Dal 26 al 28 febbraio scorso, si è tenuto a Bellaria Igea Marina il secondo convegno di Media Education organizzato dal Centro per l’educazione ai media Zaffiria di Rimini e patrocinato dal Med, Associazione italiana per l’educazione ai media e alla comunicazione.
L’incontro ha visto succedersi gli interventi dei nomi più importanti della Media Education in Italia, Roberto Farnè, pedagogista dell’Università di Bologna, Roberto Giannatelli, Presidente del Med, Mario Morcellini, docente di Comunicazione della Sapienza di Roma, oltre ai rappresentanti di Associazioni a tutela dell’infanzia come Save the Children o ancora operatori dei media come Mussi Bollini, produttore esecutivo di Melevisione e Screen Saver per la Rai e, per Canale 5, Patrizia Adiamoli.
Cos’è la Media Education? Qualcuno la definisce già disciplina (con un suo spazio specifico nella scuola in paesi come l’Inghilterra, la Svezia e Israele) ma in Italia si parla ancora di Media Education come “stile” d’insegnamento. Certo è che il campo di azione è estremamente vasto, si va dallo studio dei linguaggi dei vari media, all’analisi dei contenuti e all’applicazione di questi strumenti nella didattica. Due sono gli ambienti di lavoro, la scuola e l’extra-scuola che si occupano, spesso in maniera distinta, di acquisizione e fissazione delle competenze e esperienza pratica di creazione di un prodotto mediatico.
Lo stato attuale della Media Education in Italia è quello di un processo in corso che ha però raggiunto uno stadio avanzato; le scuole iniziano a riconoscerne la grande importanza, soprattutto a seguito del lavoro svolto da una “militanza”, com’è stata definita, di insegnanti e operatori. Le istituzioni, seppur a macchia di leopardo sul territorio nazionale, si stanno sensibilizzando alla questione ed esiste già un notevole credito scientifico e didattico che si traduce in una considerevole mole bibliografica; inoltre, e questo è un dato importante, la Media Education è uno dei pochi campi dell’educazione che usa un linguaggio comune in tutta Europa.
Il passo successivo, il prossimo obiettivo, è quello di definire i punti fondamentali di questa disciplina (o stile?) la cui caratteristica peculiare è quella di essere cresciuta su un modello reticolare che trattiene tutto e a tutto riconosce lo stesso valore; la scuola non può farsi carico di tutti gli ambiti della Media Education, pertanto occorre operare una potatura, una scelta. Lo studio dei linguaggi dei media e l’analisi dei contenuti hanno come scopo primario quello di sviluppare nei ragazzi il pensiero critico che è figlio dell’acquisizione delle competenze e della elaborazione e rielaborazione personale delle informazioni; come valutare queste acquisizioni e il raggiungimento di un pensiero critico autonomo è un nodo attorno al quale molti docenti europei stanno lavorando.
Thierry De Smedt, docente belga, ha portato all’attenzione dei presenti la questione sottolineando il fatto che per prima cosa va valutata la relazione che i giovani hanno con i media che è principalmente affettiva, e proprio per questo motivo esisterebbe un rifiuto da parte dei ragazzi di operare una critica. Il convegno ha permesso anche ai media educators e a chi opera a vario titolo nel settore, di incontrarsi e di scambiarsi esperienze nel corso di workshop e seminari che hanno mostrato quanto la Media Education stia radicandosi profondamente nel nostro paese attraverso ricerche, progetti, percorsi laboratoriali…
