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EDUCARE I MINORI ALLA TV

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L'articolo che pubblichiamo nasce da un lavoro di tesi di una lettrice del nostro Blog che ha deciso di condividere con MediaEducation.bo il suo lavoro.
Grazie!

Educare i minori alla TV
di Manuela Piovesan, insegnante di scuola elementare di S.Donà di Piave (VE).

Il pezzo che segue presenta un lavoro di tesi di laurea in Relazioni Pubbliche, sostenuto con la Prof.ssa Pocecco dell’Università di Udine. E’ questo il titolo che ho assegnato alla mia tesi di Laurea in Relazioni Pubbliche.

Una scoperta importante anche e soprattutto per il mio lavoro d’insegnante, una ricerca che non si è esaurita in un elaborato di fine percorso. Sono in perfetta sintonia con le affermazioni del Prof. Farné, pedagogista dell’Università di Bologna, che, in un articolo pubblicato sulla rivista Infanzia nel mese di febbraio 2007 dal titolo Bambini e Televisione, una responsabilità educativa tra famiglia e scuola, sottolinea l’importanza di far dialogare la ricerca e le teorie con le esperienze.
Quando a Ottobre 2006, ho partecipato al Convegno La problematicità dello scrivere per l’infanzia, organizzato dall’Associazione Culturale MediaEducation.bo, ho capito una volta di più l’importanza della trasversalità dei linguaggi. Scrivere per l’infanzia dunque, significa tener conto delle contaminazioni linguistiche che derivano dalle proposte televisive e dai messaggi in esse contenuti. Vuol dire confrontarsi con il linguaggio televisivo, recepito con estrema facilità dai minori, per considerarlo un’esperienza da non sottovalutare. Ho imparato che è molto spesso con queste esperienze che la nostra teoria deve fare i conti, puntando sulla ricerca e liberandosi dal pregiudizio.
Conoscenza, dunque, come espressione di un bisogno reale. Un bisogno che coinvolge le famiglie, gli insegnanti e i bambini per primi; ed è con loro che vorrei concretizzare, prima di tutto, parte del mio lavoro, proprio a scuola.
A colleghi e a genitori vorrei trasmettere quanto ho appreso in merito alla violenza in TV, o alla pubblicità. Vorrei farlo soprattutto perché, spesso, questi temi vengono indagati superficialmente, non attecchiscono in maniera profonda, restando in balìa di frettolosi spot. Nel mio lavoro di approfondimento, ho messo a confronto la “buona maestra televisione” con la “televisione prepotente e diseducativa”, passando attraverso la responsabilità sociale. Ho preso in esame alcuni programmi significativi e formativi per i ragazzi, quali la Melevisione, l’Albero Azzurro, il Tg Ragazzi, sottolineando il valore della Media Education, che con una singolare espressione Mario Morcellini, docente e preside della facoltà di Scienze della Comunicazione a La Sapienza di Roma, chiama “terra di mezzo”, luogo di confine.
Umberto Eco ha ribadito più volte che se si vuole usare la televisione per insegnare, bisogna prima di tutto insegnare a usare la televisione. Cosa facciamo in proposito? E come si comporta il resto del mondo? Un esempio degno di essere sottolineato arriva dal Brasile. Per la precisione, da Multirio, un’impresa locale sovvenzionata dalla municipalità per formare gli insegnanti nell’ambito dei media. E’ anche vero che la televisione sta cambiando abito: si fa digitale, interattiva. Resta comunque e inequivocabilmente un mezzo, e come tale un mes saggio. Forse, inconsapevolmente, quel mes saggio etimologicamente rinvia all’adulto, potenzialmente saggio. A colui, cioè, a cui spetta il compito della decodifica, per poter difendere e preservare quel “mondo incantato” che fa dell’infanzia un pianeta ancora in via di esplorazione.
Il lavoro svolto relativamente alla comunicazione, in particolare alla fruizione del mezzo televisivo, si è articolato secondo una scaletta che, mettendo in risalto il bambino, lo ha doverosamente contestualizzato. Mi riferisco al fatto di aver sottolineato, parlando di minori, i tempi e i ritmi di crescita a loro peculiari, ma anche il contesto sociale di appartenenza. E’ stato interessante, a tale proposito, evidenziare come la prospettiva del ranocchio, metaforicamente parlando, sia apparsa quella più significativa a illustrare il ruolo del minore in una società decisamente adultocentrica. In considerazione del fatto che spesso si sottovaluta la capacità di discernimento dei bambini, ho preso in esame la rilettura che il pedagogista Lodi ha curato a proposito della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia. In essa, viene ribadito che i bambini, per chi ancora non lo sapesse, hanno un loro modo di pensare che non limita, però, un lavoro di collaborazione con l’adulto. Anzi, se bambini e adulti lavorassero assieme, si potrebbero magari raggiungere ottimi risultati.
Su questa linea, sembra essersi posto anche il Ministro delle Comunicazioni Gentiloni che ha proposto, circa un anno fa, l’istituzione di un Barometro della soddisfazione. Tale strumento, comprendente un campione composto da 1200 persone, dovrebbe comprendere anche i bambini. L’obiettivo proposto, un giudizio a tutto tondo sui programmi televisivi. Analisi della realtà sociale, quindi, in termini di responsabilità e di progettualità nei confronti dei minori. Considerando che l’infanzia fa notizia, ho approfondito il diritto d’informazione del minore, che deve passare necessariamente attraverso il diritto alla tutela.
Piero Bertolini, che ha insegnato pedagogia all’Università di Bologna fino a poco prima della sua scomparsa, polemizzava sul sensazionalismo giornalistico e sottolineava come "l’informazione massmediologica sull’infanzia si realizza soprattutto con un taglio cronachistico, ossia secondo una modalità quasi esclusivamente descrittiva”. Ciò può essere seriamente interpretato come un modo superficiale di occuparsi dell’infanzia, spesso senza tener conto che per un bambino che sta costruendo le sue competenze cognitive, affettive e relazionali, tutto quello che vede è informazione e contribuisce al suo sviluppo. Inoltre, quello a cui un bambino assiste, sono scene di gratuita violenza, non necessariamente quella eclatante delle guerre o delle tragedie, ma anche la cosiddetta “violenza tiepida”, quella delle risse in diretta televisiva, il più delle volte proprio in fascia protetta.
Tutti sappiamo quanto la spettacolarizzazione della violenza sia potenzialmente dannosa, ma forse non tutti ne conoscono gli effetti: l’effetto vittima, l’effetto aggressore o l’effetto spettatore, forse il più subdolo. Quest’ultimo, infatti, nei casi di bambini esposti per anni a innumerevoli scene di violenza, induce a sviluppare una coriacea indifferenza.
E come non affrontare il tema dell’anoressia nervosa e del bullismo? I meccanismi d’identificazione non possono esimersi da contaminazioni derivanti dai modelli televisivi proposti, così come i processi di omologazione passano attraverso gli stereotipi sistematicamente presentati. In una società in cui apparire risulta molto importante, diventa difficile non addebitare alle tecniche pubblicitarie una strategia pervasiva. E’ lo spot a rappresentarne forse la modalità più immediata di “assorbimento”, dal punto di vista cognitivo e affettivo. Lo spot, infatti, rappresenta uno strumento di “autoinganno” efficacissimo. Lo sanno bene quegli psicologi statunitensi, esperti di psicologia dell’età evolutiva, che hanno parlato di Nag Factor, ossia di “fattore assillo”, come nuova strategia di marketing. Modalità utilizzata soprattutto per i generi alimentari, il Nag Factor individua quel genere di assillo cui un genitore non può dire di no. Su questi aspetti sociali, di quotidiana attualità, ho sviluppato il mio lavoro, interfacciandolo con la televisione, ispezionando quest’ultima nel suo interno. Ho analizzato l’uso che se ne fa, ma anche l’abuso, ne ho rilevato i tempi di esposizione, i condizionamenti positivi, prendendone in considerazione gli effetti sui bambini con problemi. Ho allenato la mente al discernimento, per essere in grado di valutare quello che è buono da quello che non lo è. Ho scoperto che i bambini sanno essere giudici importanti anche se piccoli, ma di sicuro grandi osservatori. Il gradimento mostrato, per esempio, nei confronti della trasmissione Melevisione, ha messo in luce il valore della qualità. Un valore percepito, anche se non codificato, proprio dai più piccoli.
Essere al passo con i tempi significa, per esempio, convertire un programma televisivo in una rappresentazione teatrale, come nel caso della Melevisione. L’apprezzamento, immediato, arriva ancora dai piccoli utenti. In questo modo, infatti, essi possono trasferire in un contesto reale i loro beniamini, liberandoli da corazze mediatiche, per collocarli affettivamente nel loro vissuto immediato.
Di fronte a una tematica così vasta, caratterizzata da una ricca bibliografia, non è stato facile districarsi. E’ stato necessario scegliere, mettendo in discussione anche le proprie conoscenze. Mi è parso, allora, che la cultura libresca che in qualità d’insegnante non disdegno affatto, abbia bisogno di un’integrazione che passa, necessariamente, attraverso l’educazione ai media. Dal punto di vista storico ho scoperto che si fa risalire addirittura al 1958 il primo esperimento di Media Education.
Il ministro della Pubblica Istruzione Aldo Moro, all’epoca si fece promotore di un progetto intitolato Telescuola, con l’obiettivo di ridurre, da un lato, le gravi carenze di strutture scolastiche, dall’altro di debellare l’analfabetismo (da qui programmi come “Non è mai troppo tardi” condotto dal Maestro Alberto Manzi). A livello internazionale, il sintagma Media Education è in uso dal 1973, ma a tutt’oggi non sono ancora in molti a saperlo. Mi sono inoltre proposta di esplorare altre esperienze, a livello europeo e internazionale, per una comparazione attendibile. Ho scoperto che con Masterman l’Inghilterra ha tracciato le coordinate per un lavoro sistematico di Media Education, in primo luogo nella scuola. Risale al 1985 il suo Teaching the Media che indica, appunto, sette ragioni per insegnare i media nella scuola.
Un’esperienza americana mi è sembrata molto significativa, lì dove il termine literacy è oggi preferito a Media Education. E’ il caso della Norrback Avenue School, nel Massachusetts. Dal 1997 la Norrback School è una magnet school, ossia una scuola che raccoglie la sua utenza da tutta la città e dai dintorni. Nella ristrutturazione dell’edificio, si è tenuto conto delle scelte didattiche volte a realizzare un Daily Norrback News (il telegiornale della scuola e per la scuola, che va in onda ogni mattina alle 8 e 15 sulla rete a circuito chiuso, come momento comunitario della giornata), che oggi rappresenta il fiore all’occhiello dell’istituto. Ho potuto constatare anche che esistono strumenti di supporto nelle scelte televisive, consultabili dai bambini. E’ il caso di Guida la TV , pubblicato settimanalmente sul giornale Il Resegone, che rappresenta un’eccellente iniziativa di Media Education e che ha scelto la linea dei buoni consigli verso una TV che è difficile scoprire come “buona amica”. Molto altro ci sarebbe da aggiungere, perché la ricerca ha percorso tante strade.
Quel che è emerso, a mio avviso, è la necessità di un lavoro di formazione degli insegnanti, per una didattica che inglobi, sistematicamente, il termine multimedialità. Dalla mia esperienza, i progetti di Media Education si limitano ancora alla fase della sperimentazione e sono accolti con qualche resistenza. Credo che ciò sia dovuto a una conoscenza superficiale della materia, unitamente a una difficoltà a disancorarsi dai vecchi saperi. Eppure, la maggior parte dei bambini di oggi viene considerata un heavy viewer, che nella letteratura scientifica internazionale rappresenta un fruitore per il quale la televisione occupa un tempo considerato eccessivo nel budget-time della giornata. Come fare a ignorarlo? “C’è chi per avere un contatto col mondo di fuori, si limita a comprare il giornale ogni mattina. Io non sono così ingenuo.
So che dai giornali posso trarre solo una lettura del mondo fatta da altri, o piuttosto da una macchina anonima, specializzata nello scegliere dal pulviscolo infinito d’eventi quelli che possono essere setacciati come “notizia”. Altri, per sfuggire alla presa del mondo scritto, accendono la televisione.
Ma io so che tutte le immagini, anche quelle colte più dal vivo, fanno parte d’un discorso costruito, tal quale quelle dei giornali”. (Italo Calvino). Io credo, proprio come Calvino, che su quel discorso costruito adulti e bambini abbiano molto da costruire, per imparare a distinguere fra televisione e vita reale.

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Noi facciamo educazione ai media da 10 anni e a volte incontriamo ex alunni (oggi sono giovani adulti) che ci spiegano che l'aver frequentato i nostri laboratori (in particolare il video-giornale scolastico alle medie di Pietra Ligure) ha lasciato loro una capacità di individuare ed analizzare la manipolazione nell'informazione televisiva che non avvertono nei coetanei. Alcuni di loro si sono iscritti a scienze della comunicazione...
postato da mediaedu il 13.07.07
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