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intervista a Francesco filippi; regista, sceneggiatore, mediaeducator

krisia

 

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L’Italia in questo momento sta vivendo un periodo d’oro per quello che riguarda il cinema d’animazione; quasi incredibilmente è il nostro Paese a vendere serie animate non solo ad un generico “estero” ma addirittura agli Stati Uniti e all’Asia che negli anni ci hanno (anche piacevolmente) bombardati di cartoons.
A riuscire in questa impresa è stata la Rainbow, casa di produzione marchigiana che ha già prodotto Tommy e Oscar per la Rai (e in collaborazione con essa) e la serie Prezzemolo per Gardaland; il pezzo che ha vinto sul mercato estero è Winx che sta spopolando tra le ragazzine italiane pare al pari delle colleghe di carta disneyane Witch (alcuni autori sono anche comuni, e tra l’altro la Disney Italia ha venduto agli americani, oltre che al resto del mondo, il fumetto delle streghe).
La Rainbow ha “acquistato” da poco un nuovo regista-sceneggiatore, Francesco Filippi che (guarda un po’) è anche un Media Educator e che mi ha lasciato rubargli un po’ del suo scarsissimo tempo per un’intervista.

Puoi raccontare qualcosa della tua esperienza di regista?
Per ora molto intensa e molto casalinga, con i pro e i contro del caso. Non essendoci scuole di regia specifiche per l'animazione, soprattutto per le particolarissime esigenze della regia 2D, occorre imparare tutto da soli. Un po' si impara facendo, ma soprattutto si impara studiando fotogramma per fotogramma i grandi maestri. Purtroppo, almeno in Italia non c'è tradizione in merito, per cui bisogna procurarsi film, serie e quant'altro e aprire il blocco per appunti, ovvero fare ricerca "originale", tanto per usare termini accademici. Ovvio, verrebbe da dire, ma purtroppo ovvio non lo è... :( Poi molto si impara realizzando i videoboard, ovvero la messa a video dei disegni di storyboard. Solo così si prende dimestichezza con i movimenti di macchina e le tempistiche delle varie inquadrature. Un lavoro di questo tipo a casa, senza scadenze, ti consente di imparare e sperimentare con calma, ma il rischio è di non avere idea di quali siano le problematiche all'interno di uno studio grosso. L'ideale sarebbe fare entrambe le esperienze. I miei lavori ufficiali come regista sono per ora autoproduzioni, come è normale che sia quando si comincia. Ho iniziato con un !Raef, un cortometraggio dal vero fatto con bambini di terza e quarta elementare. Poi un paio di anni fa c'è stata l'importantissima esperienza del film pilota Back to Eptar (www.backtoetpar.com), un prodotto assolutamente casalingo, ma che si è voluto confrontare nella confezione con le produzioni industriali che hanno esperienza e budget alle spalle. Nulla a che vedere con un Miyazaki, si capisce, ma il prodotto è stato molto apprezzato, anche se, col senno di poi, ci trovo una marea di difetti! Infine è in arrivo la prima regia ufficiale, un cortometraggio demenziale d'azione chiamato Highlander!, realizzato con gli studenti della scuola bolognese dove insegno, Noetica. Mi sono anche improvvisato di fatto animatore 3D, diventando...studente di me stesso!

Quali sono le difficoltà e le possibilità di un autore giovane?
Di difficoltà ce n'è una marea, innanzitutto perché il mestiere, per quanto bello e affascinante, non è facile (come del resto molti altri mestieri). Poi ci sono le difficoltà intrinseche del fatto che siamo in Italia, ovvero il terzo mondo dell'animazione occidentale. Certo meglio l'Italia che il Congo, ma basta scavalcare le Alpi per respirare un'aria molto diversa. Per imparare la sceneggiatura vanno bene i corsi di sceneggiatura cinematografica generica. Per la regia e l'animazione invece bisogna arrangiarsi. Ci sono infatti scuole per disegnatori/animatori o tecnici 3D, ma una scuola specifica per diventare Autori di animazione (cioè sceneggiatori e registi) non esiste. C'è il brutto vizio considerare le capacità grafiche come condizione sine qua non fare animazione. E questa è una delle concause che rendono l'animazione occidentale commerciale cinematograficamente ferma agli anni 50, se non prima. In questo senso i giapponesi sono anni luce davanti a noi. Non parliamo poi di scuole per diventare produttori di animazione... Va beh, lasciamo perdere! :( Tornando agli aspiranti autori, per farsi notare è importante realizzare cortometraggi o comunque qualcosa di proprio. Non essendoci scuole o cursus honorum da seguire, bisogna conquistarsi tutto sul campo, anche perché nel pur ristretto nostro mercato, mi dicono che non manchino le raccomandazioni... Ergo, occorre darsi taaanto da fare, cercando di diventare più bravi e versatili possibile, in modo da mettere un produttore nell'impossibilità di ignorarti. Però possono passare anni, in cui non si guadagna una lira. Io ho impiegato 5 anni prima di trovare un lavoro serio nel settore, 5 anni in cui ho avuto il privilegio assoluto di avere un tetto e pagnotta e quindi di dedicarmi completamente a studiare, aggiornarmi, progettare eccetera. Di fatto è una sorta di lavoro a doppi turni...non pagati!

Che tipo di preparazione occorre per fare il tuo lavoro e come la media education si inserisce nel tuo percorso?
La ME si inserisce in prima linea in questo percorso. Innanzitutto perché in questi anni ho realizzato svariati percorsi didattici sull'animazione, un linguaggio diffusissimo ma su cui in Italia c'è ancora pochissima cultura. Si tratta di percorsi ora pratici ora teorici, vuoi per insegnanti che per ragazzini. In alcuni casi poi si usa l'animazione per affrontare tematiche altre. C'è poi il delicatissimo problema dell'educatività del cartoon, che sul fronte televisivo (e non) ci sta portando sempre più alla rovina pedagogica... Per quanto mi pare che anche la letteratura per l'infanzia italiana si trovi in una simile barca, nell'animazione il problema si estende a tutto il mondo occidentale, tanto italiano quanto americano. Mi riferisco in particolare al crescente fenomeno del politicaly correct paranoico. Io sono a favore di una giusta misura di politically correct, ma quando si esagera al limite del credibile, si creano tanti "reati" o "irreponsabilità" pedagogiche che sicuramente paghiamo o pagheremo. Il problema è ancora una volta scarsa cultura di ME da un lato, fortissimi timori sociali dall'altro ("oddio questo cartoon fa male a mio figlio!") e soprattutto un interesse unicamente commerciale da parte dei produttori/distributori. Per dirla brevemente, il guaio è che il politically correct non è guidato dalla pedagogia, ma dai soldi e per giunta in un contesto di paura e ignoranza. Va da sé che sia facilissimo commettere una marea di errori pedagogici. E dire che basterebbe il buon senso per limitare i danni... Il colossale equivoco sul politically correct è che ci si sofferma maniacalmente solo su alcuni aspetti cinematograficamente evidenti (quelli su cui scattano le proteste) e si calpestano allegramente gli aspetti pedagogicamente altrettanto (se non maggiormente) importanti, ma che richiedono attente e pazienti visioni per essere individuati. Il problema quindi sta che chi si lamenta non ha tempo di vedersi con calma i prodotti che sta criticando. In pratica il politically correct è diventato, almeno a mio avviso, un rimedio alquanto peggiore del male che ufficialmente intende curare. Se volete esempi, non avete che da chiedere, per ora concludo con una frase del Prof. Faeti: "E' meglio un censore colto che un permissivo ignorante". Eh, avercelo un censore colto!!

In foto Krisia, uno dei personaggi di Back to Eptar il lavoro di F. Filippi

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