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il mestiere del racconta-storie; intervista a bruno tognolini

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di Amelia Capobianco
pubblicato su Infanzia, nro 7.8 luglio-agosto, 2005 Alberto Perdisa Ed. Ariplane

Bruno Tognolini è nato a Cagliari e si è laureato al DAMS di Bologna, città dove attualmente vive. Dopo i lunghi anni del teatro "militante" (opere con Vacis, Paolini, Baliani), ora lavora a tempo pieno come scrittore multiforme, orientato all'infanzia ma non solo. In televisione per quattro anni è stato tra gli autori de "L'Albero Azzurro", e da sei anni è tra gli ideatori e autori de "La Melevisione" (RaiTre). È autore di opere multimediali, tra cui "Nirvana X-ROM" (adventure game dal film di Salvatores), e di progetti di siti, tra cui www.bambini.rai.it. Ha scritto i testi italiani delle canzoni per il film "La gabbianella e il gatto", e decine d'altre scritture sparse in vari campi. Ma il suo primo e ultimo amore restano i libri: una quindicina di titoli dal '91 ad oggi, romanzi, racconti e poesie per bambini e ragazzi, pubblicati con Salani, Giunti, Mondadori, Fatatrac, Rai-Eri. Nel '99 "Lilim del tramonto" (Salani), il suo primo romanzo "per tutti".

Bruno Tognolini, come si presenterebbe?
Bruno Tognolini è uno scrittore di libri, rime, filastrocche e altri racconti per bambini, che racconta storie anche in altri contesti e in altri modi che non sono i libri. Mi è capitato anche di progettare e scrivere cd-rom e prodotti multimediali. Ultimamente sono tornato a scrivere storie per il teatro che rappresenta la mia origine, è di lì che ho cominciato.

In teatro scriveva per gli adulti o per i bambini?
L’una e l’altra cosa. Abbiamo cominciato con produzioni e di “testi”per adulti…In realtà è complicato parlare di testi perché ero in una “zona” del teatro che era “teatro di gruppo” o “di base” come si definiva in quegli anni. Erano gli anni ’70 e la drammaturgia era qualcosa di più vasto della scrittura e della letteratura teatrale; c’era una figura di drammaturgo, come si diceva allora e come ho imparato al Dams, che faceva parte del gruppo dove gli attori provavano e costruivano lo spettacolo e che fra le altre cose scriveva. Era una scuola ardua, fatta anche di privazioni e di negazioni e il teatro che facevamo era sperimentale, duro e crudele, per adulti, come allora si usava. Ad un certo punto, tutto questo mi ha portato a raccontare per i bambini.

Quando è avvenuto il passaggio?
E’ accaduto quando sono arrivato al capolinea di quella strada di autoammutolimento degli adulti, in un teatro dove si affermava che le storie non si raccontavano, perchè la storia era frantumata e frammentata come la realtà, per certi versi inenarrabile… Per i bambini questo non può essere, perché i bambini devono cominciare a comporre il filo della continuità, non gli si può frammentare il flusso del racconto. Allora mi sono spostato su quella zona, io e tutta la mia compagnia; si è aperta una sorta di cataratta, una chiusa che ha rivelato uno spazio nuovo di creatività e di comunicazione. C’erano tante storie che premevano e che l’ estetica corrente del teatro sperimentale per adulti vietava di raccontare perché erano cose che in qualche maniera si percepivano come riduttive rispetto alla complessità del reale. Era qualcosa di “infantile” e, infatti, proprio nel mondo dell’infanzia questo flusso si è sciolto! Oltretutto questa è stata anche una ricchezza di nuovi incontri con operatori teatrali e artisti che, a qualsiasi scuola appartenessero, non si vietavano per una sorta di “crampo del racconto” il flusso libero delle storie; penso ad esempio al Teatro Settimo, che è stato un po’ il mio esempio.

Può entrare un po’ nel merito di quell’esperienza?
Il Teatro Settimo ha fatto una rappresentazione che per me è stata un’illuminazione, come a volte accade ad alcuni che sono pronti a fare un salto; un elemento incidente che arriva a dargli una spinta salutare. Si trattava di Nel tempo fra le guerre, uno spettacolo corale bellissimo realizzato per adulti. C’era una scena in cui due fuochi fatui parlavano fra loro sulle tombe del cimitero, si raccontavano gli ultimi pettegolezzi del villaggio, le trame delle opere liriche, eccetera e concludevano dicendo: “Ah, tanto non c’è più niente da raccontare!” e l’altro: “Perché parli, allora?”. Questa domanda, assolutamente semplice, mi colpì: perché continuiamo ad affermare che non c’è niente da dire?, pensai. Sarebbe molto meglio se sciogliessimo questo crampo e ricominciassimo il flusso umile e mite del racconto, se facessimo il nostro mestiere che è, appunto, quello di raccontare. Quando ho cominciato a fare questo ho visto che i racconti erano tutti lì, interi, per chi aveva ancora orecchie per ascoltare… Così si è aperta la strada del teatro per ragazzi, sia quella dei racconti, sia quella delle rime.
Il flusso delle storie che incantano; una filastrocca dice così:
“Il cuore sta fermo e più non si muove
è qui il cantastorie con tre storie nuove.
Il sole sta fermo più non racconta
e quel cantastorie che adesso racconta,
il tempo sta fermo e tutti i minuti
si sono già messi seduti.”
Questo è il flusso continuo che inganna il tempo, poi c’è quello ritmato…

E com’è quello ritmato?
Quando incontro le classi racconto che suonavo il tamburino in una banda di paese, lo faccio per spiegare da che strade strane può arrivare l’attitudine a scrivere in rima e metro. Avevo trentacinque anni quando suonavo in questa banda che, tra l’altro, aveva più successo del gruppo teatrale…! Avevo delle crisi d’identità perché volevo fare lo scrittore; spiego ai ragazzi che certi adulti non hanno il tragitto lineare che va dal sogno al mestiere, ma assai aggrovigliato, una strada in cui loro stessi si perdono, non sanno dove stanno andando e io mi chiedevo dove stessi andando con quel tamburo.
Recito ai ragazzi una filastrocca rap che è l’introduzione a Rimelandia, un cd di filastrocche scritto con Piumini, e chiedo: “Cosa ne ho fatto secondo voi del mio tamburo?”. Tutti rispondono: “Lo tieni per ricordo!”. “E’ vero, lo tengo, ma ne ho fatto un’altra cosa più invisibile e magica”, e gli racconto la seconda strofa che fa così:
“Tu come ti chiami?
Io mi chiamo Sissi, ti aspettavo qui perché speravo che venissi.
Ti piace il ritmo?
A me parecchio, per fare rima ce ne vuole di orecchio,
ci sono filastrocche di poeti italiani
che battono le rime come tu batti le mani…”
e così via. Qualcuno dei bambini capisce e mi dice: “lo usi per fare il ritmo delle filastrocche!”. “Sì, l’ho nascosto nella stradina bianca che c’è fra una riga e l’altra delle filastrocche.” Il tamburo che mi dicevano di non usare più perché dovevo trovarmi un lavoro vero è lì nascosto, ho fatto finta di metterlo via invece la banda continua a camminare in quelle stradine.

Ma questa attitudine, questa attenzione stilistica deve avere anche altre radici…
Venga da lì o da altro prima di quello, una solida educazione classica, un amore per le lettere, un’attitudine e un’abitudine a leggere Dante, Ariosto eccetera… Scrivere in rime e ritmo in Italia non si può fare quasi in nessun altro campo al di fuori della letteratura e del teatro per l’infanzia, a meno che uno non sia paroliere di canzoni, perché la poesia, con alcune eccezioni non ha un ritmo o una metrica di questo tipo. Così sono diventato anche scrittore di filastrocche.

Ad un certo punto però, questa speciale abilità e passione a scrivere per l’infanzia è diventata un mestiere, che cosa lo ha determinato?
E’ avvenuto attraverso la televisione, nel senso che dopo questi undici anni di teatro, quando già disperavo di trovare un mestiere o di averlo imparato, mi ha chiamato la Rai per L’Albero azzurro. Una chiamata in parte casuale, in parte no, nel senso che è arrivata attraverso una rete di relazioni che nel tempo mi ero costruito. Guardandomi alle spalle mi rendo conto di aver fatto un master d’eccellenza in proprio, non dichiarato come tale e dove nessuno mi prometteva una formazione o un titolo finale. Ero amico di Claudio Cavalli che era un teatrante per ragazzi molto bravo, che era a sua volta amico di Paolini con il quale avevo collaborato. Il mio nome era stato fatto al momento giusto al posto giusto, quando per L’Albero azzurro cercavano nuovi autori. Mi hanno chiamato, mi hanno fatto fare delle prove, ho scritto per loro delle scene simili a quelle che scrivevo per il teatro ragazzi con le filastrocche. Sono piaciute e mi hanno chiamato per il primo anno, poi per il secondo, il terzo e il quarto. Ho capito allora che in quegli anni in cui mi sembrava di non imparare nulla, in realtà stavo frequentando questa sorta di corso o tirocinio d’eccellenza che non mi sembrava tale e che era, appunto, il teatro. Oltre a L’Albero azzurro, ho provato a scrivere dei racconti per Fatatrac che sono stati subito accettati, da lì in avanti ho continuato a scrivere per bambini, televisione, libri, teatro e altri media.

In un’intervista lei ha affermato che ad un certo punto la Rai, che voleva nuovamente investire sul pubblico dei bambini, si è trovata a dover scegliere fra “riciclare” autori di programmi per adulti spostandoli sul settore infantile o chiedere la collaborazione di esperti esterni mettendosi a rischio di una “contaminazione genetica”. Questa contaminazione, a suo parere, si è verificata?
No, purtroppo no, e io sono molto deluso di questo, sia per quanto riguarda L’Albero azzurro sia per l’esperienza successiva, quella di Melevisione. Forse ero illuso, forse lo sono ancora e forse si deve esserlo: illuso e convinto. Non c’è stata modificazione e se quei programmi erano portatori in qualche modo di “agenti mutogeni” non sono riusciti a diffondere questa mutazione nelle stirpi intorno; sono rimaste esperienze isolate, anzi, la Melevisione, a mio avviso, è abbastanza assediata anche se resiste al suo interno. Ci sono produzioni prima e dopo Melevisione che non le somigliano neanche un po’ e che sono, anzi, il suo contrario.

Che immagine ha dell’infanzia, almeno nella nostra società?
Secondo me i bambini e le bambine sono gli esseri che hanno potenzialmente tutta la vita al loro interno, sono portatori di rinnovamento. Mia figlia è stata forse una delle esperienze più vere e più forti della mia vita e, tanto per fare un esempio parziale, la sensazione forte del rinnovamento, del ripristino del reset del linguaggio e della visione del mondo che si ha avendo un figlio, è quella di noi grandi che dobbiamo di nuovo nominare le cose come Adamo nomenclatore e dire: “guarda questo è un albero, quello un pullman…”. Una sensazione che ha l’effetto fantastico di rendere di nuovo mirabile e sorprendente la realtà agli occhi di chi la vedeva ormai debolmente. I bambini rinnovano, rinfrescano. Non per caso io che sono non credente non posso non notare che il Dio nasce neonato, che è colui che azzera il tempo e rinnova. Ne ho questa immagine, esseri potentissimi rinnovatori di vita, in tutti i sensi, biologico, psicologico, spirituale…

Se pensa alla relazione tra i bambini e i mass media, la sua idea dell’infanzia cosa diventa?
Ne ho diverse simultanee, una pessimistica e più immersa nell’oggi, che è quella della tristezza vedendo cosa gli adulti stanno offrendo ai loro bambini nei media; l’immagine è abbastanza disperante. Quello che noi alla Melevisione riusciamo a fare, poco o molto che sia, è solo un minimo contributo. In Italia ci sono tantissimi bambini che non guardano Melevisione e i più non guardano programmi per bambini. Gli ascolti hanno lasciato sgomenti noi autori: un 10% di cui eravamo molto orgogliosi, dalle 15.30 alle 16.30! Quel 10%, però, lo abbiamo visto salire al 15, impennarsi al 20 e oltre dopo le 20.30. Sia Rai sia Mediaset destinano all’infanzia, ai bambini loro e nostri, non quello che hanno di meglio, tutt’altro, quello che c’è più facile per catturarli, contarli e impacchettarli all’inserzionista pubblicitario di turno. Non si ritiene conveniente offrire ai bambini prodotti di alto livello estetico se è sufficiente spendere di meno e ottenere di più in termini di rendimento economico. Si potrebbe fare di meglio: in Gran Bretagna, in Germania e in Francia si ha una quota di produzione per l’infanzia molto più alta che in Italia; i programmi prodotti, anziché comprati a stock, sono molti di più e più curati.

Oltre ai bambini che guardano programmi per adulti, ci sono adulti che guardano Melevisione, cosa pensa di questo pubblico?
Io ne ho un’immagine molto precisa che è quella di adulti che si riposano in una sorta di oasi dove con la scusa dei bambini si azzarda una comunicazione più pulita, più umana, meno cretina e meno spietata. Questo succedeva già con L’Albero azzurro in merito al quale avevo sentito dire da qualche adulto: “Quando lo guardo mi riposo, mi rilasso.” E’ come se i ritmi del discorso, del pensiero, delle facoltà chiamate a operare da quello che si dice e si vede procurassero una sensazione di rispetto, di riposo e di attenzione rilassata. Secondo me è proprio di questo che si tratta, succede anche nei libri, nell’editoria per l’infanzia dove confluiscono gli illustratori che in molti casi non hanno altri sbocchi produttivi. I libri illustrati sono uno splendore, basta dare un’occhiata alla Fiera del Libro a Bologna per vedere che gli adulti che sfogliano con piacere libri per l’infanzia sono molti e li capisco completamente. Ritornando alla televisione, gli adulti che la guardano assieme ai figli, apprezzano un tipo di comunicazione che non trovano frequente. Esiste anche un’attitudine al criticato buonismo, il cui contrario sarebbe il cattivismo che è assai più in voga, redditizio e facile. Ho letto un articolo che parlava di bullismo nelle scuole medie e superiori e di atteggiamenti di prepotenza esibita, orgogliosa e fiera. Cosa c’è da stupirsi se i modelli che vengono ritenuti attraenti, appetibili e desiderabili sono quelli della prevaricazione urlona dei reality show, dei programmi cattivisti appunto? Un programma buonista in cui si abbia il coraggio di proporre dei valori positivi e francamente improntati al rispetto, all’attenzione, all’affetto, alla cura degli altri, forse genera una sensazione di “oasi”, nella rassegnazione e nell’adattamento al flusso di improperi, parolacce e prevaricazioni che sono ormai ritenuti un habitat normale in televisione.

Il termine “buonismo” si porta però appresso un alone negativo, di qualcosa di forzato e noioso…
Un rischio nel buonismo c’è, nei miei giri per le classi, nelle scuole vedo che la comunicazione adulta degli insegnanti verso i bambini è improntata all’offerta di valori positivi; ho fatto questa riflessione, un “buonismo scolastico” ha i suoi mezzi per proporsi e imporsi che, senza essere un pedagogista ma come osservatore del mondo dell’infanzia, sono quelli del conformismo infantile. I bambini non hanno molta difficoltà, finché sono alle elementari, ad essere tutti ecologisti, ambientalisti, interculturali e interetnici, sono davvero tantissime le manifestazioni di tutto questo. Vedo le ricerche, i cartelloni, i disegni, sento i discorsi che i bambini fanno in classe, poi qualcuno mi dice che quando escono dalle elementari e vanno alle medie diventano delle “carognette”, subito. Si trattava in realtà di una acquisizione superficiale che era anche di compiacenza degli adulti. I bambini ricevono un esempio dal mondo degli adulti di un buonismo esteticamente carente, moralistico a scuola, e di un cattivismo esteticamente agguerrito nei media; questo è molto importante: la confezione estetica con cui questo valore viene proposto. L’offerta di valori positivi deve essere tanto più accurata come bellezza del racconto proprio perché è più debole come seduzione. Se il buonismo, i valori e i comportamenti positivi, sono presentati con una cura estetica profonda, sono automaticamente rivestiti di complessità, perché la bellezza è complessità, e complessità significa che contengono al loro interno anche parte dei loro contrari. Questo li rende efficaci, i valori positivi proposti con debolezza o trascuratezza estetica sono effimeri e vengono sentiti come noiosi, attitudini convenienti, cioè comportamenti che conviene assumere ma di cui poi ci si libera.

Ha detto che rispetto alla relazione fra mass media e bambini ha due diverse idee, qual è la seconda?
La seconda è più evoluzionista, proiettata sul futuro. Sono convinto che i bambini sono sempre stati disallineati, incongruenti rispetto alla realtà in cui vivono, in qualsiasi generazione. E’ una sorta di destino specifico, sono comunque dotati di potentissime risorse per adattarsi all’ambiente e adattare l’ambiente a sé; in altri termini, non credo che stroncheremo neanche con questa televisione spazzatura la vivacità, la bellezza, la poesia, la forza di inventare dei bambini che troveranno le loro vie che ora a noi possono sembrare oscure, opache. Sento molte insegnanti dire che i bambini non hanno più capacità attentiva, a causa dello zapping, dei videogames… però ho anche notizie di ambienti in cui si sta studiando il post-human, le nuove forme di intelligenza e di attenzione che potrebbero stare nascendo, invisibili a noi che abbiamo ancora il vecchio paradigma testuale della scrittura, unilineare e unidirezionale. Può darsi che i bambini di oggi non siano stupidi soggetti digitali, ma soltanto diversamente intelligenti, si stanno adattando più rapidamente di noi, come è loro prerogativa, a una realtà mutata che non è detto che subiranno ma è più facile che, come è sempre successo, se ne approprieranno come le nuove generazioni si sono sempre appropriate di ogni strumento in ogni tempo. E’ una sorta di guerra co-evolutiva, si evolvono insieme, loro e questi strumenti per noi alienanti. Secondo me non è detta l’ultima parola, la scommessa è aperta e saranno loro a utilizzare i mezzi e non i mezzi a utilizzare loro.

Riferendosi al suo lavoro sul cd rom di “Nirvana” e sui videogames in generale ha affermato, in una precedente intervista, che attualmente i giochi elettronici si riferiscono alle regioni del nostro cervello addette ai riflessi e che si augura che con il tempo questi giochi possano interessare anche la sfera emotiva. Ritiene che questo tipo di cambiamento possa avvenire nell’attuale stadio di evoluzione tecnologica?
Adesso sono un po’ più ottimista di allora; ancora credo in questa affermazione. Quando dei nuovi linguaggi nascono c’è una sorta di involuzione, c’è una semplificazione totale della complessità a cui altri linguaggi sono arrivati e questo è anche comprensibile, in fondo la scrittura è un software che gira da quattromila anni e che ha plasmato il nostro hardware, cioè il cervello, che è una macchina armonica che sa sviluppare contenuti e forme di una complessità immensa. I media digitali hanno delle potenzialità espressive e interattive enormi rispetto alla scrittura tradizionale, ma è come se la scrittura stessa fosse rinata e ricominciasse da zero. Questo rende le storie più rudimentali come nei videogames spara-spara in cui il racconto che si svolge è solo fino al successivo angolo dove c’è il successivo nemico da far fuori. Ci sarà un’evoluzione ma non so ancora in quale forma perché non sarò io a inventarla, saranno loro, i bambini di oggi, fa parte del loro destino.

Una volta ha detto che non lavorerà mai per la pubblicità e per Fininvest: è una scelta ideologica o che cosa?
In un caso è per pura ostinazione, testardaggini irrazionali e ideologiche. Per la pubblicità è diverso: la pubblicità è un campo complesso in cui a dispetto di tutti i ragionamenti che posso fare, recupero la figura dell’artista cui è assegnato il compito di enfatizzare e magnificare il potere di qualche tipo o di qualche cosa. E’ pur vero che Ariosto faceva il suo lavoro, non era un pubblicitario, era un poeta ma si guadagnava da vivere illustrando la casata, oggi diremmo che faceva il curatore d’immagine dei D’Este. Nel far questo ci hai lasciato quei poemi…Finché posso preferisco raccontare le storie direttamente per quello che sono senza applicarle a nessun altro scopo se non alle storie stesse. Si racconta solo per raccontare... Nella Melevisione ho giocato con la pubblicità inventando la “Vernice fiabante”…

Di cosa si tratta?
Si tratta di una vernice che gli uomini di Città Laggiù rubano dal Fantabosco, che è il regno della fiaba, e la usano per spennellare le loro merci allo scopo di venderle a chi le ha già, perché altrimenti come si può convincere una persona che ha già tutto a comprare ancora la stessa cosa? Si cerca di convincerlo che quell’oggetto è fantastico, favoloso…

Ma l’uso di questo genere di aggettivi ricorre a volte nelle pubblicità più becere…
Jeremy Rifkin, un massmediologo, sostiene che quello che si vende non è più merce ma esperienza, non si dice più “cosa mi manca?”, ma “cosa non ho ancora provato?”. Quando si acquista un oggetto si acquista la quantità di esperienza virtuale immaginaria che è collegata a quell’oggetto-fiaba, che è a sua volta collegata a un viaggio, a una bevanda, a un profumo, a un’automobile… e che si concretizza attraverso gli spot pubblicitari che sono ormai dei piccoli film. Rifkin, ritiene che occorre dare comunque un po’ di respiro all’esperienza umana del narrare perché - lui è un po’ apocalittico - se la si spreme a fondo c’è il rischio di sofferenza; un campo non si può coltivare troppo intensamente, ogni tanto va fatto riposare. Questa esperienza della sete di racconti e narrazioni è sempre solo finalizzata all’acquisto di un oggetto e va poi frustrata immediatamente, perché chi compra quell’oggetto deve statutariamente restare deluso, poiché deve sentire il bisogno di comprarne un altro; vede che la fiaba non si è realizzata, la narrazione non è avvenuta. E’ meglio, allora, ascoltarla o leggerla e basta senza finalizzarla al possesso di un oggetto. Io sono contro la pubblicità e non vorrò farla per questo, perché non voglio imbrogliare i miei lettori e non voglio che le storie che invento le prenda qualcuno per spennellare degli oggetti. Questo mi ha creato e mi crea un problema di contraddizioni nella Melevisione nel momento in cui è subentrata la Ferrero a fare gli “inviti all’ascolto” e io stesso che non avrei voluto, finisco col regalare una parte delle mie storie alla pubblicità.

Come si sente, allora, uno come lei di fronte a questo “obbligo”?
E’come se la Ferrero mi salisse sulle spalle, sulle mie e di tutti i miei colleghi, e si rivolgesse ai bambini che sono lì perché noi raccontiamo e dicesse loro: “Se vi piacciono questi racconti, sappiate che i miei cioccolati sono buoni allo stesso modo!”. Mi è stato detto che questo sponsor paga alla Rai grosse cifre di cui la Rai ha bisogno; noi autori siamo stati chiamati dal capo di rete due anni fa il quale ha detto che aveva sempre tenuto la Ferrero a distanza, per anni, ma che ora non poteva più perché c’era necessità di incamerare risorse. Per uno come me, per le cose che penso e che ho detto, le scelte erano due: o me ne andavo, se non volevo che il mio lavoro finisse dove non volevo, oppure restavo. Non me ne sono andato perché quello è il mio lavoro e tutto sommato è più protetto di tanti altri, anche con questo deprecabile “sfondamento”. Rai 3 è riuscita a fare Melevisione senza pubblicità per quattro anni, evidentemente qualcosa è cambiato, ma non solo lì, in tutta Italia: non c’è quasi più nessuno spazio di una certa entità di ascolto che non sia sponsorizzato. Quando i bambini che si siedono di fronte a te superano un certo numero quelli arrivano…

Un pegno da pagare o che cosa?Insomma, la pubblicità forse non è tutta ignobile…
Molti dicono che è il “Sistema”; come se il Sistema fosse un dato atmosferico, ma non lo è. A forza di racconti sono riusciti a convincerci che il mercato è l’unico sistema valido e vincente, a cui affidarsi, esattamente come secoli fa erano in molti a pensare che la Chiesa e la teocrazia erano gli unici sistemi potenti e depositari di Verità, finché qualcuno non ha dimostrato che non è così. Quindi ho ancora speranza... Comunque, voglio anche dire che con la Ferrero ci è andata bene, perché oltre a questa ci sono arrivate proposte pubblicitarie ignobili, che fortunatamente sono state accantonate. E’ comprensibile che un bambino a cui piace Melevisione provi piacere ad averla anche su oggetti di uso quotidiano, io stesso la mattina faccio colazione in una tazza raffigurante Corto Maltese. Il guaio è quando quegli oggetti sono fatti male, ricordo che il primo gioco da tavolo fatto anni fa sulla Melevisione, che tra l’altro costava molto, era di qualità scadente. Quando i bambini, che di giochi si intendono, vedono un gioco brutto rimangono delusi, e questa delusione ricade sul programma, non sul produttore del gioco. A noi sembra di essere una piccola locomotiva, che per qualche motivo misterioso va e allora ci attaccano dietro vagoni su vagoni; mi chiedo se questa forza trainante sarà sempre sufficiente a trainare tutto. Forse ci vorrebbero vagoncini motorizzati che contribuissero a mandare avanti il trenino. A volte le cose sono fatte bene, come i libri dell’editore Giunti, che ha deciso di fare un certo investimento su questo materiale. Il licensing è stato venduto anche a una catena di asili nido che opera in tutta Italia, che ha le scenografie della Melevisione e una serie di schede didattiche. Lì le educatrici possono dire ai genitori che “si insegna con la televisione”. Chi ci è andato ha detto che si tratta di un ottimo lavoro che non ci fa sfigurare, si chiama “Gioca e crea”. Non c’è niente di male in sé, si tratta di una sorta di sinergia educativa fra la Rai come Ente pubblico e un circuito privato di servizi per l’infanzia.

Lei scrive per più media: la televisione, i libri, il teatro; è lo stesso testo che viene elaborato in forme diverse, o sono testi diversi ogni volta?
Sono tendenzialmente testi diversi anche se ci sono degli scambi; in alcuni casi si tratta di scambi positivi in altri no. Possono esserci scambi di sequenze testuali fra un medium e l’altro come fossero frammenti di DNA, ad esempio le filastrocche che scrivo per Melevisione non sono specifiche per la televisione, anzi, mi sono sempre premurato di non inserire nomi di personaggi per farne qualcosa di più che rime di circostanza, componimenti dedicati e limitati a quella specifica situazione; di conseguenza sono uscite anche in un libro: Rimarimani edito da Salani, che contiene cinquanta filastrocche, di cui quaranta scritte per Melevisione - anche se questo non figurava in copertina -. In questo caso c’è uno scambio di materiale testuale identico che permette alle filastrocche di essere ritrovate da un pubblico di nicchia che legge i libri. Questo è bene. Al contrario di quanto accaduto per il cd-rom Rimelandia: il cd-rom è ipertestuale e alcune filastrocche, scritte con Piumini, avevano uno sviluppo non unilineare ma ipertestuale. Col tempo Piumini si rifiutò di scrivere filastrocche che prevedevano finali diversi a seconda della scelta dei bambini, lui ritiene che la filastrocca sia solo quella che noi tutti conosciamo, così finii per scrivere tutto io. Quel lavoro aveva un certo senso fino a che restava nell’ambito dell’ipertestualità; la Mondadori ha voluto pubblicarle anche su libro perché qualsiasi cosa scriva Piumini, comprensibilmente, viene pubblicata anche su libro, per una economia di scala che consenta di utilizzare fino in fondo un prodotto. Portate su libro, le filastrocche andavano messe in fila giustapponendole in uno schema unilineare, quindi non si clicca più per andare direttamente nella pagina scelta, ma si voltano le pagine. In questo modo è andato perdendosi il senso originario del lavoro perché tra l’ultima riga letta e la pagina scelta il bambino vedeva tutte le altre pagine di possibilità. Questo è un caso in cui il trasporto di testi da un medium all’altro a mio avviso è scorretto. La Melevisione non pone questo problema; penso che abbiamo lavorato bene per cui se pubblicassero i copioni, questi non sarebbero così orribili neanche come pubblicazione letteraria, a differenza di quella che è la scrittura televisiva media in cui si lavora su fogli di supporto, da studio, che non sono sceneggiature. In genere si tratta di fogli contenenti degli spunti che gli autori danno come suggerimenti ad attori e conduttori, invece la nostra scrittura è molto accurata pur restando nello specifico televisivo, che ha una sua grammatica e una sua sintassi non immediatamente trasferibile su altri supporti.

Per concludere, vorrei tornare un momento al punto da cui siamo partiti: come è avvenuta la trasformazione da scrittore per adulti a scrittore per l’infanzia; in genere avviene il processo inverso, per cui uno scrittore per bambini poi lo diventa per adulti, come se fosse una maturazione o un obiettivo da raggiungere.
Per me questo passaggio è avvenuto attraverso una via di disciplina, di linearità e semplicità del linguaggio e del racconto che scommetteva il rischio di non perdere in ricchezza. Mi viene sempre in mente un professore del DAMS molto bravo che ci mostrò il viso di Eduardo De Filippo mentre faceva un certo gesto della mano, lo vedemmo più volte parlando dell’invecchiamento dell’attore, cercando di comprendere come fa un attore a invecchiare con efficacia. Era un teatro che noi chiamavamo dello “stramazzo”, un falso teatro con un imponente uso del corpo, con amplissimi gesti, capriole, capitomboli, ecc. Come si fa a ridurre progressivamente l’ampiezza del gesto invecchiando? Ad una certa età non si è più credibili se si continua a sbracciarsi e a capitombolare. Il punto è ridurre l’ampiezza del gesto mantenendone l’intensità. Nella scrittura è lo stesso, ricorrere a parole più semplici, che non significa impoverire il linguaggio. Ho sempre cura di usare parole “difficili” quando scrivo perché i bambini, perché loro sono dei software potentissimi che devono accumulare parole nuove, quindi ci vuole qualcuno che gliele dia. Parole belle, nuove, non solo usuali ma che abbiano una forte componente di riconoscibilità quotidiana; testi che siano realizzati per un’alta percentuale di parole già conosciute, caricate di contenuti e significati che le renda potenti rispetto all’uso che ne sentono fare nel loro quotidiano e accompagnate da parole nuove che non conoscono, poche e piazzate bene. Questo è stato il percorso per quanto riguarda il linguaggio, per le storie è avvenuto qualcosa di simile: la disciplina umile di sviluppare una storia per intero linearmente e senza reticenze che possono essere comode scappatoie del non saper raccontare. Non sempre sono riuscito in questo mio proposito, in alcuni miei libri il racconto non è del tutto lineare, ci sono cose reputate errori nella scrittura per bambini, salti di tempo, flash back, rottura del filo del racconto… C’è, però, un’altra considerazione che ho scoperto da poco: ci sono dei libri per bambini a mediazione adulta o a seduzione adulta che sono destinati sia ai bambini sia ai grandi che li leggono (e che glieli leggano!); tanti dei miei libri sono così, specialmente quelli in versi e in ottave che sono dichiaratamente realizzati a questo scopo. “La voce umana fa crescere i bambini, li guarisce dai malanni più diversi, restituisce i loro anni a chi li ha persi”, è un invito a leggere a voce alta ai bambini. Se un adulto legge un libro a voce alta e quel libro gli piace come adulto, contagerà di piacere il bambino al quale arriverà sia la storia sia il piacere con cui viene offerta quella lettura. E’ una cosa che ho sperimentato su me stesso con i libri che ho letto a mia figlia. Ho appena finito di scrivere un saggio con Rita Valentino Merletti, autrice di Leggere ad alta voce, intitolato Papà mi legge nel quale racconto la mia avventura di lettore a mia figlia per dieci anni. Per farlo ho chiesto a lei, ormai quindicenne, i suoi ricordi e ne ha uno bellissimo: “C’erano dei punti in cui leggendo ridevi e io ero contentissima quando succedeva, ero orgogliosa quasi come se quella cosa l’avessi scritta io” e ho pensato “Ecco, è lì che succede la Letteratura con la L maiuscola”. Quasi non è più importante non solo chi legge o chi ascolta, ma neanche chi ha scritto il libro se lei è così orgogliosa di questo evento che si è verificato; le stavo consegnando qualcosa di più della storia che leggevo a voce alta, il piacere di leggere. Le cose destinate all’infanzia possono ben essere indirizzate agli adulti perché se le leggono insieme, le consumano insieme, ne gioiscono insieme. Alcuni libri funzionano molto bene per questo. Nessuno di noi ha mai scritto qualcosa che non avrebbe dato ai suoi figli, non c’è una doppia morale che dice “ci sono cose che vanno bene per i miei figli e altre che vanno bene per i figli degli altri”; purtroppo non si tratta di un ragionamento scontato. Molti produttori per l’infanzia soffrono di questa doppia morale. Penso agli ascoltatori delle mie storie, in Tv o nei libri, come miei figli: si sono seduti lì perché gli piacciono le mie storie.

Foto: copertina di Rimelandia da http://www.geocities.com/Paris/4469/rimeland.html

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COMMENTI

Mai vietarsi di narrare. I bambini ce lo impongono. E io, personalmente - consapevole dei limiti di una realtà spesso inenarrabile - me lo sono comunque imposto. Lo vedo anche dallo sguardo di mio figlio di 3 mesi: vuole storie, desidera l'incanto, non il disincanto. Per quello, semmai, c'è tempo. Grazie anche di questa bellissima intervista!

postato da Daniele il 01/09/2005 01:11