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la problematicita' dello scrivere per l'infanzia
la parola ai relatori

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In attesa dell'apertura dei lavori, mercoledì mattina, ecco le sintesi degli autori che relazioneranno al convegno "La problematicità dello scrivere per l'infanzia tra l'esigenza della buona narrazione, i timori della famiglia e le richieste del mercato"
A presto!


Che fine ha fatto il lupo cattivo?
Tra i timori degli adulti e il coraggio dei bambini.
Vittoria De Carlo (Dirig. Sez. Ragazzi Teatro dell’Argine)


Le fiabe per l’infanzia stanno cambiando forma, gli antagonisti sono sempre meno burberi e le loro caratteristiche delineano sempre più spesso una “cattiveria” sfocata che si manifesta in altre caratterizzazioni: i cattivi diventano dispettosi, sgarbati, lunatici et. altro, mentre i protagonisti sono, spesso, smaccatamente buoni, talmente buoni da non “riuscire” ad eliminare fisicamente il cattivo.
Può accadere, dunque, che l’antagonista non muoia, ma scappi o si penta, convertendosi addirittura alla bontà.
Anche il teatro si sta adeguando e palesa un’attenzione sempre più “ ansiogena” alle presunte paure infantili. E allora vediamo rappresentati: il lupo buono e dolce, i draghi che divertono tutti perchè dalle fauci sprigionano fuochi d’artificio, Orchi vecchi e gentili, streghe che si trasformano in brave nonnine.
Anche il tema dell’ abbandono tipico delle storie di un tempo non ha il colore di una volta.
A questo punto la domanda che mi pongo e che pongo è la seguente: a cosa è dovuta questa mutazione?
Paura di spaventare i bambini? Dobbiamo tutelarli per evitare loro di esplorare paure ancestrali
come l’abbandono? Temiamo di spingerli alla violenza? Se uccidiamo il cattivo possiamo inviare al bambino il messaggio che a violenza si risponde con violenza? Dobbiamo tutelarli per evitare loro di esplorare paure ancestrali come l’abbandono?
Eppure la paura è da sempre parte integrante delle fiabe. E’ un brivido eccitante. I bambini amano i thriller, amano i draghi e i dinosauri.
Non trascuriamo che l’eroe vince sulla paura dando vita ad un finale liberatorio.
La fiaba interpretata avvolge il bambino. Non dimentichiamo che la voce, il corpo, i movimenti, strumenti dell’attore animano i contenuti della storia, l’utilizzo della musica arricchisce e sottolinea alcuni passaggi importanti e l’ascolto partecipato dei bambini è, per noi adulti, spesso più che sorprendente.
Ma non sempre noi adulti siamo così coraggiosi da riuscire ad affrontare, negli spettacoli, paure ancestrali e ‘catartiche’.
Qualche anno fa, in alcuni laboratori - spettacolo per fascia d’età 4/5 anni, si era ipotizzata l’idea di lavorare con i bambini sulla rielaborazione della fiaba classica di Pollicino, ma la proposta non ha riscosso grandi ‘ovazioni’ anzi ha creato un generale clima di ‘timore’ in molti adulti presenti. Le perplessità riguardavano soprattutto le fasi narrative de:
La decisione e abbandono nel bosco di Pollicino e i suoi fratelli (il padre comunica alla madre a cena che devono abbandonare i figli perchè non hanno da mangiare ed aggiunge che piuttosto che vederli morire di fame preferisce abbandonarli, “magari qualcuno si prenderà cura di loro!”)
La scena in cui l’Orco uccide le figlie, scambiandole per Pollicino e i fratelli.

Noi attori ci siamo posti mille domande e.....abbiamo optato per altro...
Abbiamo optato per altro... Ma quanto i nostri timori ci portano a tutelare realmente i bambini o quanto rischiano di impoverire i contenuti delle storie?
Quanto un rovescio delle fiabe classiche può aiutare a disinnescare le paure?
Si punta su un rovesciamento della dialettica amico - nemico in modo da sottolineare che anche nel peggior antagonista possano manifestarsi tratti positivi?

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Fra Grillo Parlante e Lucignolo vince Geppetto
Buonismo noioso, cattivismo divertente, buonismo accattivante. La via della Maestria e della Genitorialità Diffusa. Pensieri, filastrocche, esempi tratti da "La Melevisione" e da altrove.

Bruno Tognolini (Autore Melevisione e libri per bambini)


Absolute Beginners
Un narratore non è “esperto” del suo campo: gli si richiede destrezza d’invenzione non d’osservazione: per scrivere storie occorre sguardo addestrato a vedere come le cose potrebbero essere altrimenti, non come sono
Il mio contributo al convegno partirà da questa premessa. Sarà racconto non resoconto, prospettiva non panoramica: “ciò che si vede da qui”, dal fronte del fare
Applicherà l’artificio retorico del passo a tre, l’intreccio, la dialettica tripartita:
tesi/antitesi/sintesi - Grillo Parlante/Lucignolo/Geppetto - Scuola?/TV?/Famiglia?

1 . Il Grillo Parlante: buonismo noioso
Scuola = luogo dell’offerta di contenuti, della trasmissione di valori positivi ai bambini
Ma contenuti e valori diventano alibi che esime i parlanti dal dovere della cura della bellezza (Maggiani: “la responsabilità della manutenzione della bellezza”)
Da cui la mesta sindrome "alti contenuti / bassa efficacia estetica”: il buonismo noioso
Ambiente, pace, intercultura: parole d’ordine della lingua ufficiale grilloparlata
Conformismo e opportunismo dei bambini: le migliaia di “lavoretti” sulla pace
Un circolo vizioso: il conformismo dei bambini priva gli insegnanti dello stimolo a migliorare l’efficacia estetica delle loro offerte (“ai bambini piace così ”) / la povertà estetica delle offerte incrementa la passività estetica e il conformismo dei bambini (“alla maestra piace così”)
Esempi

2 . Lucignolo: cattivismo divertente
TV = luogo dell’offerta di pure forme di consumo, puro scorrimento, schiuma senza sostanza (dal programma del convegno: “realizzare un prodotto scevro di ogni problematicità garantisce l’acquisto da parte dei distributori di quel prodotto”)
O peggio, TV = luogo dell’offerta di valori negativi ma “sexy”: la pubblicità Cattiva Maestra (Rifkin: sfruttamento intensivo dei terreni narrativi a scopo commerciale, senza ricambio, senza riposo, senza “maggese”; rischio per la biodiversità)
Eccellenza estetica delle forme, collegata alla grande disponibilità di risorse economiche (l’Omino di Burro è un facoltoso trafficante di bambini degradati, dalla cui vendita trae le risorse per costruire la su Disneyland/trappola)
Da cui la mesta sindrome "bassi contenuti (o negativi) / alta efficacia estetica”: il cattivismo divertente
Esempi

3 . Geppetto, o della responsabilità dei maestri: buonismo accattivante
La doppia morale dell’Omino di Burro: una cosa dico ai miei figli, un’altra ai figli altrui
La tristezza, la miopia, l’idiozia, l’autolesionismo di questo approccio. Invece…
La paternità diffusa di Geppetto: responsabilità nei confronti dei bambini “figli di tutti”
La maestrìa: responsabilità (rispetto) nei confronti della propria arte e dei suoi attrezzi
L’utile bellezza. Maurizio Maggiani: “a regola d’arte”, “una cosa ben fatta è utile bellezza”
Geppetto, maestro di legna, artefice “a regola d’arte” (tanto da intagliare la vita) è l’unico che si sente tanto responsabile del suo incerto artefatto da partire per andare a cercarlo fino in fondo al mare (mentre la Fata lo aspetta immobile, addirittura morta)
Sensibilità dei bambini alle cose fatte “a regola d’arte”, anche se sono “buoniste”
Esempi

Conclusioni: Chimere (ma “fatte a regola d’arte”)
Il punto di sintesi (l’ibridazione, o “chimerizzazione”) fra l’utile e il bello è dunque l’utile bellezza, e fra buonismo e cattivismo è il “buonismo accattivante”
Fra luoghi di produzione, linguaggi, atteggiamenti schierati e divisi dalla mesta dicotomia “buono e brutto/VS/ bello e cattivo”, occorre che si aprano passaggi, trasfusioni, chimerizzazioni
I trasfughi possono fare molto: artisti addestrati alla maestrìa, ma che hanno ripudiato la responsabilità (individuale e paterna di ciò che raccontano), possono ritrovarla nella scuola (o, come è molto frequente, nella letteratura per l’infanzia), mettendo la propria arte al servizio della trasmissione dei valori “per i valori”, non della trasmissione di forme o valori “per i prodotti”. E ricongiungere così la mano al cuore
E il flusso trasfusorio opposto: una maggior presenza e controllo psicopedagogico nella produzione di narrazione “commerciale” per l’infanzia
Le Chimere sono impossibili? Non è vero: l’ingegneria genetica le sta già realizzando

Testimonianza ed esempi
Il caso di Melevisione: un’isola nella corrente
Filastrocche di piombo – Filastrocche di piume
Tre fabulae di piombo piumato dalla Melevisione

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Voglio ubriacarmi di succo di frutta!
scrivere il cartoon e la guerra preventiva della censura

Francesco Filippi (Story Editor Winx Club 2)


Il cinema d’animazione ha potenzialità comunicative uniche e straordinarie non solo per l’infanzia, ma il cartoon purtroppo è ammalato. Di che malattia si tratta? Chi è stato?
Nella sua dimensione ludica, cangiante e immaginifica, il cinema d’animazione ha il privilegio di parlare il linguaggio dei bambini (di chi lo è e di chi lo è ancora), ma questa preziosa virtù si è trasformata, suo malgrado, in una tremenda prigione. Con l’avvento della tv, il cartoon è diventato la baby-sitter per eccellenza, che, come una macchina, non deve dare problemi e ubbidire a qualsiasi desiderio genitoriale.
Come un attore, imprigionato nel ruolo di un personaggio di successo, il cartoon non è mai stata data la possibilità di uscire davvero da questa immagine di baby-sitter e di venire riconosciuto come linguaggio, come interlocutore serio, come esperienza culturale. Anche dalle babysitter mal pagate si pretende però la perfetta incolumità dei fanciulli; guai, se, giocando nel fantasioso e variegato prato dell’immaginazione, essi ritornano con una puntura d’insetto o un ginocchio sbucciato. Meglio allora tenerli in casa su una moquette ben disinfettata. Però, quando l’unica preoccupazione è contare le sbucciature delle ginocchia, ci si dimentica di cosa significa giocare in un mondo ricco e variegato, in un prato di montagna come Heidi. E quando ci limitiamo a controllare se la baby-sitter sia elegantemente abbigliata e a buon mercato, ci dimentichiamo che è una persona, non ci importa di conoscerla e se davvero vale la pena che i bambini passino il tempo con lei.
Il cartoon, bersagliato da chi non ha tempo di vedere chi sia davvero la baby-sitter e come giochi coi bambini, è diventato oggetto di censure, molto spesso preventive, dai risvolti assurdi e controproducenti. Pressato da un intreccio di paure sociali e pigrizie genitoriali, ipocrisie mediatiche e ovviamente forti interessi economici, il cartoon oggi soffre di nanismo. Ma chi ne subisce le silenziose conseguenze sono i bambini stessi che si intende tutelare, vittime forse di un’idea di infanzia da rivedere.
Dopo un breve escursus storico-geografico sul panorama dell’animazione, l’intervento mostrerà tragicomici interventi censori su serie d’importazione, arrivando a esempi di censure preventive nostrane, smascherando le vere logiche commerciali sottostanti. Tuttavia, al di là del caso singolo, verrà posta l’attenzione sulla qualità complessiva del prodotto, sul cartoon come esperienza.

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Il lavoro degli autori e le istanze dei lettori: un gap comunicativo

Alessandro Sisti (Sceneggiatore Disney e Docente di Sceneggiatura del fumetto)


Dal punto di vista dei valori etico-educativi, la periodistica destinata ai ragazzi (a cominciare dal fumetto che ne rappresenta l’elemento centrale) ha da tempo trovato uno stabile equilibrio nel rapporto con il proprio pubblico. Evolutasi la percezione del lettore, migrati i contenuti inadeguati – dal porno-soft all’esaltazione della trasgressione – verso differenti segmenti editoriali quando non drasticamente in altri media, i “giornaletti/giornalacci” che le mamme d’una volta non volevano vedere fra le mani dei propri figli sono praticamente estinti, mentre la violenza più teatrale, peraltro proposta in forme iperboliche che la rendono non-realistica, caratterizza essenzialmente le produzioni di provenienza straniera, generate da culture altre e diffuse tramite canali di nicchia.

Editori e autori italiani, e occidentali in genere, si sono allineati a canoni deontologici non scritti, finalizzati a eliminare sia le componenti suggestive di comportamenti devianti o negativi (dall’apologia della violenza all’uso di stupefacenti, arrivando all’alcol e al tabacco), che quelle potenzialmente turbative (le tematiche sessuali) e a non menzionare, o a trattare con attenzione, quelle virtualmente ansiogene (in prima istanza separazione, malattia e morte). Una sorta di codice condiviso che non sminuisce la creatività e la liberta d’espressione degli autori professionisti, orientati, per scelta e per mestiere, a una comunicazione specificamente confezionata per le esigenze del pubblico e dunque primi a voler offrire un intrattenimento dalle caratteristiche esclusivamente positive.

Intrattenimento che è nondimeno un prodotto, ed è dunque soggetto a condizionamenti da parte del (presunto) mercato, passibili di conseguenze indesiderate: primo fra tutti l’impoverimento dei contenuti, per complessità strutturale e varietà di temi. L’editoria periodica è infatti costretta a contendere l’attenzione dei lettori – sempre più limitata da impegni sociali, scolastici e sportivi – a competitori dalla fruizione più facile, come la televisione, o capaci di fornire una gratificazione dinamica e meno faticosa rispetto alla lettura, come i videogiochi. Di conseguenza è a standard poco impegnativi e di rapido consumo che i responsabili di mercato, mediatori fra chi scrive e chi legge, influenzati anche dalle tendenze che si manifestano all’estero in tal senso, spesso chiedono agli autori di conformarsi. Con sempre maggiore frequenza le parole d’ordine sono ridurre e semplificare. Senonché, per la più banale delle regole narrative, il risultato è quello opposto. La lettura è una gara in cui l’autore dovrebbe essere sempre di qualche passo avanti al lettore, per sorprenderlo, affascinarlo e porgergli informazioni che ne stimolino e soddisfino l’intelligenza. Un racconto troppo semplice, privo di svolte e di sorprese, risulta inevitabilmente poco appagante e il pubblico se ne disaffeziona e se ne allontana. Un disinteresse che può essere tuttavia interpretato come dipendente dalla difficoltà d’accesso e che spinge dunque a un’ulteriore semplificazione.

L’equivoco e le sue conseguenze sono assai meno presenti in altri ambiti, come quello dell’editoria libraria per ragazzi che continua a proporre al proprio pubblico una narrazione articolata (tanto da risultare gradita anche agli adulti) e che per questo negli ultimi anni ha visto crescere la propria diffusione in modo significativo. È un problema del quale spetta ai lettori costruire la soluzione, dando voce – al di là delle indagini di mercato i cui risultati possono venir fraintesi – al desiderio di storie davvero in grado di divertire e coinvolgere.

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