Fonte: Rivista Infanzia, n. 1/2010
Serge Tisseron**
Nel bambino la migliore protezione dagli inconvenienti della visione su schermo consiste in primo luogo nell’evitarla, e poi nel gestire un accesso graduale. Ma se la TV mette a rischio il gioco dei bambini, con il gioco occorre porvi rimedio.
Dal 1989 l’Accademia americana di pediatria sconsiglia di mettere di fronte al televisore i bambini con meno di due anni. Chiede anche che i bambini più grandi non la guardino più di due ore al giorno (American Academy of pediatrics, Media education, 1999). Perché? Purtroppo le ragioni sono numerose. Diversi studi mettono in evidenza che la televisione ritarda lo sviluppo del linguaggio, ostacola lo sviluppo con un “rumore di fondo” quando il piccolo non la guarda. Infine, il suo consumo eccessivo nella prima infanzia favorisce l’ulteriore sovraccarico durante l’età scolare. In questo contributo ci occuperemo solo dell’aspetto che abbiamo studiato direttamente, cioè la minaccia nei confronti della “sicurezza interiore” del piccolo e i mezzi per rimediarvi a partire dalla scuola dell’infanzia.
“3-6-9-12”: una possibile regola
Nel 1959 Harlow ha immaginato un dispositivo grazie al quale una giovane scimmia privata della madre ha la possibilità di rannicchiarsi contro un manichino di stoffa fornito di un tubo che invia un getto d’aria non appena l’animale tenta di aggrapparsi. Una suoneria lo avverte dell’arrivo dell’aria che gli fa paura. E’ stato osservato che più i getti d’aria sono stressanti più la giovane scimmia si accuccia con forza sul manichino. In altre parole, il fatto che la fonte di stress provenga dal soggetto a cui ci si attacca non cambia nulla nel comportamento del piccolo animale. Ed è vero anche il contrario, perché lo stress aumenta il desiderio di protezione e la giovane scimmia non ha nessun altro nella gabbia con cui rannicchiarsi.
Mi sembra che la televisione sia oggi per molti bambini l’equivalente della “madre getto d’aria” dell’esperienza di Harlow. Più essa li stressa e più loro vi si incollano con gli occhi. La televisione, in effetti, agisce con il bambino come una madre imprevedibile, eccessiva e incoerente, che per di più è insensibile alle sue manifestazioni di spavento. Le esperienze emozionali che egli fa superano le sue capacità di elaborazione psichica. Per di più egli viene invitato continuamente ad attendere il comportamento tranquillizzante che non incontra sul momento. E’ per questa ragione che il bambino messo da solo davanti al televisore, proprio come le scimmiette dell’esperienza di Harlow non ha altra possibilità che aggrapparvisi sempre più, in un circolo vizioso che non ha fine.
Per proteggere il bambino bisogna dunque evitare di metterelo davanti allo schermo prima dei tre anni. Tuttavia questo non è che il primo passo. E’ infatti importante non introdurre la visione su schermo (televisivo, di computer, ecc.) se non quando egli è capace di gestirla nel modo migliore. A questo proposito consiglio ai genitori di applicare la regola che chiamo “3-6-9-12”. In pratica, ciò significa: niente televisione prima dei tre anni, niente console personale prima dei sei anni, niente internet accompagnati prima dei nove e niente internet da soli prima dei dodici. (o comunque prima dell’ingresso nella scuola media). Nel bambino la migliore protezione dagli inconvenienti della visione su schermo consiste in primo luogo nell’evitarla. In ogni caso, è inutile offrire una console di giochi a un bambino prima dei sei anni. I giochi digitali hanno in effetti un forte potere di attrazione: appena sono introdotti nella vita del bambino, essi catturano tutta la sua attenzione a danno di altre attività ben più importanti a questa età, come gli apprendimenti motori. A partire dall’età di nove anni al bambino può essere concesso di andare su Internet a condizione di essere accompagnato. A ben vedere la frequentazione di Internet non mette il bambino solo di fronte a rischi di incontrare immagini a contenuto iperviolento o pornografico. Essa offusca anche due punti di riferimento che egli sta per costruire e che gli sono indispensabili: la nozione di “intimità” e la nozione di “punto di vista”. Infine, il bambino che va da solo su internet a partire da dodici anni deve essere protetto da un software di controllo gestito dai genitori.
Il gioco attenua le identificazioni precoci
Spesso il bambino ha avuto occasione di sentirsi maltrattato dal e nel suo ambiente. Il rischio è quello di reagire rafforzando i processi di identificazione. In ogni caso egli ha sempre avuto un mezzo spontaneo per attenuare queste prime identificazioni assunte nell’ambiente familiare: i giochi.
Si pensi prima di tutto ai giochi solitari, quelli in cui egli mette in moto senza sosta differenti forme di identificazione. E’ lui stesso a inventarsi le storie che si racconta e, per questa
ragione, si identifica alternativamente con ciascuno dei poli delle situazioni che immagina. Ad esempio, egli è alternativamente sia quello che comanda sia quello che è comandato, quello che abbraccia e quello che è abbracciato, o ancora colui che colpisce e colui che viene colpito. In questo modo apprende a esplorare tutte le possibilità della sua identità. Tutti i giochi spontanei dei bambini esercitano questo ruolo, qualunque sia il loro livello di complessità tecnologica: un semplice sasso che il bambino fa rotolare su una strada immaginaria gli permette in seguito di identificarsi con il conduttore, con il veicolo o con l’ostacolo, o anche con una macchina di plastica.
Dopo il periodo del gioco solitario vengono tutti i giochi di gruppo. In questo caso, ancor di più il bambino assume alternativamente l’uno e l’altro ruolo, sia al nido che ai giardini, nel cortile della ricreazione o nella propria casa, facendo interagire voce e gesto. Impara così a esercitare differenti ruoli: sovente nei loro giochi i bambini dicono “cambiamo!”. In questo modo essi sperimentano tipi diversi di risposte sociali ad un’identica situazione stimolo. Si orientano certamente verso quelle che a loro più convengono, ma allo stesso tempo mantengono la possibilità di sperimentarle tutte e senza cessare di provare empatia e vicinanza con i compagni che scelgono di incarnare altri ruoli.
Osservare non è giocare: la TV interrompe le identificazioni precoci
Purtroppo il tempo passato dal bambino di fronte a uno schermo non è più disponibile per lo svolgi,mento di attività ludiche spontanee. Guarda caso sono proprio queste attività che gli permettono di attenuare i suoi primi processi di identificazione. Il bambino che guarda molto la televisione si ritrova così ostacolato nel suo sviluppo a causa della crescita del livello di angoscia connessa alla riduzione delle attività ludiche che gli permettono di affrontarla. Ma c’è anche un altro fatto: quando un bambino con meno di tre anni guarda la televisione, tutto gli sembra così incomprensibile al punto da indurlo a cercare prima di tutto dei punti di riferimento su cui poter contare. Per questo sceglie spesso di concentrare la sua attenzione su quel personaggio che gli sembra più vicino alle sue reazioni. Tuttavia, dato che gli eroi delle serie televisive sono stereotipati, il bambino finisce per identificarsi sempre con lo stesso modello: quello che comanda o quello che viene comandato, quello che cerca o quello che viene cercato, quello che colpisce o quello che viene colpito. Identificandosi sempre con lo stesso profilo di eroe, i bambini corrono dunque il rischio di rafforzare un registro di relazioni troppo ristretto.
In questo modo, un bambino che ha la tendenza a percepirsi come capo o come aggressore a causa dei condizionamenti del suo ambiente familiare, sarà indotto a rafforzare questo ruolo in modo da acquisire sicurezza di fronte a un mondo audiovisivo che gli provoca angoscia. Allo stesso modo colui che, grazie al condizionamento della propria famiglia, si sente passivo o vittima avrà la tendenza a sentirsi sempre più minacciato con il rischio di accettare con fatalismo eventuali aggressioni esterne.
Le conseguenze di ciò sono sotto gli occhi di tutti. Oggi, a partire dai tre anni molti bambini possiedono già profili psicologici ben marcati. Alcuni si percepiscono come dei leader e dei potenziali aggressori, altri come vittime timorose, altri ancora come riparatori di ingiustizie. Di conseguenza ci capita di osservare nei bambini atteggiamenti di intolleranza alla frustrazione, di impulsività, se non di vera e propria violenza, tutte cose quasi sconosciute fino a dieci anni fa. Come farvi fronte?
Il gioco delle tre figure
Per porre rimedio a questa situazione abbiamo proposto e sperimentato un metodo legato a un gioco di ruolo utilizzabile da parte degli insegnanti di scuola dell’infanzia.
Le attività connesse a un gioco di ruolo presentano numerosi vantaggi. Prima di tutto invitano i bambini a padroneggiare meglio la lingua e a sviluppare diverse forme di socializzazione. Esse permettono anche di reintrodurre la distinzione tra il “per davvero” e il “per finta” che è scomparsa dal paesaggio degli audiovisivi ma che è essenziale ad ogni essere umano. Infine, ed è ciò che abbiamo dimostrato , queste attività organizzate secondo un protocollo preciso che abbiamo chiamato “il gioco delle tre figure”, permettono di lottare contro la tendenza dei bambini a irrigidirsi in un determinato profilo di identità. Ciò rende necessario però indurli a entrare nelle situazioni che li hanno colpiti non solo a loro piacimento, ma assumendo tutti i ruoli possibili: aggressore, vittima, o riparatore di torti. In questo modo, coloro che hanno la tendenza a rinchiudersi in un certo ruolo – in modo particolare quelli di aggressore o di vittima – sono indotti a provare altre situazioni e a sperimentarle. Essi si separano dalle loro identificazioni e ritrovano così un margine di manovra – o, in altre parole, di libertà - senza che nessuno venga stigmatizzato.
In pratica, una o due volte la settimana, per un’ora, i bambini delle scuole materne sono invitati dai loro insegnanti a parlare delle situazioni immaginarie che li hanno colpiti. Quindi essi costruiscono insieme una situazione narrativa in cui vengono stabiliti in anticipo i comportamenti e le parole di ciascuno. E’ molto importante precisare sia gli atteggiamenti che le parole. In questo modo il bambino che ha timore a giocare un ruolo può farlo riducendo la sua apprensione. Obbligarlo a improvvisare rischierebbe invece di terrorizzarlo. Infine, i bambini volontari mettono in scena lo sketch, prima nel ruolo che hanno scelto e poi in tutti gli altri, in modo che ciascuno sia indotto a recitare il ruolo di vittima, quello di aggressore e dell’eventuale riparatore di torti. Resta inteso che nessun bambino è costretto a recitare. Tutti però sanno che se si offrono volontari per recitare un ruolo dovranno recitare anche gli altri. Gli insegnanti, per parte loro, devono astenersi da ogni forma di interpretazione. Si tratta semplicemente di permettere al bambino di scoprire che i ruoli possibili sono ben più numerosi di quelli in cui tende a rinchiudersi in modo esclusivo.
Gli insegnanti delle materne in cui il gioco delle tre figure è stato sperimentato hanno osservato dei cambiamenti nei giochi spontanei dei bambini, in modo particolare una migliore atmosfera durante le attività libere e il ricrearsi di giochi collettivi che erano scomparsi.
Uno studio statistico ha permesso di confermare questi risultati qualitativi. I bambini che hanno sperimentato il gioco di ruolo hanno minor tendenza identificarsi con le vittime o con gli aggressori.Al contrario, essi hanno più spesso la tendenza ad adottare un comportamento che mira ad evitare il confronto diretto. Per risolvere i conflitti ci si affida piuttosto all’adulto.
* Traduzione dal francese di Enrico Bottero.
** Psichiatra e psicanalista, Direttore di ricerca presso l’Università Paris X Nanterre.
Ricerca \ azione condotta in partenariato tra l’insegnamento pubblico, l’insegnamento privato e la Fondazione di Francia nel corso dell’anno scolastico 2007/2008 a Grenesse, Argenteuil e Parigi. Per maggiori informazioni su questa ricerca si può consultare il sito http://www.squiggle.be/tisseron. Ci si può anche procurare il film: “Uffa! Mettiti al mio posto”, La prevenzione della violenza nella scuola materna, documentario di 26 minuti di Philippe Meirieu, www.capcanal.com.
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