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media education, la parola ai comunicatori

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Prima di partire per le vacanze ho chiesto ad un’amica, Chiara Codino, del sito www.raramente.net, di fare quattro chiacchiere con delle sue colleghe, di corso, di studio, di lavoro, di “avventura” nella media education su questa “materia”; questo per poter conoscere il punto di vista, l’approccio di partenza, gli obiettivi di una delle tante discipline che si intrecciano nella media education perché credo sia fondamentale, soprattutto per chi come noi sta muovendo i primi passi in questo settore, sapere chi sono i propri compagni di viaggio. Ne è emerso un quadro molto interessante che mette in luce diversi punti in comune con le scienze dell’educazione, che invece sono il presupposto del lavoro di questo Blog, e altri specifici delle discipline delle scienze delle comunicazioni.
Grazie mille a Chiara, Daniela e Alessandra e buon lavoro!

Quale è il punto di vista sulla media education di un comunicatore?
La comunicazione è alla base dei processi sociali, quindi la scuola, classica agenzia di socializzazione, insieme alla famiglia diventa oggetto privilegiato di riflessione. “Comunicazione” implica azione (più o meno volontaria) e vuol dire molte cose tra le quali: mettere in comune, fare comunione, comunicare con, prostituirsi. Il medium è ciò che sta nel mezzo, che permette e determina la comunicazione. La Media Education, che si propone di inserire, per scopi didattici, i (mass)media nella scuola, analizzando e decostruendo i messaggi e loro codici, viene naturalmente a confluire nell’ambito di studio delle Scienze della Comunicazione. Chiara Codino

Credo che per un comunicatore Media Education significhi fornire strumenti, sostegno e motivazione utili a decostruire, decodificare i molteplici messaggi provenienti dai media, perché sia minori che adulti imparino a “leggere” i media, scoprire messaggi e costruirne nuovi, sviluppando senso critico e creatività. Non c’è più spazio ora per le teorie che demonizzano i media, non si tratta di trovare il vaccino che ci protegge dal virus mediale. Osservare, leggere, capire, interpretare, costruire insieme, appropriarsi di tutto ciò che di buono possa provenire dai media, riuscire ad individuare i rischi, e combatterli: un buon comunicatore-educatore inizierebbe da qui. Daniela Cinque

Un comunicatore sa che comunicare è fondamentale, rappresenta il vivere quotidiano, il nostro relazionarci con il mondo. Comunicare significa porre le basi per un cambiamento che può essere fatto soltanto in comunanza con altri, attraverso l’integrazione, le comuni idee. La scuola forma i nuovi comunicatori, deve insegnare a vivere attivamente la quotidianità ed i media ormai sono parte integrante della nostra realtà. Con Media Education possiamo intendere un nuovo tipo di educazione creativa che pone al centro il medium all’interno della didattica e lo rende partecipe di una formazione ormai ininterrotta. Alessandra Greco

Quali sono i suoi obiettivi?
Lo scopo di questo studio è fare luce sull’incontro naturale che si sta compiendo tra le Scienze della Formazione e le Scienze della Comunicazione. Un educare (tirare-fuori) il meglio dalle persone, attraverso gli strumenti (media) necessari alla costruzione di un pensiero critico del mondo (mediale, media come luoghi) che le circonda affinché possano diventare cittadini attivi in grado di conservare la democrazia. Chiara Codino

Ritenere la comunicazione, la formazione e l’educazione delle aree disciplinari strettamente connesse, comporta molteplici e complessi obiettivi da perseguire, anzi, forse prima ancora che di “complessità” parlerei di “responsabilità”. Un media educator deve essere un buon comunicatore e un buon educatore, una persona che “forma”, che aiuta l’individuo a costruire e a rafforzare la propria identità. E tutto questo credo che sia un lavoro di grande responsabilità. Daniela Cinque

Direi che sicuramente una finalità fondamentale è quella di produrre comprensione. Nel senso di capire cosa ci gira attorno, per riuscire a dargli il corretto significato. Il ruolo della scuola sarà sempre quello di guida, una guida però in grado di adattarsi alle trasformazioni continue della società, integrando l’utilizzo, decostruzione e comprensione dei media e dei loro messaggi. Tutto questo fa parte degli obiettivi della Media Education: educare ai media e con i media, due facce della stessa medaglia, l’una presuppone anche l’altra. Alessandra Greco

Quale è il suo target?
Target non è una parola che amo molto, ma credo che la Media Education si riferisca a qualunque uomo o donna contemporaneo; l’ottica è quella di un apprendimento/insegnamento permanenti, che durano tutta la vita quindi dall’infanzia fino alla senilità. Chiara Codino

La Media Education intende rivolgersi a tutti, tanto alla sensibilità dei minori quanto all’attenzione degli adulti. Il suo ambito privilegiato è la scuola, ma si rivolge anche all’extrascuola e alle organizzazioni no profit; vuole creare nuove possibilità di integrazione e apprendimento per i portatori di handicap, i bambini delle carceri minorili, degli istituti psichiatrici, degli ospedali. Daniela Cinque

Target significa presupporre l’esistenza di un numero di consumatori limitato, un termine legato al campo pubblicitario/vendita, ma questa definizione è secondo me poco adatta a tal contesto. Prima ho parlato di formazione ininterrotta, associandomi alle considerazioni di Chiara, sostenendo che l’apprendimento non ha più età e che la società delle trasformazioni veloci nella quale viviamo necessita di una comprensione continua, quindi una formazione aperta, che non si ferma sui banchi di scuola. La Media Education è diretta a tutti, basta avere voglia di imparare e capire per rendere tutto un pò più semplice. Alessandra Greco

Quale è la concezione stessa della media education; è una disciplina, un miscuglio di discipline o solo uno stile di lavoro?
La Media Education vuole essere una disciplina, per ora credo che si possa descrivere solo come uno stile di lavoro orientato al mondo dell’infanzia, un mix di entusiasmo e preoccupazione rivolto al mondo, un mondo per l’appunto mediato, iper-mediato. Chiara Codino

La Media Education dovrebbe essere in primo luogo una disciplina da introdurre nel curriculum scolastico e nelle Università, perché è necessario dare visibilità alle cose importanti. E penso che la Media Education sia importante. E soprattutto è “tante cose”: è un’area disciplinare che unisce comunicazione e formazione; è un modo di vivere la realtà come qualcosa che ha continuamente bisogno di essere interpretata, capita, se necessario ricostruita su basi più solide; è una strada lunga e larga che non finisce mai, almeno finchè vivranno la cultura, la preparazione, l’esperienza e la passione di chi ci lavora su. Daniela Cinque

Probabilmente le ultime due e tra un pò di tempo forse anche la prima. Al momento la Media Education è quello che ciascun educatore si impegna a far essere, nel senso che dipende dall’esperienza, dalla professionalità e dall’impegno di chi ne ha capito l’importanza. C’è chi la vede come uno stile di lavoro, oppure come l’integrazione di varie discipline e per quanto riguarda il suo vero obiettivo (essere una disciplina) dovremo aspettare ancora un pò. Alessandra Greco

Quale è la vostra esperienza diretta in media education?
Esperienza è una parola grossa da usare, per adesso la maggior parte del lavoro è ruotato intorno allo studio purtroppo. Sono attualmente impegnata, insieme a dei colleghi nella ideazione, progettazione, gestione di un prodotto didattico, ma per scaramanzia preferisco non scendere a fondo nella questione… Chiara Codino

Per ora ho più che altro studiato, insieme ai miei colleghi, cos’è la Media Education, ed è stata una gran cosa, io prima di iscrivermi all’università non sapevo neanche cosa fosse la Media Education. Poi abbiamo realizzato un progetto che prevede di presentare nelle scuole delle attività laboratoriali per avvicinare i ragazzi al mondo dei media, alla comprensione dei messaggi, avvalendoci dell’uso della fotografia, del giornale e dell’ipertesto. Sono convinta che confrontarci con i ragazzi sarà un’esperienza emozionante. Daniela Cinque

La mia esperienza per ora si basa sulle varie iniziative prodotte in ambito universitario, alcune ancora in corso. La strada da percorrere è lunga e ancora piena di ostacoli, ma con un po’ di coraggio, impegno e creatività si può fare tutto. Alessandra Greco

Un ultimo pensiero
Mi sento in dovere di ricordare che i mass media veicolano pregiudizi, ma sono anche vittime di pregiudizi. Troppo spesso quando si parla di media si storce il naso: mezzo come sotterfugio, in un’accezione prettamente negativa, la televisione che vuole manipolare la mente dei bambini… Ma anche la strada è un medium, la penna che ci permette di scrivere, la forchetta che usiamo per mangiare; la mano è un mezzo per accarezzare o schiaffeggiare: la colpa dello schiaffo non risiede nella mano. Andando avanti per logica con un banale esempio: se la televisione non ci piace, non è colpa della televisione che fa la cattiva maestra. Se vogliamo seguire la saggezza popolare “la verità sta nel mezzo”: la responsabilità se la devono dividere emittente e destinatario! Chiara Codino

Credo che entrare in una scuola e far capire a bambini e ragazzi cosa siano veramente i media, quei media con i quali loro stessi hanno grande familiarità, decodificare insieme a loro messaggi e significati, trattenere tutto ciò che c’è di positivo, identificare e ri-costruire in maniera propositiva tutto ciò che c’è di negativo, rafforzare l’autostima e renderli consapevoli della loro facoltà di interazione e di decisione: credo che tutto questo rappresenti una tappa fondamentale. Credo che realizzare un giornale, una sceneggiatura, un programma didattico all’interno di un carcere o di un ospedale dove i bambini non hanno possibilità di seguire lezioni….credo che sia un’opportunità da non perdere, per loro…ma soprattutto per noi. Daniela Cinque

Ormai in quasi tutte le scuole sono presenti (più o meno) varie tecnologie da far utilizzare agli studenti. Il problema è che la loro finalità principale è quella di DIRE di possedere nuove tecnologie ma non di utilizzarle, oppure utilizzarle in isolamento, fuori da un contesto. Io provengo da un istituto superiore in cui la tecnologia non mancava: laboratori di vario tipo, materiali di ultima generazione, ma l’utilizzo degli stessi e soprattutto la loro comprensione era ridotta al minimo. Molte delle cose che so le ho imparate grazie alla mia curiosità, da autodidatta. Essere moderni non significa possedere tecnologie innovative, ma capire il PERCHE’ si possiedono tali tecnologie, così da riuscire ad utilizzarle come opportunità per raggiungere i giusti risultati. Alessandra Greco