/passivo’ permette di mettere in luce anche le strategie di interazione e interpretazione promosse dai bambini nei confronti del contesto in cui sono immersi. Essi “esercitano una grande influenza, proprio in virtù della loro mancanza di esperienza, della loro logica, […] della loro sensibilità ai conflitti, combinata alla loro capacità di risolverli” .
Mafalda pone innumerevoli domande a tutti: i suoi genitori sono i destinatari più frequenti, ma la maggior parte delle volte non riceve adeguate risposte, perché le sue questioni sono di tale importanza e complessità da risultare imbarazzanti sulla bocca -e nella mente- di una bambina. I problemi del mondo non hanno un senso chiaro, non hanno necessità di esistere, sono incomprensibili perché di essi non si ritrova la causa e non si prospetta la risoluzione. Gli adulti poi spesso non trovano neanche risposta alle domande, né sembrano capaci di ipotizzare possibilità di scioglimento delle questioni.
Mafalda allora cerca spiegazione e confronto con i propri coetanei e con il suo mondo interiore. Se gli adulti negano sempre una risposta, perché non considerano i piccoli adatti a conoscere determinati problemi o perché neanche loro conoscono l’interpretazione adeguata, i bambini usano modi creativi e trovano soluzioni alternative agli eventi del mondo che recepiscono attraverso televisione e giornali. Mafalda rifiuta di essere trattata come un “contenitore da riempire”, smascherando così una modalità costruita culturalmente, strettamente legata ad una concezione che prevede uno sviluppo normale finalizzato al raggiungimento dell’età adulta: la crescita dei bambini viene così veicolata da parametri, esempi, limitazioni.

L’attenzione verso uno sviluppo armonioso e sano carica bambini e genitori di una responsabilità normativa, rispetto alla quale deviazioni e forme alternative vengono connotate negativamente. Le risposte, i commenti che partono invece da questa bambina risultano assurdi, imprevedibili, forse improbabili, non perché impossibili, ma perché non coerenti con le aspettative che gli adulti si sono creati: “qualsiasi scarto viene necessariamente definito come attacco all’istituzione” . Mafalda sa di essere inserita in un contesto in cui la sua identità viene costruita da una prospettiva “adultocentrica”: dimostra di scegliere quando e come collaborare, elaborando un compromesso tra la propria complessità interiore, ancora da esplorare, e uno statuto di alterità esteriore, che definisce l’individuo bambino secondo un “progetto elaborato che comporti una successione ordinata di operazioni in quanto mezzi, destinata a raggiungere lo scopo a cui si mira” : l’età adulta.
Si scopre che la sua attività di elaborazione non è realmente guidata a priori da uno schema precostituito, secondo cui i bambini fanno, pensano e dicono determinate cose che non possono essere altre: questo è piuttosto ciò che lei lascia credere ai grandi.

Mafalda partecipa, ma soprattutto reagisce.
Le parole di Mafalda evidenziano la tensione costante che deriva dal meccanismo di etichettatura promosso dalla società: il suo è dunque già un comportamento sociale, che accompagna alla consapevolezza dei meccanismi culturali la critica e il rifiuto di questi. Esprime così conoscenza, ma soprattutto riflessione. I comportamenti infantili, che siano di opposizione o di collaborazione, partono da una rete semantica di attese e reazioni, di proiezioni e di giudizi che si accumulano e si modificano: Mafalda riconosce questo modello, assume su di sé la visione del mondo di cui fa esperienza, essa diventa suo patrimonio, il suo criterio di autoregolazione e ripiegamento.
Allo stesso tempo sovverte lo sguardo, costringe il lettore a riconoscere che esiste un altro punto di vista, quello dei bambini, secondo il quale le prospettive di pensiero e azione sono molto più ampie rispetto a quelle rappresentate e istituite come reali. Per questo Mafalda si sforza di capire, pretende di sapere, al di sopra degli schemi imposti e fuori dalle aspettative costruite. Gli adulti visti da Mafalda: spunti per un’autoriflessione Il rapporto tra Mafalda e i suoi amici non può che essere dialettico, tanto quanto il rapporto con i suoi genitori: il discorso quotidiano, in qualunque situazione, anche all’interno della scuola, è il risultato di un confronto interpersonale in cui le strategie di continuo riadattamento si compiono attraverso le pratiche. Nella vita familiare il dialogo è un costante lavoro di adeguamento tra persone che convivono in uno spazio comune: Mafalda subisce la minestra cucinata dalla madre, Nando, il fratellino, passa il suo tempo a giocare e a sporcare la casa con i colori, la mamma pulisce e sogna il futuro a cui ha rinunciato per i figli, il padre infine è costantemente in lotta con i soldi che sono sempre troppo pochi.
L’individualità dei singoli è influenzata dagli altri, è essa stessa una “negoziazione intersoggettiva”. Il padre e la madre di Mafalda vengono descritti non solo nel loro ruolo di genitori, ma soprattutto nel loro essere adulti. Questo status implica limiti e debolezze, scrutato dal punto di vista dei figli: nelle situazioni quotidiane i genitori sono spesso incapaci, a volte vulnerabili, superficiali e anche un po’ ridicoli. Non solo i bambini imparano i limiti dei loro genitori, ma li considerano parte integrante dell’essere adulti. A differenza dei grandi, che non accettano alcuni aspetti della loro vita, i piccoli li pongono di fronte alle loro debolezze, ne danno prova, agiscono nei loro confronti mantenendone la consapevolezza. Nelle strisce del fumetto le opinioni di Mafalda acquistano un valore positivo, quella attendibilità spesso non riconosciuta: in questo modo Mafalda rivendica non solo una presenza, ma acquista anche una voce. E la voce dell’infanzia, troppo spesso associata alla “bocca della verità” per non avere un fondamento di validità, pone davanti agli occhi dei grandi un quadro irriconoscibile, ma altrettanto reale, di sé stessi: Mafalda giudica continuamente, con commenti pieni di compassione e ironia. Il fatto di essere cresciuti secondo un’inesorabile necessità fisiologica è già per gli adulti uno svantaggio, un evento sfortunato, perché questo implica perdere una logica infantile per assumerne un’altra peggiore: la logica dell’autorità e del soggetto, in cui la possibilità di esercitare un potere priva della libertà di scegliere.
I grandi sono dunque coloro che esigono obbedienza ed emanano autorità, ma che vengono sottomessi ad un assoggettamento che detta regole, doveri e necessità. I grandi non sono da colpevolizzare, ma da comprendere: essi vivono contraddizioni e conflitti interiori più radicali proprio perchè adulti, hanno bisogno di affetto, di protezione, sono vulnerabili e fragili. I commenti di Mafalda lasciano affiorare poi non solo l’innocenza, ma l’irresponsabilità, l’immaturità di molti comportamenti e valori instaurati dai grandi. Agli occhi di una bambina i propri genitori spesso sono illogici, stupidi, incoscienti.
Per questo motivo Mafalda partecipa ai problemi che gli adulti si creano, ma non li accetta: i suoi tentativi di aiutare la famiglia sono alternati al richiamo verso eventi più importanti e degni di attenzione. È il soggetto più piccolo che assume il ruolo di responsabilità nei confronti di una situazione problematica. Anche i bambini costruiscono dunque una rappresentazione degli adulti: i pensieri e le azioni di cui Mafalda è testimone rispondono ad una concezione sviluppata nei confronti dei grandi. E le operazioni che i grandi attuano nel mondo e sugli altri vengono ugualmente giudicate secondo categorie oppositive. Risultando spesso criticate perché ritenute inadeguate. Per questo motivo assumere atteggiamenti propri dei genitori spaventa: così come per un adulto è vergognoso comportarsi come un bambino, essere infantile, così per Mafalda è imbarazzante agire come la sua mamma nei confronti del fratellino.

Eppure il comportamento di Mafalda non è dettato da un puro spirito di ribellione, bensì è un tentativo di mostrare una verità difficile da accettare, in cui spesso gli adulti si comportano da stupidi, non comprendono il valore delle cose e vengono ripresi e corretti dai figli. I commenti che Mafalda riferisce alle azioni dei genitori ridicolizzano l’attenzione e la cura che essi pongono in futilità, criticano gli sforzi inutili su cui essi perseverano, rendono inaccettabili scelte ritenute razionali e logiche. Mafalda non distrugge l’ordine, mostra solo che questo non è l’unico possibile: possiede, come tutti i bambini, un altro punto di vista, un altro modo di conoscere e percepire che vuole essere ascoltato, non represso. Allo stesso tempo scioglie i legami delle visioni ristrette, delle categorie prestabilite, con lo sforzo di riaccendere nuove prospettive di autoriflessione e di dialogo. Scardina i ruoli e gli stereotipi attribuiti a bambini e adulti, mostrando con assoluta semplicità come “tutto ciò costituisce la stoffa propriamente umana. L’essere umano è un essere ragionevole e irragionevole, capace di misura e di dismisura; soggetto di un’affettività intensa e instabile; sorride, ride, piange, ma sa anche conoscere oggettivamente; è un essere serio e calcolatore, ma anche ansioso, angosciato, gaudente, ebbro, estatico; è un essere di violenza e di tenerezza, di amore e di odio; è un essere pervaso dall’immaginario e che può conoscere il reale” .

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