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cartoon, paure e crudelta' al future film festival

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di Francesco Filippi

In merito alle tematiche affrontate dal convegno di ottobre "La problematicità dello scrivere per l'infanzia tra l'esigenza della buona narrazione, i timori della famiglia e le richieste del mercato" organizzato dall'Associazione MediaEducation.bo in collaborazione con il Teatro dell'Argine, vorrei darvi un piccolo aggiornamento, grazie a quanto visto al Future Film Festival di Bologna, da poco conclusosi.

La paura di spaventare i bambini, o piuttosto i loro genitori, si conferma inquietantemente galoppante. In Barnyard – Il cortile (coproduzione Usa-Germania), ennesimo film in 3D con animaletti su di giri, si vede un’allegra fattoria difendersi da un branco di coyote cattivi. Questi però non solo hanno uno spazio marginale, ma non è loro concesso neanche una scena in cui graffiano. I loro attacchi alle mucche si limitano a invettive e ammucchiate, da cui la grande mucca esce …morta! Anche nel Re Leone non si vedevano schizzi di sangue, ma il dramma e il senso di morte andavano fino in fondo, grandiosamente e memorabilmente. In Barnyard invece c’è tantissima paura delle emozioni. Il fattore poi, manco a dirlo, è vegetaliano, mentre le mucche hanno pure un doppio sesso: ci sono quelle femmine e quelle… maschie (con tanto di mammelle)! Insomma, niente tori. Fossi una mucca, mi offenderei!

La perla “rieducational” viene invece dalla Spagna, dal suggestivo e promettente lungometraggio Nocturna. Nelle intenzioni degli autori, il bambino protagonista (6 anni circa), doveva vivere in una casa da solo, autonomamente e in allegria, padrone del suo mondo. Ebbene, questa condizione è stata cambiata perché si è ritenuto che, specie nel mondo britannico, fosse inaccettabile che un bambino vivesse solo. “Oggi non possiamo più raccontare storie come Momo” ha affermato in proposito il produttore Paco Rodriguez. È chiaro che il problema non è raccontare la solitudine ai bambini (il protagonista di Nocturna infatti non ne soffriva affatto, anzi!) bensì toccare il senso di colpa dei genitori (quelli che abbandonano i figli davanti alla tv, il loro allegro mondo…). Ironia della sorte, il coproduttore inglese che probabilmente ha richiesto questa censura, ha poi mollato la produzione causando un buco di due milioni di euro…

Dulcis in fundo, l’articolo del Resto del Carlino (del 19 gennaio) sulla presentazione al FFF delle animazioni realizzate in Emilia Romagna, titola: “Niente manga e violenza, si anima l’Antoniano”. Perché rivangare il solito vecchio stereotipo? Che c’entrano i giapponesi con le produzioni emiliane? Ha visto l’articolista il delicatissimo film giapponese The Girl Who Leapt Through the Time presentato al festival? Paradossalmente nell’articolo, quando vengono elencati i vari autori intervenuti all’incontro, solo nel caso del sottoscritto (sic!) vengono spese parole di elogio “Francesco Filippi, ideatore di un progetto di lungometraggio sulla prima guerra mondiale davvero interessante”: peccato che il progetto in questione (Rosso Ruggine) sia quanto mai vicino al realismo, alla “violenza” e allo stile narrativo dei manga! Se all’articolista è piaciuto tanto il mio cartoon, perché sbandierare l’ennesimo titolo obsoleto, gratuito e dannoso? Molti dei guai pedagogici dell’animazione nascono proprio da titoli come questo.

A liberarci dal diabete animato ci pensano i messicani e i danesi. I primi, autori dell’onestissimo Una Pelicula de Huevos, lungometraggio per bambini che vede un gruppo di uova in fuga dai loro mangiatori; all’apparenza un cartoon quanto mai inoffensivo, ma che ha invece il coraggio di mostrare uova spappolate, fritte, sode e strapazzate! Scene che da noi non passerebbero mai. Dai bambini agli adulti, il film Princess (di Anders Morgenthaler) racconta con pochissimi soldi e tanto talento una storia di pedofilia, con la delicata spietatezza tipica del cinema danese. Il film è un piccolo capolavoro di narrazione e di coraggio, che dimostra come l’animazione ben si presti a raccontare con tatto anche le storie più crudeli e violente.
Vedere per credere.

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