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Soffrire e morire in Casa Disney: segnali di cambiamento nel “codice” disneyano

di Amelia Capobianco*

Questo articolo è stato pubblicato sul n. /2010 della Rivista Infanzia, Gruppo Perdisa Edizioni

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up

 

E’ dello scorso Natale il film Disney-Pixar “Up”, diretto da Pete Docter e presentato a Cannes nel 2009. Animazione digitale con colori pastello che richiamano il vecchio Pinocchio, effetti speciali, risate assicurate come nella migliore tradizione natalizia Disney… e Disney-Pixar.
Con nuovi elementi, però. Elementi che testimoniano una modifica nel Codice di autoregolamentazione.

Prima di affrontarli vale la pena spendere qualche riga per spiegare cosa è questo Codice.
La Disney si divide in diversi settori di mercato, cinema, home video, parchi, merchandising, comics… Quelli che interessano questo articolo sono il cinema (e di conseguenza l’home video) e i comics che sono forse i due settori più direttamente interessati dal Codice.
Non è scritto da nessuna parte ma i creativi lo hanno interiorizzato negli anni di lavoro; non è nemmeno un che di “fisso” ma muta con il modificarsi della sensibilità del pubblico e questa, forse, è la sua caratteristica principale.
Si tratta di quelli che a Burbank, in casa “madre”, sono chiamati “don’t” e che definiscono lo standard disneyano, quello che fa si che un adulto compri un film Disney a scatola chiusa, senza preoccuparsi dei contenuti, perché si sa, “è un Disney”.
E’ proprio questo Codice a rendere un prodotto “un Disney”.

Per quanto riguarda i fumetti, che sono quasi totalmente prodotti in Italia , il Codice è più rigido e regola in maniera ferrea le storie di Topi e Paperi, mentre nei lungometraggi, come vedremo, è più elastico.
Nei fumetti non vedremo probabilmente mai la morte, l’ospedalizzazione, la malattia, le tossicodipendenze… e qualsiasi altra situazione ansiogena; così come probabilmente, ma dipende dai mutamenti dello stesso Codice, non vedremo mai situazioni che possano indurre all’imitazione di atteggiamenti negativi quali assunzione di droghe, farmaci, alcool o il vizio del fumo (anche se resiste il famoso sigaro di Manetta…). Allo stesso modo sarà molto difficile leggere dei riferimenti alla sfera sessuale… in un mondo pieno di zii e nipoti dove la maternità e la paternità sono quasi del tutto escluse per non presupporre a monte un rapporto sessuale.

Già nel  2001, con l’uscita di Witch, il Codice aveva subito uno scossone con le storie di ragazzine con i genitori separati che si uniscono a nuovi compagni e una nonna che muore dopo un periodo di malattia.
Al cinema la situazione è spesso stata differente, sono ormai anni che la Disney ha puntato a un pubblico adolescente più che a quello infantile, pur continuando a produrre film per tutta la famiglia. A differenza dei comics la morte è quasi sempre comparsa fin dai tempi della strega di Biancaneve, soprattutto nelle trasposizioni di romanzi, come Tarzan ad esempio, dove Clayton muore impiccandosi suo malgrado tra le liane. Un fotogramma solo, l’ombra di Clayton che rimane appeso, un attimo e sparisce nel silenzio della scena. Anche in Mulan ci sono delle morti, un intero esercito viene seppellito dalla neve. Una morte “soft”, dicono in Disney, sommersi dal candore della neve nel più classico stile disneyano. Se ne percepisce l’assenza ma non si vede il trapasso. La più classica è la morte della mamma di Bamby. Diversa, invece, la morte di Mufasa nel Re Leone che diventa il perno di tutta la storia e che è resa con dolore e partecipazione. Uno dei film più visti al mondo, con le maggiori vendite sia al botteghino sia in home video, battuto solo dal Mago di Hogwarts una decina di anni dopo l’uscita nelle sale.
Anche il sesso fa la sua comparsa nei film disneyani come nell’ormai famosa danza con il fuoco di Frollo ne Il gobbo di Notre Dame in cui il desiderio del prete per la bella zingara si fa palese.
Due elementi non erano però ancora comparsi nei film disney, fino a Up. E’ la storia di un vecchio burbero segnato nel cuore dalla solitudine e dal dolore che a un certo punto della sua vita, per evitare di essere portato in un ospizio, decide di … legare migliaia di palloncini alla sua casa e portarsela via, per realizzare il sogno che aveva condiviso con la sua compagna per anni. Un ragazzino un po’ sprovveduto e anche lui molto solo lo aiuterà a fare il resto.
Ciò che colpisce di questo film sono i primi 15-20 minuti, in cui regista e artisti raccontano la vita di questo uomo ormai molto vecchio. Gli anni della sua infanzia, colorati di sogni di aviazione, l’amicizia con la bambina che da ragazza diventerà sua moglie. La condivisione di sogni e progetti tra cui una casa, una famiglia, i figli.
Lei rimane addirittura incinta, in un mondo fantastico che ha quasi sempre evitato con tatto e accortezza le gravidanze (con una piccola eccezione per Le follie dell’imperatore, uscito nel 2000, dove a fine film una dei personaggi mostra un bel pancione). I due preparano la stanza per il piccolo in arrivo… ma lei abortisce e piange con il volto tra le mani seduta di fronte al medico. Lui le poggia le mani sulle spalle.
Sono forti e vanno avanti, fino alla maturità, ma lei non ha più la forza di salire sulla collina dove, stesi a guardare le nuvole, avevano progettato la loro vita e si accascia sul percorso. Ospedalizzazione, malattia grave e morte.
Tre “don’t” che vengono meno, aborto, malattia, morte in ospedale, a favore di un  salto nella realtà, come era stato a suo tempo Witch per i fumetti. Un collegamento con la vita quotidiana, con quel tanto di doloroso che attira i ragazzini, gli adolescenti, più che i bambini.  Esperienze che richiamano qualcosa di “vero” da condividere con il pubblico e a cui si addice la sala cinematografica, il buio e il grande schermo, più che l’home-video. Aspettando il prossimo film di Natale con i suoi ritmi serrati e le sue immancabili risate.

 

L'autrice

* Educatrice, media educator, presidente Ass. Cult. No Profit MediaEducation.bo

Note al testo

A Milano, presso l’Accademia Disney, fondata nel 1995 da Giovan Battista Carpi e diretta da R. Santillo

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