Intervista ad Arianna Papini, responsabile editoriale di Fatatrac
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a cura di Amelia Capobianco
Questa intervista é stata pubblicata sul numero 12 della Rivista Infanzia, Editore Perdisa Airplane, Bologna www.rivistainfanzia.it e fa parte di un lavoro di ricerca condotto dalla dott.ssa A. Capobianco dal titolo Per una qualità dei servizi e dei prodotti per l'infanzia: ricerca su alcuni criteri e indicatori significativi, commissionato dalla trasmissione E' domenica Papà di Rai Tre.
Iniziamo con la vostra idea di bambino e dalla vostra idea di libro per l’infanzia; esistono dei criteri o dei punti di riferimento che orientano il vostro lavoro?
Che domanda difficile! Lavorando molto con i bambini posso dire di non avere una idea di bambino perché sono tutti completamente diversi uno dall’altro…Piuttosto ho un’idea di quale strumento fornire a un’infinità di tipi di bambini. Ho in mente un certo concetto di “qualità”: offrire ai bambini una qualità letteraria e artistica nei miei libri è la mia priorità, al di là dell’età del bambino. Nel nostro iter, prima decidiamo cosa pubblicare e solo in seguito a chi destinare la pubblicazione.
La prima scelta la operiamo sulla qualità letteraria e iconografica; potrei dire che rispetto a questi due ambiti siamo una specie di “agenzia matrimoniale”; mettiamo insieme due individui con forte personalità che sono lo scrittore e l’illustratore, perché si sposino e creino un splendido figlio. Solo in seguito decidiamo e fare di quel libro un “Albo” o un “Ottagono” .
Ci arrivano circa una ventina di dattiloscritti al giorno; leggiamo tutto… un lavoro immane! La qualità letteraria non deve essere fine a se stessa ma deve avere un contenuto etico, storico, sociale… Abbiamo per esempio libri sulle crociate , Allegria e gelosia , invece, è un albo sui sentimenti dei bambini, cose che loro stessi accettano con difficoltà, come appunto i sentimenti di rabbia e gelosia.
Non abbiamo un’idea di bambino anche perché il protagonista di una storia è percepito in mille modi diversi dai lettori. Incontrando i bambini, dopo aver dato loro in mano un libro, ci si rende conto di come quello stesso libro cambi, si modifichi a seconda di chi lo legge.
Più che un’idea di bambino, ci interessa un’idea di utenza di qualità; riteniamo che i bambini siano assolutamente in grado di comprendere se un libro è valido o meno.
Una volta a mio figlio regalarono un libro, aveva due anni e mezzo. Non era un libro che gli avrei comprato ma glielo proposi comunque. Lo leggemmo, lui lo guardò e poi mi chiese: “Mamma, ma sei sicura che non c’è nient’altro…?”. Aveva ragione perché era un libro povero; era ricco di immagini ma stereotipate, e mancava di contenuto. I bambini sono lettori attenti.
Hai accennato a un matrimonio tra l’autore e l’illustratore, tra il contenuto e l’immagine, eppure ancora oggi succede che questi due aspetti non vengano trattati con la stessa attenzione
Credo sia fondamentale un’educazione all’immagine diversificata;siamo attentissimi in questo senso, è molto rischioso proporre ai bambini sempre lo stesso tipo di illustrazione. E’ possibile fare con i bambini dei lavori molto belli sulle immagini; prendiamo per esempio Pinocchio che è stato illustrato da tantissimi disegnatori. La marionetta si riconosce dal naso o dal fatto di essere di legno ma ogni illustratore lo ripropone a modo suo. Una pubblicazione di qualità deve avere questo genere di attenzione all’iconografia, non è certo così che si limita la fantasia dei bambini. Il rischio di omologare la fantasia dei piccoli è della scuola, che propone stereotipi di case e di alberi…
Mostrare ai bambini come ogni illustratore disegni l’albero a modo suo, a volte in maniera quasi incomprensibile ma ugualmente significativa, fa si che i bambini si sentano più liberi di esprimersi.
La qualità letteraria e iconografica sono quindi fondamentali ancor prima del chiedersi a chi sarà destinato quel libro.
Ho sempre avuto molte difficoltà a destinare un libro a una età specifica perché ogni bambino è un utente a se; alcuni a 7 anni leggono già i romanzi, le illustrazioni quasi li annoiano, altri bambini leggono poco e, viceversa, sono incoraggiati dalle illustrazioni. Per me è veramente difficile farsi l’idea di un bambino prima di avere il libro tra le mani.
Un libro deve avere un’utenza allargata e dare la possibilità ai genitori, agli educatori, agli operatori di utilizzarlo a seconda del bambino che hanno davanti; o almeno, così dovrebbe essere. Un libro, per essere un buon libro, dovrebbe essere flessibile.
In che senso “flessibile”?
Tra le nostre pubblicazioni c’è un albo, abbastanza complesso, di Anna Sarfatti; parla di ricovero in ospedale con il fine di sdrammatizzarlo e affronta il tema dei diritti dei bambini in ospedale. Per ognuno dei diritti è stata inventata una filastrocca: il diritto è indicato in una frase sola, a seguire c’è la filastrocca.
Ci piace fare libri che facciano incontrare persone diverse tra loro, quelle simili si incontrano già!
I bambini vogliono storie forti. Abbiamo una collana di “Storie vere di animali” io ne ho scritti due su Orazio, il mio cane . La prima domanda dei bambini è se Orazio è ancora vivo; sono interessatissimi all’inizio e alla fine della vita. Sono curiosi, sono le paure normali di tutti, per primi degli adulti. I bambini non parlano di certe cose con i grandi perché sanno che i grandi si spaventano, non reggono a queste domande. L’infanzia invece è verissima.
Quale ritieni sia la differenza tra un libro e un giocattolo?
Il libro deve essere uno strumento, utilizzato a seconda delle situazioni; non è come un giocattolo…
La differenza tra un libro e qualsiasi altro oggetto, come per esempio il giocattolo, è che l’oggetto-libro ha un inizio, uno svolgimento, una fine, un contenitore (che è la prima cosa che si vede), un contenuto (che al limite non si vede). E’ un oggetto complesso che non può essere ingabbiato in un concetto rigido di fascia d’età. Per questo la nostra linea editoriale è tanto flessibile, per questo cerchiamo di avere libri con un’utenza ampia: abbiamo libri che trattano l’intercultura, altri che vengono letti dal nonno al bambino. Se il libro interesserà anche il nonno, la sua lettura sarà più appassionata e questo creerà un rapporto tra nonno e nipote che poi avranno una memoria del libro e magari ne riparleranno. Il libro che è pensato solo per una certa età del bambino vedrrà letto dall’adulto in modo più meccanico. Un libro che si presta a essere letto su “più livelli” di complessità unisce il nonno, il fratello più grande e quello più piccolino, creando dei ponti generazionali.
Un aspetto che caratterizza la vostra linea editoriale è quella dell’impianto grafico e dell’apparato illustrativo, più in generale si ha l’idea di un lavoro di “cura” che porta alla realizzazione di un libro.
Nei libri che trattano l’interculturalità questo avviene anche in modo più evidente; un libro molto bello per esempio è sui miti in tutte le culture , illustrato da Fuad Aziz con un apparato iconografico molto particolare. Nella realizzazione di libri interculturali ci siamo sempre avvalsi di illustratori dei paesi di cui i libri stessi raccontano; il fine di questa scelta è nel fornire ulteriori informazioni su quella specifica cultura anche attraverso le immagini. Fuad Aziz è un pittore curdo che ha vissuto molti anni in Italia quindi è di per sé un personaggio che crea un ponte.
Per fare un libro occorrono molto tempo e molto impegno però la cosa bella, nonostante la nostra sia una realtà piccola composta di sole quattro persone, è l’avere la possibilità di seguire il libro dall’inizio alla fine. L’idea di partenza è che ogni libro abbia una vita a sé, sia come un essere vivente che nasce nel momento stesso in cui il manoscritto arriva e viene scelto, con grande cura, l’illustratore.
Come vengono accostati i due autori, cioè lo scrittore e l’illustratore?
Facciamo un lavoro di ricerca sugli illustratori. Ci sono ragazzi che non hanno mai illustrato niente ma sono bravissimi, operano una ricerca iconografica attenta. Spesso all’interno delle case editrici non c’è un direttore artistico con una preparazione adeguata in questo campo.
Questo è il lavoro che faccio io; sono un’illustratrice, ho studiato arte, ho subìto la poca attenzione degli art-director quando ero una ragazzina. Quando le persone arrivano da me e mi chiedono come mai sono così accogliente, so cosa vuol dire… Gli illustratori mostrano la parte più intima di loro stessi; è un momento di grande difficoltà vendere la propria interiorità
Ho un archivio di più di 1000 illustratori; quando decidiamo di illustrare un libro io stessa lo rileggo più volte, proprio come se dovessi illustrarlo io. In questo modo associo a quel testo una decina di illustratori, in seguito sottopongo le mie scelte ai miei collaboratori.
Associare il giusto disegno a una storia è fondamentale. Si vedono, a volte, dei libri in cui il testo e l’illustrazione sono come due mondi staccati. Sono convinta che l’illustrazione debba essere una ulteriore proposta di lettura del libro, non deve seguire pedissequamente la storia però deve essere della stessa mentalità, e l’illustratore e lo scrittore dovrebbero essere sulla stessa “lunghezza d’onda”. Non saprei come definire altrimenti, un qualcosa di sottile che li lega. Operata questa scelta, autore e disegnatore non sanno nulla uno dell’altro!
Quindi non si incontrano…
No, non si incontrano. Perché gli autori sono tremendi, tendono a imporre la loro immaginazione ma non deve essere così. L’illustratore è un lettore, e come tale interpreta e l’interpretazione non va disturbata. Si tratta di due autori.
Spesso negli albi ci sono contratti specifici: uno per l’autore, uno per l’illustratore, tanta è per noi la considerazione dell’illustratore in quanto autore. Questa considerazione e questo modo di lavorare soddisfano molto gli autori che ci confessano di non avere mai fatto un libro bello come quello che hanno fatto per noi. In una situazione di completa libertà l’artista offre il meglio di sé. A volte mi capita addirittura di cambiare gli impaginati perché un illustratore mi chiede di lavorare su immagini diverse da quelle pensate in fase di progettazione.
Veniamo alla produzione materiale del libro: anche in questo caso ci sono aspetti che riguardano la qualità?
Il tema della qualità dovrebbe riguardare anche la fine e l’inizio di un libro. In fase iniziale parliamo della progettazione vera e propria; bisogna essere in grado di saper progettare in maniera compatibile con l’industria italiana. Un libro realizzato per una produzione a basso prezzo viene spesso lavorato nei paesi del terzo mondo, con modi lontani dalla nostra etica del lavoro. A volte sono gli stessi bambini a produrre i libri per bambini…
Quindi non solo i giocattoli, ma anche i libri sono prodotti in questo modo?
Anche i libri… E’ importante leggere sempre dove vengono prodotti. I nostri sono tutti stampati in Italia. Se un libro non è compatibile con la produzione italiana, noi non lo pubblichiamo fino a che non diventa compatibile.
Cosa vuol dire compatibile con la produzione italiana?
Poniamo il caso di voler pubblicare un libro fustellato con dei buchi, li troviamo soprattutto per i più piccolini in cartonato grosso. Ogni fustella richiede un macchinario creato appositamente. Se ogni pagina del libro prevede un foro di forma diversa (una mela, una pera, una farfalla…) i costi di produzione aumentano considerevolmente. Se, invece, ogni pagina è impostata sulla stessa fustella i costi sono abbattuti. Se un libro con una fustella diversa per ogni pagina ha un prezzo basso, è il caso di guardare dove è stato prodotto; può essere stato prodotto in Cina, a mano, senza macchinari.
Quindi “compatibile con la produzione italiana” vuol dire che deve rispettare la normativa sul lavoro, che deve avere un piano di fattibilità?
Sì; se il libro che ci viene sottoposto presenta un costo di produzione troppo elevato, si cerca un accordo con l’autore perché si possa produrlo in Italia a prezzi compatibili con il mercato.
Tengo un corso di disegno industriale all’Università per gli studenti di architettura in cui insegno proprio questo, a progettare il libro-gioco compatibilmente con l’industria. E’ una questione che vivo molto da vicino perché in casa editrice arrivano in tanti con idee bellissime ma non realizzabili.
Molti iniziano la progettazione senza l’idea di ciò che è fattibile o meno; allora: o il loro progetto viene distrutto e il libro viene prodotto in maniera completamente diversa o non viene prodotto affatto. Con il corso cerchiamo di rendere realizzabili le idee dei ragazzi, e questo è importante.
Invece, per “fine” del libro, cosa intendi?
Quando un libro si rompe, viene distrutto, dove finiscono i materiali? E’ importante anche un’attenzione i tipo ecologico: evitare l’uso del cellophan, per esempio. Credo che un prodotto destinato all’infanzia debba avere attenzioni in questo senso. Se una casa editrice non si comporta in modo morale non può pretendere di propinare contenuti morali. Su questo siamo molto rigidi.
Quale tipo di educazione volete dare ai bambini?
Di attenzione alle cose; ogni cosa ha un costo, ogni cosa nasce da una fatica, nasce dalla collaborazione di tante persone.
Una cosa che incuriosisce tantissimo i bambini è che la metà del prezzo di copertina va alla distribuzione e l’altra metà se lo devono dividere l’editore, l’autore, l’illustratore, la produzione, i librai… rimangono esterrefatti, anche gli adulti in realtà. Di 12 euro del prezzo di copertina, 6 vanno al distributore.
E’ vero che leggi ai bambini di sei mesi?
Nei miei percorsi leggo ai bambini di sei mesi, tanto credo nella forza del libro. I bambini quando vedono i libri impazziscono, ma a volte senti i genitori dire “lascia stare, ne hai già uno di libro!” Si rimane affranti. I bambini avrebbero l’istinto di leggere, io faccio la prova a volte; quando vado nelle scuole preparo una montagna di libri poi apro la porta… i bambini si lanciano! Ovviamente servono libri particolari, molto musicali e molto colorati, un po’ grandi…si lavora con gruppi piccoli, di cinque, sei bambini. Ma a volte ci sono bambini che non conoscono i libri, perché i genitori non li portano in libreria.
Tu sei il direttore editoriale e artistico di Fatatrac, dove mi dicevi che lavorate in quattro persone…
Sono anche illustratrice e scrittrice, mi occupo di grafica…e un po’ tappo i buchi!
Ho scritto diversi libri, alcuni sono in realtà di supporto per gli adulti: uno, per esempio, è sulle coppie di genitori che si separano . Lo usano molto le coppie che si stanno dividendo e hanno figli; è particolarmente incentrato sul punto di vista dei bambini, ma è un libro che non ha età. I miei sono libri anche rivolti ad adulti, su problemi complessi. Un altro libro è sull’handicap , è una storia vera: parla di una mia compagna di prima media. Normalmente pensiamo all’handicappato come a qualcuno che non può fare certe cose, mai come a qualcuno che fa con quello che ha. Questa mia compagna è stata un grande insegnamento per me.
Tra i quattro che compongono la casa editrice c’è mia madre che è l’editore. Io sono qui da vent’anni ho cominciato facendo la segretaria, ho fatto tutte le esperienze possibili qui, ed è stato molto bello. Lavoravo, continuavo a studiare e a provare a pubblicare. Mia madre aveva fondato “La Nuova Italia, Educazione Primaria” (NIEP) nella casa editrice di suo padre.
Dunque, Fatatrac è figlia della Nuova Italia?
Sì, La Nuova Italia fu fondata da mio nonno. E’ stata una delle persone più importanti della mia vita, ancora oggi se c’è qualcosa che non so come affrontare mi chiedo cosa ne penserebbe lui.
Torno a mia madre, che è pedagogista, e alla NIEP aveva un motto che era: “dire, fare, giocare” e aveva un catalogo con opere di Mariotti, un libro solo di immagini fotografiche, pittoriche, con la differenziazione tra una tecnica e l’altra… un libro bellissimo che è stato usato molto con i bambini disabili. Poi la NIEP si staccò dalla Nuova Italia e formò un catalogo nuovo che era appunto il catalogo della Fatatrac.
Poi c’è il tecnico, Romano, che è un personaggio storico della casa editrice e tratta tutti gli aspetti tecnici della stampa. Io gli rompo molto le scatole perché penso che sia insopportabile per un illustratore vedere stampato male il proprio lavoro, e spesso capita perché non c’è abbastanza cura. Noi seguiamo tutte le fasi del lavoro, controlliamo i colori, facciamo in modo che vengano rispettate le tavole originali. Al momento della stampa i colori spesso si modificano. I nostri illustratori sono pittori ed è importante che i colori vengano mantenuti. Anche la cartotecnica è fondamentale.
Infine, la quarta persona è sempre stata variabile, si occupa delle vendite e della segreteria. Noi siamo editori molto piccoli, ci succede di avere poco spazio nelle librerie. I nostri sono libri che se visti sono acquistati. Le fiere ci hanno sempre confermato questo dato, ma se il libraio il nostro libro invece di metterlo di fronte lo mette di costola, non vendiamo più.
La possibilità di curare e vivere ogni fase della nascita di un libro non è presente in tutte le case editrici. In quelle molto grandi ogni singola persona è concentrata su ciò che gli compete e non vede cosa fanno gli altri. Noi abbiamo una dimensione diversa, pubblichiamo dieci libri in un anno e riusciamo a seguirli tutti.
Vedo anche Bruno Tognolini tra i vostri autori…
Bruno ha iniziato qui. Ha vinto il Premio Handersen come autore e ha ringraziato pubblicamente mia madre quando ha ritirato il premio.
Con Bruno c’è un legame particolare; quando mio figlio aveva quindici mesi sono rimasta nuovamente incinta. In quel periodo leggevo a mio figlio “Mamma Lingua” che Bruno ha scritto per i neonati, un libro veramente splendido. Giordano, il mio bimbo, lo chiedeva spessissimo. Quando è nata la sorellina non ne ha più voluto sapere e lo abbiamo messo via. Quando Rebecca aveva circa un anno Giordano ha voluto ritirarlo fuori. Ci sistemammo sul divano tutti e tre e cominciai a leggerlo. La bambina si fece molto seria e iniziò a piangere. Le chiesi cosa stesse succedendo e lei mi rispose che stava bene e che non era triste. Mi disse: “mamma, io questa storia la conosco, me la ricordo”. Lei continuò a piangere fino alla fine del libro ma non volle che mi fermassi.
Da allora ho cominciato a leggere anche alle pance; nel caso di mia figlia avevo letto per nove mesi lo stesso libro perché me lo richiedeva l’altro bimbo. Questo mi ha convinta che la musicalità della scrittura e della lettura sia un elemento di grande forza, capace di creare grandi ponti.
Bruno ha un modo di scrivere speciale!
Io credo molto al libro come strumento forte per affrontare le situazioni e le tematiche anche difficili.
Normalmente si sente dire che il bambino è impegnato quanto un adulto, quindi occorre “infilarsi” nei cinque minuti disponibili di un tragitto da scuola alla palestra con proposte di lettura semplici, brevi e di facile appeal.
Molti fanno ricerche di mercato per decidere cosa dare ai bambini. Noi non facciamo ricerche di mercato! Io farei la ricerca di mercato per sapere quello che la gente vuole e poi non darglielo, perché sicuramente lo ha già. La gente è sconcertata dalla novità, soprattutto gli adulti.
Infatti, la collana che vendiamo di più è quella delle fiabe classiche; le abbiamo in formato di cartolina, una ventina di pezzi, davanti l’illustrazione e dietro un breve testo. Il genitore conosce la fiaba classica e non teme domande difficili. I genitori leggono pochissimo.
Definiscimi “qualità” rispetto al tuo lavoro e agli obiettivi che ti poni
Tra i criteri: il contenuto fruibile per l’infanzia, la capacità di educare attraverso un libro, la capacità di emozionare, di creare un’aspettativa, la musicalità del linguaggio…la parola complicata da imparare. Siamo molto interessati anche al contenuto interculturale, politico, inteso come la possibilità di sentire la voce sia di chi vince sia di chi perde. E poi la metrica, la poesia…
Ma alla fine, la sfida della qualità è non riuscire a smettere di leggere.
Mai più crociate, di V. Cercenà, illustrato da E. Orciari, Firenze, 2000. Vincitore del Premio Penne e del Premio Parole senza frontiere
