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Da grande diventero' felice

Questo articolo è stato pubblicato sul n. 4/2010 della Rivista Infanzia

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di Milena Bernardi

Declinazioni e rappresentazioni del dolore infantile nella letteratura per l’infanzia e nella dimensione poetica dei linguaggi narranti.

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Martina, primo indizio.

Mentre scrivo questo breve contributo, certamente non esaustivo, ma solo “indiziario”, dedicato alle rappresentazioni del dolore dell’infanzia e nell’infanzia nell’ambito della letteratura per l’infanzia, esce sugli schermi cinematografici italiani il film di Giorgio Diritti L’uomo che verrà.
Poesia del dolore, della forza resistenziale necessaria ad attraversarlo, a sopportarlo guardandolo negli occhi, toccandolo con mano e ben sentendo che è una condizione di vita e di morte.
Poesia del dolore infantile autenticamente specifico dell’infanzia eppure condiviso, vissuto insieme al dolore adulto.
Impossibile, per me, esiliare dagl’occhi della mente l’immagine austera della bambina protagonista del film nel momento in cui mi accingo a dire qualcosa intorno alle immagini d’infanzia in rapporto alla sofferenza.
Nel film di Diritti la bimba è il cinema, è la macchina da presa, è lo sguardo sgomento e tragico di ogni personaggio, di ogni narratore e di ogni spettatore. Lei tace, soffrendo già all’inizio della storia, d’una forma di afasia elettiva forse emersa dopo la perdita di un fratellino. Tace e il suo silenzio è emblema d’una forma altra di comunicazione e di racconto. E’ il silenzio estremo che sembra scaturire dall’evidenza della morte stessa sintetizzata nella fine insopportabile di chi sia appena venuto al mondo. Così Martina, questo il suo nome, tace, come avesse perduto qualunque illusione, quando la vita inaugurata subito si spegne.
E in questa drammatica metafora della coincidenza assoluta di vita e morte, e quasi dell’esaurirsi di energie vitali, si esauriscono le parole. Martina “sceglie” di non parlare, cade in un mutismo che sta, forse, a raffigurare l’infanzia e l’infanzia dell’umanità, oramai privata del logos a causa del trauma indotto dalla consapevolezza della finitudine. Un trauma che la guerra amplifica a dismisura, oltre ogni soglia di tollerabilità. Certo, si tratta di una dimensione simbolica: il silenzio di Martina non è indagato dal punto di vista delle cause psicologiche scatenanti che, nella realtà, potrebbero scaturire da conflitti inscritti nelle relazioni primarie, vissute in rapporto a quella morte.
Sembra servire, il suo intenso silenzio, alla narrazione dell’indicibile sopraffazione subita dai bambini e dagli adulti, dall’intero consorzio umano schiacciato dalla violenza. E’, dunque, dal punto di vista narrativo, un silenzio poetico, un’alta metafora al servizio della poesia che rende raccontabile ciò che non lo sarebbe. La cifra estetica che si traduce in etica del racconto del dolore.
Come narrano i bambini il loro dolore e il dolore che li circonda, che riconoscono, che decifrano o che, al contrario, non riescono a decodificare né a spiegare? O del quale si sentono sia partecipi che responsabili? O di cui non colgono i confini? Quali lingue, o meglio, linguaggi, usa l’infanzia per dire o per non dire/ non poter-saper dire l’indicibilità di vissuti di disagio profondo che devastano e invadono l’esistenza “tutta”?
La bimba del film corre dentro la guerra che esplode sulle colline di Monte Sole, luogo simbolo d’una feroce strage di innocenti. Vede, sente, inquadra sequenze che ci rimanda con l’efficacia solenne dell’essenzialità poetica. Gli occhi sgranati di Martina e i suoi gesti veloci, sintetici e inequivocabili narrano il dramma del quotidiano vissuto sul filo del rasoio, nel continuo riproporsi del pericolo estremo d’una vita vissuta in guerra, d’una infanzia spesa a percepire tutto subito e in fretta, nella necessità impellente del dovere primario: sopravvivere.
Nell’ambientazione boschiva del film, lassù a Monte Sole, si mette in scena una tragedia raccontata con la limpidezza della poesia visiva, intendendo per poesia la ricerca metaforica di ogni ripresa, l’unicità dei paesaggi, la sintesi di tempi e battute, la scelta del dialetto, l’esser dentro la terra e la natura che contiene il dramma. La poesia dell’autenticità fa dialogare linguaggi che ricordano Il Galateo in Bosco di Zanzotto, quel “raspar su” su cui il poeta insiste per ritrarre il suo lavoro di raccolta dei segni concreti e sublimi della natura, l’andare per sentieri impervi e stupirsi ancora dei frutti/memorie del sottobosco: conia, Zanzotto, un vocabolo per enunciare l’unione con il paesaggio, paesaggire. Una parola perfetta anche per il film di cui Martina, in silenzio, è la narratrice.
Primo indizio: Martina sullo schermo mostra come nella poesia del cinema sia possibile dar volto, sguardo e infine canto al dolore inesprimibile dell’infanzia che, come il poeta, “raspa su” e conserva nelle tasche quel che raccoglie: esperienze, affetti, saperi, perdite, conoscenze, racconti, immagini impresse nel film della vita.
Un film che inquadra una bimba empaticamente storica e vicina alle piccole protagoniste delle fiabe popolari, smarrite in boschi eroici, invasi da orchi feroci, eppure disseminati d’alberi cavi e grotte protettive. Bambine esploratrici che si addentrano in foreste voraci e pericolose di cui, però, conoscono le mappe segrete poiché sembrano appartenere, esse stesse, a quella dimensione altra in cui l’infanzia comunica con la terra, gli alberi, il sottobosco, le case, le mura e gli animali: insomma l’unione primigenia dei luoghi dell’origine, dai quali si proviene incrociando natura e cultura e che per questo possono anche proteggere. Il bosco di Martina è il paesaggio nel quale si muore uccisi dalle armi naziste ma offre nascondigli salvifici all’infanzia minuscola che tutto sembra aver già visto, sentito, compreso, appreso: la salvezza è negl’alberi ben più che nelle case.
Succede sovente anche nelle fiabe popolari di cadere nelle viscere di foreste ambivalenti, abitate da esseri minacciosi ed iniziatici ma sempre disposte a svelare rifugi rigeneranti.
In tal senso il film di Diritti mostra un’infanzia antica e complessa che, come nella tradizione fiabesca, vive nella metafora della foresta sia il trauma dell’incontro con la morte sia la visione salvifica della rinascita. 
Contaminazioni dell’immaginario che adotta immagini d’infanzia per narrare imprese segnate da dolori che non sempre prevedono consolazione poiché se al dolore si accosta l’infanzia, come se la si avvicina all’orrore, spiega Antonio Faeti , essa, l’infanzia, ne esalta l’insopportabile disumanità provocando un atroce risalita del sentimento del perturbante che invade noi adulti quando scopriamo il dolore bambino. Sappiamo di esserne responsabili.
Ma il dolore bambino c’è. C’è sempre stato.
Per raccontarlo cinema, fiaba e Storia trovano in Martina uno sguardo interpretante.
Contaminandosi, le narrazioni, ci mettono a disposizione chiavi di lettura per provare a riconoscere il dolore infantile, porgendogli uno spazio/tempo ed una possibile lingua – detta o silente che sia- per raccontarsi.

L’atmosfera poetica come cifra etica per raccontare le declinazioni del dolore, secondo indizio.

Alla domanda posta all’anziano poeta, circa cosa succeda quando si comincia a far qualcosa che sia poesia, Zanzotto risponde:
<< Succede questo: è come restaurare il vuoto che c’è nel mondo, attraverso la trama dei versi, dei ritmi… però all’inizio c’era il vuoto, c’era il no, la negazione.>>
Per poesia intendo un approccio, un’atmosfera, uno stato d’animo che diviene scelta stilistica ed etica e che narra poeticamente soprattutto quanto è più difficoltoso raccontare. La riflessione del poeta aiuta, credo, a sottolineare come un punto di vista fondante sul movimento interiore che accende il fare poetico sia da ricercarsi nel bisogno di “restaurare” dei vuoti del mondo. Dei vuoti dell’infanzia nel mondo.
Questo è anche il lavoro delicato che la letteratura per l’infanzia, vista nell’insieme dei linguaggi che la compongono – parole e immagini, storie e illustrazioni, voci-corpi, visivo – tenta di fare quando si assume il compito di raccontare il dolore dell’infanzia, nell’infanzia e all’infanzia.
Le storie - dalle fiabe popolari alle trame appena date alle stampe, includendo novelle, romanzi classici e contemporanei e sottolineando la potenza simbolica dell’illustrazione –  possono svolgere la funzione insostituibile di contenere le rappresentazioni delle declinazioni del dolore dei bambini tessendo trame (le trame dei versi come le trame degli eventi delle storie stesse) narrabili in atmosfere poetiche: la trama riordina, riannoda, ricuce e inventa una costruzione metaforica in cui sia possibile raffigurare un dramma (il proprio dramma visto da lontano, suggeriva Calvino) circoscritto nei confini della narrazione; ponendo così il tempo “sotto controllo” e il tempo/spazio nella dimensione simbolica dell’altrove, le storie sembrano potersi distaccare in una loro levità che consente la narrazione del dolore nelle sue articolazioni, fornendo visibilità e parole a sentimenti, vissuti e ferite troppo spesso inenarrabili, soprattutto da parte dei bambini.
Ma c’è una condizione: la dimensione poetica, il bosco naturale di Martina, l’autenticità del dialogo sottaciuto tra autori e lettori, narratori e ascoltatori: il patto con il lettore deve essere più che mai alto e consapevole della rilevanza della qualità estetica ed etica che è specchio della ricerca poetica, quando il lettore è il bambino.
Andersen, ad esempio, è stato un cultore di storie e trame con intense coloriture attribuibili a emozioni dolorose: e, non a caso, le sue novelle immortali continuano a parlare all’infanzia, fin dalla prima infanzia, con i volti di anatroccoli, sirenette, soldatini di piombo, mignoline…segnati da evidenti e struggenti tratti di sofferenza. Ma l’aver consentito cittadinanza alla tristezza, alla malinconia, al sentimento di esclusione, alla solitudine, alla deformità … senza negarne il tratto languido, ha contribuito alla permanenza indelebile della poesia anderseniana nell’immaginario.

Storie, figure, avvicinamenti alle faglie del dolore, terzo indizio.

Restaurare, ritessere lacerazioni, strappi: ricucire in una trama. Narrare l’inenarrabile con l’immagine, la parola intensa e poetica, l’evocazione metaforica. Ciò che la letteratura per l’infanzia, nelle sue produzioni più autentiche ed alte, può fare ed ha sempre fatto nei confronti delle declinazioni del dolore bambino, non consiste nel proporre soluzioni e aggiustamenti mirati soprattutto a facili consolazioni o ancor peggio alla negazione o al travestimento della sofferenza, bensì, al contrario, consiste nel costruire metafore in parole e immagini capaci di avvicinarsi alla possibilità di esprimere, nominare, e perfino decifrare le pieghe, le fragili faglie delle profonde sfumature del dolore.
Da questo irrinunciabile punto di partenza si può procedere per considerare i meccanismi del testo narrativo che porgono ai bambini opportunità di avvistamento di parti di sé ferite, come di riconoscimento di affetti, sentimenti, stati d’animo, perlomeno accennati e resi percepibili nello scorrere nella storia così come nel gioco e nella conversazione.
Vissuti che, intravisti nella metafora letteraria, forse, possono risultare meno estranei, distruttivi, paurosi e inaffrontabili.
Le fiabe popolari e le fiabe colte hanno sempre trattato di infanzie addolorate: abbandoni, solitudini, condizioni di disagio e di sofferenza dovute a conflittualità nelle relazioni parentali, mostruosità del corpo, paura, terrore, angoscia, per non dire violenza, maltrattamento, morte. E, infine, spesso, rinascita e restituzione alla vita. Storie che trattano, come accade ai classici, una raggiera di tematiche che possono rappresentare percorsi peculiari per le pieghe racchiuse nei vissuti personali dei lettori: trame in cui c’è posto per una molteplicità di ritrovamenti correlati ai più diversi bisogni di identificazione e riconoscimento, di risarcimento e ricostruzione, fino alla catarsi.
Quanto alla consolazione credo si possa ricordare che già Tolkien ne rammentava la necessità ma correlata alla ricostruzione e al compimento di percorsi immaginari che personaggi e lettori intraprendono insieme nell’avventura narrativa. Quindi una misura della consolazione che, in questo senso, ricorda il restauro del poeta attratto da nuove scoperte, finalmente fatte proprie, e poste al servizio di un percorso sorprendente di rivelazioni intorno agl’affetti e alle emozioni: soprattutto, perché raccontando storie che ospitino e non escludano le “storie delle ferite” si dà e si trasmette accoglienza ed accettazione alle sofferenze visibili ed invisibili di ascoltatori, lettori e spettatori implicati nel gioco del racconto.

Parole in prestito, quarto  indizio

La difficoltà di affrontare il dolore infantile e il supporto della letteratura per l’infanzia: la dimensione simbolica del “dono” è, a mio avviso, la più specifica e pertinente alla funzione che la letteratura per l’infanzia può svolgere nell’incontro con il dolore dell’infanzia.
Dono, qui, vuol dire gratuità, ascolto, racconto, contenimento.
Della relazione con l’infanzia fa parte, integralmente, la sofferenza dei bambini. E, ancora prima, penso sia importante rammentare, sebbene possa apparire superfluo o addirittura ovvio, che i bambini giungono alla relazione educativa con l’intero loro bagaglio esistenziale che li accompagna, con l’autenticità e l’originalità del loro vissuto e delle loro esperienze. E quindi con quella personale storia affettiva, culturale, sociale ecc…essi entrano nella rete delle relazioni in cui intrecciano, tra le altre, anche la dimensione del dolore con le persone, le cose, i contesti, le rappresentazioni che incontrano.
Le rappresentazioni narranti si rivolgono all’infanzia mentre si rivolgono ad ogni bambino e all’intero suo vissuto, e possono individuare aree di sofferenza, di conflittualità, di dolore, cui dare peculiare risalto e voce. In tal senso mi sta a cuore ricordare come le grandi storie - i classici, le fiabe – si aprano ad ampie visioni d’insieme comprendendo, contenendo e così raffigurando i grandi temi della vita, e, naturalmente, della morte, là dove compaia. Opere che non sono parcellizzate in filoni tematici ma che sanno abbracciare i temi dell’umano, della crescita, e quindi della gioia e del dolore con le loro innumerevoli sfumatura. Basti citare Pinocchio e Peter pan.
Pertanto è l’infanzia stessa, in prima persona, a ritrovare di volta in volta la propria corrispondenza d’amorosi sensi con quel paesaggio interiore, quel personaggio o con il libro nella sua totalità. Perché, come suggeriva Giorgio Manganelli, i libri sono infiniti.
Possono, infatti, far spazio alle nostre storie, alle storie dell’infanzia e rivelarne frammenti preziosi per di più suggerendo letture nuove da cui generare riflessioni, immagini, correlazioni inattese: ed è così che si costruiscono metafore – creativamente – narrative, altre storie con cui procedere nella rappresentazione di sé e del proprio mondo relazionale. Si scoprono parole e immagini in grado di descrivere e interpretare simbolicamente il vissuto, e saranno parole da prendere subito come un prezioso prestito elargito dalla dimensione poetica del raccontare/raccontarsi.
Questa è la ragione per cui credo indispensabile, come scelta pedagogica, evidenziare la necessità di porgere ai bambini libri, storie e figure scelti con la cura della competenza e della conoscenza ed anche con la consapevolezza che, ad esempio per i temi del dolore, essi, “i grandi libri”, sapranno parlare al bambino comunque, tra le righe, con gli spazi bianchi, tramite le storie nascoste che andranno affiorando tra lettore, storia/romanzo e illustrazioni e di cui noi adulti potremo anche non accorgerci o non essere messi a parte.
Per l’adulto, e mi rivolgo in particolare agli adulti implicati nella relazione educativa, affrontare le esperienze del dolore infantile è un tema così delicato e scottante da creare un certo disorientamento anzi, a dirla tutta, è spesso tale da determinare una patina di resistenza che si può quasi percepire sfiorandola, che si può riconoscere osservandone i tratti negli sguardi e nelle espressioni di impotenza che solcano i volti… quali volti? I nostri.
Nella relazione educativa succede quotidianamente di confrontarsi con il dolore infantile e le sue declinazioni e sfumature: l’angoscia della separazione, l’ansia dell’abbandono e la pena inconsolabile del sentimento di perdita; la rabbia, la distruttività, l’aggressività; la malinconia, la tristezza; la paura, il terrore. E poi la lingua delle emozioni e dei vissuti dolorosi: il pianto, le urla, il grido, le corse sfrenate, i lanci di giocattoli e oggetti; o, al contrario, il pianto sommesso e silenzioso, l’affanno, la solitudine e la chiusura, quando il corpo infantile si rannicchia ed esclude l’esterno da sé; e poi le lacrime lasciate cadere sulla spalla di un adulto fidato, cercato, nel cui abbraccio l’infanzia si ricompone…equilibri e squilibri…ninna nanna e filastrocca di riavvicinamento…
Ecco che accanto alle fiabe e ai classici che tutto contengono, compaiono, sugli scaffali della letteratura per l’infanzia, libri, albi illustrati, illustrazioni che si distaccano dalle troppe produzioni stereotipate e ripetitive e stupiscono subito il lettore per la profondità, l’attenzione e la cura, per la ricerca testuale, poetica e grafica con cui raccontano proprio certi vissuti di sofferenza dell’infanzia.

Pensieri, parole e figure che la narrazione ci regala e che possiamo prendere come un prestito da restituire all’infanzia in forma di storie quando il libro è un dono.

Un esempio, quinto indizio.

Il dialogo con l’infanzia nella relazione educativa può avvalersi della parola e dell’immagine narrante e mettere in scena rappresentazioni stupefacenti di vissuti complessi, carichi, anche, di conflittualità ad ambivalenze laceranti.
Un libro, un albo illustrato, tra gli altri, si propone da sé: Jutta Bauer compone di testo ed illustrazioni Urlo di mamma, edizioni Nord Sud, Salani, 2002.
Il prezioso libricino narra dell’URLO che una mamma pinguino getta sul suo piccolo pinguino.
Un urlo talmente forte da provocare la frammentazione del piccolo in mille pezzi: letteralmente, il testo recita <<mi ha mandato in mille pezzi>>.
Ne segue lo spargimento dei “pezzi” del corpo del piccolo pinguino in paesaggi estremi: il cielo, il mare, la giungla, i monti, la città…Paesaggi d’un paesaggire interiore in cui il piccolo cerca, però, eroicamente, di ricomporsi e dice <<volevo cercarmi, ma gli occhi erano in cielo…>>.
Potenza espressiva della metafora poetica che si rivela lingua indispensabile alla narrazione dedicata alla prima infanzia e, qui, profondamente introspettiva, autoriflessiva.
Vorrebbe, il pinguino, gridare, volare, mentre corre alla rincorsa di se stesso senza potersi davvero ritrovare…e la sua intenzione di cercarsi è indizio importante dello sforzo che egli compie per rimettere insieme i suoi pezzetti, così come della funzione ri-costruttiva della trama.
Ma, infine, quando oramai è troppo stanco e solo le sue zampe esauste solcano la sabbia del deserto:
<<…un’ombra enorme calò sopra di loro. La mamma aveva raccolto e ricucito tutto, mancavano da attaccare soltanto le zampe. Scusa se ho urlato così forte, disse la mamma.>>
La ricucitura, il restauro, il ripristino dell’equilibrio affettivo - emozionale del finale è raffigurato in modo esemplare tanto quanto la lacerazione drammatica dell’inizio.
La funzione ri-generatrice materna di una mamma che sa chiedere scusa ad un bambino/pinguino su cui ha rovesciato urla di rabbia distruttiva si esplica nella esplicita illustrazione conclusiva, quando i due personaggi si imbarcano su una nave che, come loro, è bianca e nera e sembra rappresentare la loro relazione ricomposta che li contiene, ora, entrambi, amorevolmente.
La nave “pinguina” avvolge e coinvolge riportando equilibrio là dove si era creato un forte squilibrio, riaggregando dopo la disgregazione e suggerisce, nel contempo, quanto sia delicato e fondamentale il ruolo adulto sia nella fase di provocazione e responsabilità, sia in quella della comprensione e della cura dell’intensità del dolore infantile.
Un libro che narra e dipinge una trama enunciata da righe-versi che spostano il vissuto doloroso nel fantastico, nel metaforico, oltre il reale, proprio per poter restituire alla dimensione realistica un codice di decifrazione e di rappresentazione.
La funzione di cura della narrazione si annuncia fin dall’esordio sconcertante che spesso lascia perplessi gli adulti, timorosi di imbattersi in sintomi di sofferenza e di disagio fin troppo quotidiani e frequentati. Ma la funzione di cura, se si esplica, coinvolge e contiene bambini ed adulti insieme, proprio come fa la nave nera e bianca, ampio bastimento-relazione-contenimento con cui la mamma pinguino e il piccolo pinguino proseguono il loro viaggio oltre l’ultima pagina.

Un libro per bambini come testo di formazione per adulti, sesto indizio.

E’ un breve romanzo di Guus Kuijer, Il libro di tutte le cose, Salani, 2009.
Racconta, in modo magistrale, la sfera nascosta e invisibile, segreta e racchiusa nel dialogo intimo del bambino con se stesso, della sofferenza infantile. Una sofferenza profonda e lacerante, tradotta dall’autore nella sinteticità di pensieri e fantasie che si espandono, simbolicamente, dalla mente e dal corpo del bambino protagonista sulle pagine cui siamo costretti a restare incollati.
Questo piccolo libro può essere letto e studiato e meditato, a mio parere, dagli adulti, come fosse – e in effetti lo è – uno degli studi più originali e sconcertanti di traduzione letteraria del dolore nell’infanzia.
Thomas, il giovanissimo eroe, ha nove anni quando scrive il diario/libro che noi leggiamo ed è quindi un poco più grande rispetto ai bambini che frequentano le scuole dell’infanzia. Ma proprio quel suo sguardo acutissimo di bambino appena cresciuto, eppure ancora solidamente immerso nell’universo visionario dell’infanzia costituisce un insegnamento fecondo e raro in termini pedagogici, educativi, relazioni e di conoscenza dei misteri dell’età d’oro.
Il punto di vista di Thomas va ben oltre ogni prevedibile stereotipo circa come i bambini soffrano.
Per questo e per la potenza metaforica del testo, il piccolo romanzo può essere un’occasione e una possibilità da non perdere per chiunque si occupi di infanzia e desideri riflettere sulla pensabilità del dolore bambino.
Thomas vive in una famiglia soggiogata ad un padre violento: << Thomas si voltò, andò in cucina e prese il cucchiaio di legno dall’appendimestoli. Poi salì di corsa le scale e andò in camera sua. Si sedette davanti alla finestra e guardò fuori, ma non riusciva pensare. Il mondo si era svuotato. Tutto ciò che un giorno era esistito era stato spazzato via. C’erano solo suoni. Thomas sentì lo schiocco sulla morbida guancia della mamma. Sentì il rumore di tutti gli schiaffi ricevuti dalla mamma in passato, una pioggia di schiaffi, come quando grandinava in Jan van Eyckstraat e le foglie venivano strappate via dagli alberi. Si premette le mani sulle orecchie. Dopo che Thomas ebbe guardato nel nulla per un’eternità, sentì, attraverso le mani, i pesanti passi del papà sulle scale. Bum, bum, bum, bum.>>
La pagina prosegue come si può immaginare. Il cucchiaio calerà impietoso sul corpo del bimbo…
Il mondo si svuota e Thomas si sposta in una dimensione eterna, senza tempo né vita, né cose: è completamente solo in quel vuoto già evocato da Zanzotto, la paura e la certezza del dolore fisico e psichico lo dominano e forse per questo il bimbo è come se sparisse in un nulla eterno.
Il monologo interiore di Thomas piegato a ricevere botte, che qui non riporterò, dice tutta la rabbia, l’angoscia, e soprattutto la ricerca di senso e la non rassegnazione di cui egli è capace.
Solo 94 pagine stampate in caratteri grandi per inoltrarsi nelle fantasie di un bambino che ha sopportato e sofferto per nove interminabili anni, fino a quando ha deciso di scrivere un libro e di darsi un obiettivo: da grande diventerò felice!
Thomas trova risorse in se stesso e in aiutanti “magici”: una vecchia forse “strega” dotata di un’ampia biblioteca, libri in cui tuffarsi, nuovi significati per leggere il suo dolore e rigenerarsi.
Si riassume nella funzione di rinascita e di presa in carico del proprio dolore e della propria vita, vita ancora così breve come è quella dell’infanzia che sa persino occuparsi di se stessa, una delle più importanti risorse della letteratura largamente intesa come scrittura, racconto, narrazione, lettura, illustrazione, messa in scena cinematografica ecc…
Nella tessitura delle contaminazioni narranti, da Martina a Thomas, passando per i brutti anatroccoli e i piccoli pinguini, si incontrano parole per dar voce e senso a sofferenze infantili che resterebbero, altrimenti, disperse in vuoti davvero di incalcolabile vastità.

L'autrice

Ricercatrice in Letteratura per l'infanzia, docente di Storia dell'editoria scolastica e per ragazzi e Pedagogia della narrazione e rappresentazione delle diversità, Università di Bologna

A. Zanzotto, Il Galateo in bosco, in Poesie (1938-1986), Oscar Mondadori, Milano, 2009, p.217

CFR, A. Faeti, La casa sull’albero, Einaudi, Torino, 1998

A. Zanzotto, Dialoghi, in Ritratti, Fandango Libri, di C. Mazzacurati e M. Paolini, Roma, 2007, p. 33

Cfr, A.Byatt, Tre storie fantastiche, Einaudi, Torino, 2005

Guus Kuijer, Il libro di tutte le cose, Salani, 2009. p.16

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