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imparare a fare teatro per l'infanzia

intervista a vittoria de carlo

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Questo articolo è stato realizzato per la rivista Infanzia, Alberto Perdisa Editore, nro. 4, aprile 2005

Imparare e fare teatro per l’infanzia: Intervista a Vittoria De Carlo, del Teatro dell’Argine
di Amelia Capobianco

Da circa dieci anni, a San Lazzaro di Savena (BO) opera una compagnia teatrale, il Teatro dell’Argine, composta da giovani attori professionisti, che ha dedicato al “settore ragazzi” una parte importante della sua attenzione.
Il settore, guidato da Vittoria de Carlo (attrice e laureanda in Scienze dell’Educazione presso l’Ateneo di Bologna) sta vivendo da alcuni anni a questa parte un periodo di successi, soprattutto nel territorio della provincia di Bologna, con circa 200 corsi di teatro attivi nelle scuole, dalle materne alle medie, e nel loro laboratorio “Teatro Studio” alla Ponticella di San Lazzaro di Savena. Vittoria de Carlo si è gentilmente prestata a una intervista, sui progetti teatrali destinati alla fascia d’età che comprende asilo nido e scuola dell’infanzia.

Per cominciare: che cos’è il Teatro dell’Argine e come nascono i progetti per l’infanzia?
Il Teatro dell’Argine nasce come compagnia nel 1994, siamo circa 20 fra attori, registi, drammaturghi professionisti e, adesso, anche educatori; o meglio: abbiamo del personale composto di attori-educatori, in grado cioè di conciliare entrambe le qualifiche, importanti per lavorare con le nostre tecniche nelle scuole dell’infanzia. Dal ‘98 gestiamo l’ITC Teatro di S.Lazzaro di Savena. Quello che abbiamo fatto, oltre alla produzione di spettacoli, è stato diffondere la cultura del teatro nel territorio attraverso percorsi formativi di educazione teatrale. Nelle scuole medie e superiori, per esempio, l’ educazione è anche quella a essere spettatori. Nelle scuole elementari e dell’infanzia, ci interessava utilizzare a livello educativo e “terapeutico” un linguaggio che, per le sue caratteristiche, ha la forza di aiutare il bambino a esprimersi secondo le proprie potenzialità, utilizzando sia il linguaggio verbale che non verbale, la musica, il corpo, la scrittura di frasi, anche sconnesse, per creare un copione. In questo senso si crea un campo d’esperienza positivo anche per bambini con difficoltà, per esempio: dislessici e i disgrafici. Il teatro, per la pluralità e l’integrazione dei suoi linguaggi offre molte opportunità in campo educativo.

Hai usato il termine “terapeutico”: in che senso?.
Sì, terapeutico è una parola da prendere in senso molto ampio, nel senso che noi non abbiamo gli strumenti per fare terapia nel vero senso della parola; abbiamo gli strumenti per aiutare i bambini seguiti da psicologi o neuropsichiatri infantili. Teniamo conto della terapia che stanno seguendo e contribuiamo col nostro intervento ad affrontare determinati problemi; ovviamente concordando il lavoro con questi specialisti. Ci sono bambini autistici, ad esempio, che hanno avuto un forte aiuto dal lavoro teatrale; bambini molto chiusi in se stessi, con gravi problemi di relazione e di comunicazione, che si nascondevano sotto il tavolo a dondolarsi. E’ successo che guardando i compagni fare esercizi dove si utilizzavano gesti e movimenti come il dondolio, la chiusura, l’apertura, senza che fossero mai obbligati a fare qualcosa, anche il bambino con questi problemi usciva dal proprio angolo e, poco alla volta, si univa ai compagni nella ripetizione del gesto autistico, che assumeva però altri significati… Certo, si è trattato di un lavoro lento e difficile, che non ha dato i suoi risultati nel primo incontro e neppure nel secondo, ma poi l’integrarsi nel gruppo ha iniziato a manifestarsi. Il nostro scopo era fare in modo che il bambino uscisse dal proprio isolamento, che significava esclusione e diversità, sentendosi, per quanto possibile, uguale agli altri insieme agli altri.

Quindi tu parti dal gesto che il bambino fa in un certo momento e lo porgi agli altri; quindi è attraverso l’imitazione che si crea l’inizio di una socializzazione?
E’ chiaro che molto dipende anche dal bambino; se si sente preso in giro dagli altri non posso usare un suo gesto come approccio alla relazione. Prendiamo i bambini caratteriali che si sentono inadeguati, ovviamente cerchiamo una strategia d’intervento diversa; per esempio, chiedo il suo aiuto per risolvere un problema semplice che poteva mettere in difficoltà la lezione e cerco di farlo sentire importante per la riuscita della lezione stessa. Lavoro sulla sua autostima e poi propongo agli altri un suo gesto, ma in un momento successivo; una delle fasi del percorso del laboratorio si basa sull’imitazione. La prima fase del lavoro è la creazione del gruppo; dico sempre ai bambini che dobbiamo costruire insieme una casetta e che ognuno di noi ha un mattoncino, dobbiamo creare il nostro “luogo magico”. Iniziamo facendo, per esempio, una camminata buffa e chiedo ai bambini di scegliere quella che gli piace di più per imitarla. In questa fase si scoprono i leaders perché si creano uno, due o tre piccoli gruppi. Non è detto che sia la camminata più bella o più originale o più buffa a essere scelta, ma quella del bambino più conosciuto dagli altri. Si scopre a volte che non è il “bulletto” il leader, come avevano pensato in precedenza le maestre, ma il più tranquillo, il più riservato che però ha un certo ascendente sugli altri.

Parlami dei progetti e delle attività specifiche per la fascia 1-6 anni; ci si rivolge a bambini e bambine dove l’attività non nasce certo da una scelta autonoma di fare teatro.
Solitamente la fascia più “sfruttata” è quella da 3 e 5 anni, quindi la scuola dell’infanzia, dove ci vengono chiesti interventi di integrazione culturale oppure attività per bambini handicappati. Meno spesso la richiesta è di tipo ludico, quindi il “semplice” lavoro sullo sviluppo della fantasia e della creatività attraverso forme di gioco e di animazione. Ultimamente lavoriamo molto con soggetti caratterizzati da deficit motorio, e lo facciamo attraverso la musica, la manipolazione, le marionette, i burattini, le luci e le ombre, le immagini sfocate, le diapositive che sono cose che possono essere utilizzate anche senza bisogno di correre o saltare. Per l’asilo nido siamo ancora in fase di studio; stiamo cercando collaboratori esperti per aprire una “casa del laboratorio” cioè un centro dove genitori e bambini possano giocare con tutte le arti, musica, pittura, teatro…; dove organizzare percorsi con educatori che supportino il bambino in laboratorio. E’ tutto ancora in fase di progettazione. Ci piacerebbe organizzare anche un punto di ascolto per le famiglie, con la presenza di un’esperta che possa aiutare i genitori anche nei problemi più “banali” come, per esempio, quando è il momento di togliere il pannolino.

Praticamente, mi stai parlando di un centro per le famiglie…
Il teatro rimane come attività artistica principale; il resto è un’idea, un progetto in fase di elaborazione, che tra l’altro mi sta particolarmente a cuore e che spero possa realizzarsi presto anche se…indovina?

Mancano i fondi?
Esatto!

Torniamo al vostro teatro: normalmente con i bambini più grandi si cerca di creare un prodotto finale che testimoni un percorso, con un certo interesse spesso più per il prodotto finito che non per il percorso stesso. Con dei bambini così piccoli, dopo i giochi di suoni, ombre ecc. quando entra il teatro nel senso proprio del termine?
Nei termini della recitazione: ti do la battuta, mi dai la battuta, mai. Con i piccoli lavoriamo con le favole, spieghiamo che esistono storie che sono diverse dai cartoni animati che vedono e che sono comunque belle. Spieghiamo che una stessa storia può avere più versioni, che il Signor Collodi ha scritto un bel Pinocchio e che un Signor Walt Disney ne ha fatto un bel cartone animato. E’ chiaro che non andiamo a “spiegare” Pinocchio, ma puntiamo l’attenzione su alcuni particolari differenti tra il libro e il cartoon che loro conoscono benissimo e iniziamo a giocarci. Nel lavoro mi avvalgo anche di diapositive dove compare Pinocchio sui muri che invita i bambini a giocare; ai bambini faccio trovare dei cappellini per terra simili a quelli di Pinocchio, che possono mettere per essere dei Pinocchietti. Allora cominciamo a costruirci: io sono Geppetto e creo i burattini, i bimbi sono dei pezzi di legno grezzi e giochiamo con la scomposizione corporea, lavoriamo sul corpo e sulla conoscenza del proprio sé corporeo. Inizio a costruire gli occhi: “Aprite gli occhi! Adesso che avete gli occhi riuscite a vedere? E cosa vedete? Cosa avete intorno?”

Ma se non gli hai ancora costruito la bocca?!
Infatti non mi rispondono all’inizio, fanno cenni con la testa. Ma spesso loro sono più bravi di me, Io a volte sbaglio! Dopo gli costruisco il naso così possono sentire gli odori; porto con me delle cose profumate, caramelle e altro. Una volta abbiamo lavorato proprio sul legno, visto che lavoriamo nella bottega di un falegname e allora abbiamo sentito l’odore del legno. Costruita la bocca iniziamo a parlare: Qual è la prima parola che volete dire?: “Mamma!”, “Bello!”, “Uffa!”, “Voglio camminare!”… Questo è un lavoro che si può fare già con i bimbi di tre anni, e ovviamente fra i tre e i cinque anni cambia la metodologia. Piano piano costruisco tutto il corpo, braccia, mani… con i cinque anni puoi andare nei particolari. A questo punto ho tanti piccoli Pinocchio e quello che è sul muro, che è una marionetta e non un burattino! (questo è il primo particolare differente: la marionetta ha i fili, il burattino non li ha; Collodi parla di burattino ma anche di teatro delle marionette, allo stesso modo Walt Disney per bocca del gatto e la volpe). Con delle cordine alle braccia cominciamo a camminare come le marionette, metto su una musica, di solito il pezzo che cantano il gatto e la volpe nel brano di Walt Disney che molti bambini conoscono bene. I bambini sono bravissimi nell’aspettare il loro turno, non vedono l’ora di partecipare e quando gli dico “Ora vi metto a posto sui banchetti, togliamo i fili, non vi potete più muovere, siete in un negozio di giochi”: loro stanno immobili!

Diventa anche un gioco di ruolo oltre che di conoscenza corporea.
Questo consente di ottenere delle coreografie bellissime e di mettere in gioco anche i bambini disabili, quelli con cui soprattutto ho lavorato sono su sedia a rotelle. Il poter fare la marionetta e poter fare cose meravigliose con queste braccia gli dà loro una grande soddisfazione.

…perché scopre di avere un corpo e delle alternative nella comunicazione e nella gestualità. L’attenzione non è più focalizzata su quello che non può fare.
Consente di uscire da certe “gabbie” costruite da noi adulti, non per cattiveria, certo... Ho lavorato con un bambino di quattro anni e mezzo che non poteva camminare, aveva delle protesi alle gambe e delle stampelle con cui si muoveva con grande difficoltà. Faceva una grande fatica a camminare e alla fine risultava incapace in tutti e quattro gli arti perché le gambe non le poteva muovere e le braccia erano impegnate sulle stampelle. Aveva una difficoltà immensa. Abbiamo fatto questo tipo di percorso, mettendo fuori dall’aula le stampelle, lasciando che lui si muovesse come meglio credeva, compreso strisciare per terra. Lui si è sentito veramente libero da una gabbia. Quando ci siamo trovati al momento della rappresentazione finale di un lavoro completamente organizzato insieme ai bambini in piena libertà creativa, questo bambino non ha utilizzato le stampelle, è entrato in scena “camminando” a suo modo, usando come sostegno tutto ciò che trovava, compresi i compagni, facendo cose bellissime con le braccia. La madre ha iniziato a piangere, poi gli ha tolto le stampelle; oggi il bambino si muove appoggiandosi e qualche volta usa la carrozzella. E’ stato un successo su tutti i fronti; non succede sempre, ma in questo caso è successo.

Che tipo di lavoro fai sul tema della paura?
Il nostro Pinocchio sul muro invita i bambini a fare tante cose anche ad affrontare le proprie paure. Andiamo nel Paese dei balocchi dove ci trasformiamo in asinelli e lì c’è il primo incontro con la paura, perché subito dopo vengono buttati in acqua dove c’è la balena. Lì c’è l’esplosione emotiva: provano una grande gioia mista a paura. In verità, la balena è un pescecane e anche questa differenza viene sottolineata, la balena mangia il plancton non le persone. I bimbi più piccoli, di tre anni, non vogliono inizialmente avvicinarsi alla balena-pescecane (rimane questo doppio termine; i bambini hanno in mente la versione disneyana, così, a seconda dei casi, viene nominata o prima la balena o prima il pescecane). Ci sono due diapositive diverse a cui alcuni bimbi piccoli non vogliono avvicinarsi nonostante siano estremamente buffe, disegnate appositamente. Allora i bambini ricevono in dotazione la polverina magica del solletico, ogni bambino ha il suo sacchettino che funge da oggetto mediatore. Così i bambini, a volte da soli a volte con i compagni, trovano il coraggio, tutti, di andare a lanciare la polverina del solletico alla balena-pescecane. Faccio sempre il tentativo senza polverina, qualcuno ci va, ma non molti; lanciata la polverina, la balena-pescecane comincia a ridere, la diapositiva viene mossa e l’animale sghignazza. A questo punto la paura non c’è più, è stato ridicolizzato l’oggetto della paura. Dopo costruisco il ventre della balena-pescecane con grandi cubi morbidi, è un percorso in un tunnel. La balena invita i bambini a entrare nella sua pancia, che è abbastanza buia, e lì trovano vari oggetti, tra i quali delle pile, che consentono di fare un po’ di luce. I bambini portano fuori tutto ciò che trovano e la balena ringrazia, perché tutta quella roba le dava mal di pancia. Alla fine, usciti dal tunnel, i bimbi-burattini diventano bambini veri.

Quindi il passaggio da burattino a bambino vero avviene attraverso la risoluzione delle paure?
Sì, facendolo attraverso il percorso in un tunnel, che simbolicamente rievoca la nascita. Fuori dal tunnel ci sono io che li accolgo.

Loro sanno che per diventare bambini veri devono attraversare la pancia della balena?
No, sanno che per diventare bambini veri devono aiutare Pinocchio a diventare un bambino vero, deve superare alcuni ostacoli, questo i bambini lo sanno. Non vado nello specifico evocando la fatina e la sua richiesta: “dimostrati buono e coraggioso…”, ma il messaggio che vorrei inviare loro è: dimostra quello che sei e diventerai un bambino vero. L’importante è che il bambino esprima le proprie emozioni, positive e negative libero dall’ansia del giudizio. Un bambino può stare nel tunnel quanto preferisce, pochi secondi come mezz’ora. Ora mi sono soffermata su Pinocchio, che una è una delle possibilità narrative, ma le storie utilizzate sono le più varie.

Quanto dura un percorso di teatro che voi proponete?
Minimo dieci incontri di un’ora, il massimo è un anno scolastico. E’ un’attività a cui partecipano circa dodici, tredici bambini; di solito si lavora due ore in una classe dividendo il grande gruppo in due sottogruppi. Ciascun sottogruppo lavora per un’ora con noi e un’ora in classe con la maestra.

Hai accennato anche a percorsi sull’interculturalità, come si strutturano?
Nei termini del viaggio intorno al mondo: all’inizio portiamo carte geografiche, mappamondi, poi iniziamo con oggetti, costumi, storie e da lì si parte… Abbiamo lavorato anche sulla favola Kirikù e i bambini facevano tantissime domande sulle mamme che non andavano a cercare il papà o l’acqua. Ti trovi a muoverti su tutto quello che è diverso, a dover affrontare i pregiudizi degli adulti che i bambini portano in classe. La difficoltà non è tanto del bambino che tra tutte le cose che scopre, scopre anche la diversità etnica, è soprattutto di alcuni adulti…

I corsi che fate nelle vostre sedi si differenziano molto rispetto ai lavori che proponete a lle scuole?
La differenza e soprattutto nella costruzione iniziale di un gruppo con bambini che non si conoscono, mentre in classe il gruppo esiste già. I bambini che vengono a Ponticella di S. Lazzaro di Savena, nel nostro laboratorio teatro studio, possono decidere, a un certo punto, se fare entrare nel nostro “luogo magico” i loro genitori.

Venite considerati anche come qualcuno a cui “delegare” il momento del gioco? Può succedere, ma non mi sento di darne un giudizio del tutto negativo; dobbiamo tener conto che ci sono genitori che lavorano molto, tornano a casa stanchi ed è più che comprensibile che a volte deleghino…qualche buona opportunità.

Che formazione hanno i vostri operatori che lavorano con i bambini dell’asilo nido o della scuola dell’infanzia?
Per prima cosa una formazione pedagogica; noi abbiamo una convenzione con la Facoltà di Scienze della Formazione di Bologna che ci manda studenti per il loro tirocinio formativo; studenti che ovviamente devono avere un interesse per il teatro. Le competenze teatrali le diamo noi; facciamo un colloquio preliminare con chi è interessato dopodichè i tirocinanti iniziano a seguire quattro, cinque laboratori come osservatori. Si discute della programmazione, delle modifiche, degli obiettivi, delle motivazioni… La programmazione iniziale va fatta perché è importante sapere a quali obiettivi tendere, ma se il gruppo suggerisce bisogni diversi la programmazione si può modificare. Qui il punto di riferimento è il bambino, la sua identità e il contesto educativo. Non esistono manuali del buon educatore o del buon operatore di teatro; ci vuole intelligenza, sensibilità e competenza che si acquisisce anche attraverso il lavoro su campo. Il percorso dura un anno, dopodichè un laboratorio viene condotto dal tirocinante mentre uno di noi fa da tutor, per discutere in seguito il lavoro svolto e le scelte operate. Nel contempo lo studente o la studentessa deve frequentare uno dei nostri corsi di teatro, per sperimentare su di sé il percorso che si chiede al bambino di fare.